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RAVENNA E LA PANDEMIA UN ANNO DOPO / 10 / Marinella Melandri (Cgil): senza la salute non c’è economia, il Recovery Plan faccia spazio alle donne

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Economia e lavoro sono i “danni collaterali” della pandemia da Covid 19, scoppiata ormai un anno fa. Se sulle prime ci si è concentrati unicamente a combatterla sul fronte sanitario, col tempo è emerso con evidenza che gli effetti di lockdown e restrizioni imposte a tanti settori dell’economia, avrebbero avuto un enorme impatto sul tessuto economico, con strascichi pesanti e di lunga durata. Se il lavoro, in generale, ha subito un forte rallentamento –  in dicembre 2020 sono state richieste dalle aziende ravennati più di 18.500.000 ore di cassa integrazione in più rispetto allo stesso periodo del 2019 – è quello delle donne ad aver subito un vero e proprio tracollo. Dati scorporati per territori provinciali sembrano non essercene, ma quelli nazionali, elaborati dall’Istat e pubblicati lo scorso 1° febbraio nell’ultimo report, parlano chiaro: nel confronto tra dicembre 2020 e 2019 saltano all’occhio 101mila posti di lavoro persi. Di questi, 99mila sono riferiti all’occupazione femminile. In pratica di 4 lavoratori che hanno perso il lavoro, 3 e più sono donne. Della pandemia, dei suoi effetti devastanti sul lavoro e delle possibili strade per uscirne abbiamo riflettuto assieme alla neo eletta segretaria generale della Cgil Ravenna, Marinella Melandri.

L’INTERVISTA

Per cominciare, che ricordo ha di quei giorni in cui tutto è cominciato? Si era resa conto subito che sarebbe stato un anno tanto drammatico?

“Credo che nessuno, un anno fa, potesse avere sentore del baratro in cui saremmo precipitati. Il mio ricordo è molto legato alla chiusura delle scuole, ma inizialmente si pensava un po’ tutti che sarebbe stato un provvedimento di breve durata. Solo a partire da marzo, quando arrivarono i primi provvedimenti nazionali e le informazioni sugli ospedali presi d’assalto in Lombardia e le terapie intensive sature, ci siamo resi conto che si trattava di qualcosa di molto grave che avrebbe sconvolto il nostro mondo.”

La pandemia ha colpito duramente il lavoro, in particolare quello delle donne. La crisi ha messo ancor di più in evidenza le difficoltà legate al lavoro femminile?

“Il lavoro delle donne è storicamente più fragile: più precario, meno contrattualizzato, meno retribuito, più sacrificabile per così dire, soprattutto quando c’è da trovare la quadra tra esigenze lavorative e domestiche. I dati della disoccupazione, dopo un rallentamento in estate, sono tornati ad aumentare nell’ultima parte del 2020, soprattutto nei settori come turismo, commercio, bar e ristoranti, terziario in generale oltre ai lavori stagionali, tutti comparti dove c’è una presenza massiccia delle donne. Relativamente ai lavori stagionali, va ricordato che ci sono persone che basano la propria economia annuale su quegli introiti, sommati alla Naspi (l’ex disoccupazione) per i mesi non lavorati: meno giornate lavorate in estate significa assegni di disoccupazione più bassi, quindi molta meno protezione sociale. Ci saranno molte fragilità economiche in più da fronteggiare.”

C’è dunque un problema di disparità di genere.

“Assolutamente sì. Esiste un forte “gender gap” che a mio avviso non limita solo le donne ma la società tutta. Le disparità retributive, unite a tutte le precarietà di cui abbiamo già parlato, fanno sì che in una famiglia, se ci sono difficoltà a conciliare i tempi di vita e di lavoro, e in questa crisi pandemica ce ne sono state e continuano ad essercene tante – pensiamo solo ai bambini in Didattica a distanza per le quarantene preventive – il lavoro a cui si rinuncia è quello della donna. Non solo perché tradizionalmente è la madre ad occuparsi dei figli, ma perché il lavoro delle donne è meno stabile, meno retribuito e porta meno reddito in famiglia. L’occupazione femminile è strettamente legata allo sviluppo economico di un territorio. Ogni qualvolta c’è una crisi in un territorio il primo elemento che si contrae è quello dell’occupazione femminile. Turismo e pubblici esercizi sono due settori in crisi e a forte prevalenza di manodopera femminile.”

Anche nelle professioni sanitarie ci sono molte donne, come in tutti i settori di cura. Qui però non c’è stata crisi.

“Sulla sanità il discorso è diverso: qui non si sono persi posti di lavoro ovviamente, ma è stato il settore più colpito dal contagio. Si tratta di attività ad alta presenza femminile e ad alto rischio di esposizione al contagio. Se andiamo a fare un’analisi delle persone che hanno contratto il virus durante la pandemia, l’incidenza delle donne è molto elevata. Abbiamo pagato in termini di lavoro da un lato e di salute dall’altro.”

C’è chi invoca un nuovo lockdown in concomitanza con le vaccinazioni, per dare la spallata al virus. Potrebbe essere il colpo di grazia all’economia o serve per poi ripartire tutti, meglio?

“Il punto di partenza è sempre la salvaguardia delle persone. Non c’è economia se non c’è salute. Quindi gli elementi da prendere in considerazione rispetto alla necessità di chiusure più o meno severe sono sempre i dati relativi al contagio e i trend in atto, sui quali possono mettere bocca solo gli esperti. Se la pandemia ci ha insegnato qualcosa è che ci si può affidare solo alla scienza e alle competenze. Quando gli esperti ci dicono che c’è un rischio molto forte di un nuovo innalzamento dei contagi legato anche alle nuove varianti, noi dobbiamo ascoltare. Poi l’economia è chiaro che ne soffra, ma io credo che la salute delle persone, la loro sicurezza sul posto di lavoro e nella vita quotidiana o a scuola, vengano prima. Questo non significa che nel frattempo non si debbano predisporre tutti gli strumenti di sostegno e di aiuto che fanno sì che quando la pandemia regredirà avremo ancora un sistema economico in grado di ripartire.”

Quale potrebbe essere il ruolo delle donne nella ripartenza economica, che prima o poi arriverà? Dobbiamo rassegnarci al fatto che i posti di lavoro persi, saranno persi per sempre? E cosa ci si aspetta dai fondi del Recovery Plan?

“Siamo di fronte ad una fase nella quale invece si creeranno proprio le occasioni per invertire questa tendenza negativa per il lavoro delle donne. Il tema dell’occupazione femminile, del ruolo delle donne nel mondo del lavoro, ma anche della politica e di tutte le attività, è fondamentale per una vera efficacia anche delle politiche economiche e di sviluppo di tutta la società. Se vogliamo provare a guardare al futuro con maggiori prospettive non possiamo prescindere da un più ampio coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro, ma anche con un migliore riconoscimento delle loro competenze e delle loro capacità e dunque dei loro redditi. Questi processi però non si avviano da soli, è necessario mettere in campo politiche che vadano in quella direzione. Oggi noi potremo contare su investimenti inimmaginabili fino a qualche tempo fa per il nostro Paese, penso alle risorse del Ricovery Plan. Tutti gli investimenti, nella loro programmazione e progettazione dovrebbero avere come filo conduttore trasversale la valorizzazione e la creazione delle condizioni perché le donne possano giocare un ruolo maggiore nella nostra società. Io penso che quei posti di lavoro oggi perduti dovranno essere recuperati, aumentati e fortificati, con meno precarietà, più parità di condizioni salariali, più presenza di donne nei ruoli chiave. Non si tratta solamente di una questione di genere, ma di un volano di sviluppo per tutta la società.”

Insomma, ci vorrebbe una rivoluzione culturale…

“È un fatto culturale, è vero, però non partiamo da zero. Penso ad esempio ai contenuti del Patto per il lavoro e il clima che come Cgil abbiamo sottoscritto insieme a tantissimi altri soggetti in Emilia Romagna. Lì il tema della lotta alle disuguaglianze, comprese quelle di genere, è un obiettivo trasversale a tutti gli interventi. Uno dei temi da cui si parte è la scuola: cercando di incentivare la presenza delle ragazza anche in quelle materie di studio abitualmente considerate più tecniche o tecnico scientifiche che, nello stereotipo, sono più ad appannaggio maschile. Quella è una politica importantissima che spezza dei vincoli, a volte invisibili, che però esistono. È veramente una delle grandi sfide che abbiamo di fronte ma, ripeto, è un’opportunità enorme non solo per le donne ma per l’intera società.”

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