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Cna presenta rapporto economico della provincia di Ravenna: meno 7,7% nel 2020, ma nel 2021 torna segno più del 5,4%

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“Il quadro economico attuale presenta segnali di forte miglioramento: per il 2021 le previsioni di crescita del PIL nazionale sono tutte al rialzo e si ipotizza possano avvicinarsi al 5%, quindi è prevedibile che per l’Emilia-Romagna e la nostra Provincia siano addirittura superiori. Anche nel 2022 potremmo registrare una crescita simile” è quanto affermano Pierpaolo Burioli e Massimo Mazzavillani, rispettivamente presidente e direttore della CNA di Ravenna.

“Siamo, invece, fortemente preoccupati per la tenuta del sistema imprenditoriale del nostro territorio. È opportuno ricordare che il Registro Imprese della CCIAA di Ravenna dal 2008 ha diminuito la propria consistenza di 4.342 unità (-10,18%), mentre l’Albo Artigiani nello stesso periodo ha perso 1.934 unità (-15,92%). Una flessione pesante, in controtendenza rispetto all’andamento nazionale ma in linea con il trend regionale anch’esso in diminuzione. Riteniamo che nella fase odierna l’obiettivo prioritario sia utilizzare al meglio le risorse che il Recovery Fund ci ha messo a disposizione, ma deve essere chiaro che mai potremo accettare che nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza possa celarsi il pensiero che la ridotta dimensione media delle imprese sia tra le cause dell’insufficiente crescita italiana”.

“Il problema del nostro Paese – proseguono Burioli e Mazzavillani – non sono i piccoli imprenditori, ma l’ambiente che li circonda. Quello che deve assolutamente cambiare sono le condizioni di un habitat complessivamente poco favorevole all’iniziativa economica, sia essa micro, piccola, media o grande. Oltre alle riforme che da tempo ci chiede l’Europa – semplificazione amministrativa, fisco, giustizia civile – occorre colmare il gap infrastrutturale accumulato nei decenni che penalizza fortemente i territori e la loro competitività. Ci riferiamo agli investimenti nelle infrastrutture materiali e immateriali per i collegamenti delle persone, delle merci e delle informazioni. C’è bisogno anche di puntare maggiormente sulla semplificazione delle procedure per le gare di appalto, salvaguardando legalità, qualità e sicurezza, per puntare decisamente verso i cosiddetti “appalti a Km 0”. Senza dimenticare il tema degli incentivi, vero volano per lo sviluppo, partendo dal superbonus 110% per arrivare a tutti gli altri bonus che andranno semplificati e stabilizzati il prima possibile perché rappresentano la grande opportunità per riqualificare il patrimonio edilizio dal punto di vista energetico e della sicurezza antisismica”.

“Per compiere il salto di qualità, tuttavia, dobbiamo risolvere il problema del credito per le Micro Piccole Medie Imprese. La pandemia ha fatto aumentare, e non di poco, l’indebitamento degli imprenditori con le banche. Gli imprenditori lamentano, inoltre, grandi difficoltà con gli Istituti di credito in tema di prestiti o accessi ai fondi. Pertanto, è necessario rivitalizzare il sistema dei Confidi, che ha dato prova di sostenere con efficacia l’imprenditoria diffusa nella crisi in corso, e ottimizzare l’operatività del Fondo di Garanzia per le PMI valorizzando la relazione tra pubblico e privato”.

In conclusione, dicono, “per noi è indispensabile, oggi più che mai, dotare le imprese di tutti gli strumenti utili per affrontare le impegnative e inedite sfide del mercato come la pandemia purtroppo ci ha insegnato”.

Il quadro economico nazionale, regionale e provinciale del 2020 e le prime tendenze del 2021

IL QUADRO ECONOMICO NAZIONALE

Nel 2020 il PIL ai prezzi di mercato è stato pari a 1.651.595 milioni di euro correnti, con una caduta del 7,8% rispetto all’anno precedente. In volume, il PIL è diminuito dell’8,9%. La caduta del PIL, infatti, è stata accompagnata da un calo delle importazioni di beni e servizi del 12,6%.

Dal lato degli impieghi le esportazioni di beni e servizi sono diminuite del 13,8%, gli investimenti fissi lordi del 9,1%, e i consumi finali nazionali del 7,8%.

Il contributo alla variazione del PIL della domanda nazionale al netto delle scorte è risultato ampiamente negativo (-7,8%), mentre la variazione delle scorte ha contribuito negativamente per lo 0,3%; all’interno della domanda nazionale hanno fornito un apporto negativo del 6,4% la spesa delle famiglie residenti e ISP (Istituzioni Sociali Private) e del 1,6% gli investimenti fissi lordi e oggetti di valore, mentre è stato positivo quello della spesa delle Amministrazioni Pubbliche (AP) pari a +0,3%. Il contributo della domanda estera netta è stato negativo dello 0,8%.

Nel 2020 il deflatore del PIL è aumentato dell’1,2%, con incrementi dello 0,4% per gli investimenti fissi lordi, dell’1,4% per la spesa delle AP e un calo dello 0,2% per la spesa delle famiglie residenti. Nel 2020 si è registrato un miglioramento nella ragione di scambio con l’estero, quale risultante di un calo del deflatore delle esportazioni di beni e servizi (-0,5%) decisamente inferiore a quello registrato per le importazioni (-4,1%), guidato dalla forte diminuzione dei prezzi dei beni energetici.

In riferimento al quadro previsionale va rilevato che la Commissione UE ha recentemente rivisto al rialzo il PIL italiano: +4,2% quest’anno e +4,4% il prossimo. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha corretto in meglio le previsioni sulla ripresa economica in Italia di quest’anno e ora stima un +4,2% dell’economia nel 2021 e un ulteriore +3,6% nel 2022.

Nel 2020 la spesa per consumi finali delle famiglie residenti è scesa in volume del 10,7% (+0,3% nel 2019). Sul territorio economico, la spesa per consumi di beni è calata del 6,4% e quella per servizi del 16,4%.

In termini di funzioni di consumo le cadute più accentuate, in volume, riguardano le spese per alberghi e ristoranti (-40,5%), per trasporti (-24,7%), per ricreazione e cultura (-22,5%) e per vestiario e calzature (-20,9%). Le uniche componenti di spesa che segnano una crescita sono alimentari e bevande non alcoliche (+1,9%), comunicazioni (+2,3%) e abitazione, acqua, elettricità, gas ed altri combustibili (+0,6%).

La spesa delle Amministrazioni Pubbliche ha registrato una crescita in volume dell’1,6% mentre quella delle Istituzioni Sociali Private (ISP) una diminuzione dell’11,8%.

Gli investimenti fissi lordi hanno subìto un calo del 9,1% (+1,1% nel 2019), con contrazioni generalizzate a tutte le componenti: -6,3% gli investimenti in costruzioni, -12,1% in macchinari e attrezzature, -28,1% in mezzi di trasporto e -2,9% in prodotti della proprietà intellettuale. Le esportazioni di beni e servizi sono scese in volume del 13,8%, le importazioni del 12,6%.

Nel 2020 il valore aggiunto complessivo è diminuito in volume dell’8,6%; nel 2019 aveva registrato un aumento dello 0,2%.

Il calo è stato marcato in tutti i settori: -11,1% nell’industria in senso stretto, -8,1% nei servizi, -6,3% nelle costruzioni e -6,0% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca.

Nel settore terziario contrazioni particolarmente marcate hanno interessato commercio, trasporti, alberghi e ristorazione (-16%), attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrative e servizi di supporto (-10,4%) e il settore che include le attività artistiche, di intrattenimento e divertimento, di riparazione di beni per la casa e altri servizi (-14,6%).

Nel 2020 le unità di lavoro (ULA) sono diminuite del 10,3% per effetto della riduzione del 9,3% delle ULA dipendenti e del 12,8% delle ULA indipendenti.

La flessione delle ULA ha interessato tutti i macrosettori: -2,3% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca, -10,2% nell’industria in senso stretto, -8,7% nelle costruzioni e -11,0% nei servizi.

I redditi da lavoro dipendente e le retribuzioni lorde sono scesi rispettivamente del 6,9% e del 7,5%.

Le retribuzioni lorde per unità di lavoro hanno registrato un incremento del 2,0% nel totale dell’economia; nel dettaglio, l’aumento è stato dell’1,2% nell’industria in senso stretto, dello 0,6% nel settore agricolo e del 2,5% nei servizi, mentre una lieve contrazione si registra per le costruzioni (-0,2%).

L’indebitamento netto delle AP in rapporto al PIL nel 2020 è stato pari a -9,5% (-1,6% l’anno precedente). In valore assoluto l’indebitamento è di -156.338 milioni di euro, in peggioramento di circa 128,4 miliardi rispetto a quello dell’anno precedente. Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) misurato in rapporto al PIL, è stato pari a -6,0% (+1,8% nel 2019).

Movimentazione delle imprese

Il Registro delle Imprese nel 2020, ha fatto segnare un +0,32% (+19.316 unità). L’andamento demografico dell’imprenditoria italiana, pur continuando il trend positivo, lo scorso anno è apparso complessivamente caratterizzato da una diffusa incertezza sull’evoluzione della pandemia. Il risultato scaturisce dalle 292.308 nuove iscrizioni a fronte della definitiva chiusura dei battenti, nello stesso periodo, di 272.992 attività (il dato è calcolato al netto delle cancellazioni d’ufficio). A fine dicembre 2020, lo stock complessivo delle imprese esistenti ammontava a 6.078.031 unità contro le 6.091.971 del 2019, con una flessione dello 0,22% pari a –13.940 aziende (cancellazioni d’ufficio comprese).

Rispetto all’anno precedente la rilevazione Movimprese segnala che le iscrizioni sono diminuite del 17,2%. Parallelamente, le cessazioni hanno fatto segnare un calo del 16,4%. La forte contrazione dei flussi di iscrizioni e cancellazioni delle imprese suggerisce comunque cautela nella quantificazione delle conseguenze del forzato rallentamento delle attività in molti settori economici.

A stabilire l’entità degli effetti prodotti nel 2020 dalla crisi pandemica sul tessuto imprenditoriale, come già rilevato, sarà peraltro utile attendere le risultanze del primo semestre dell’anno in corso.

IL QUADRO ECONOMICO REGIONALE

La caduta stimata del prodotto interno lordo dell’Emilia-Romagna per il 2020 si attesta al 9,0%, decisamente superiore a quella del 2009. La prospettiva per il 2021 è di una ripresa parziale del prodotto interno lordo pari al 5,5%, contenuta dalla persistente diffusione della pandemia nella prima metà dell’anno in corso.

Il PIL regionale in termini reali nel 2021 dovrebbe risultare superiore solo del 4,8% rispetto ai livelli minimi toccati al culmine della crisi nel 2009 e solo del 6,9% a quello del 2000. L’andamento regionale mostra un profilo analogo a quello nazionale, ma da una maggiore capacità attesa a riprendersi.

La discesa del prodotto interno lordo italiano è risultata dell’8,9% nel 2020, mentre la ripresa non dovrebbe andare oltre il 4,7% nel 2021.

Ne deriva che il PIL nazionale, in termini reali, nel 2021 risulterà inferiore del 6,6% a quello del 2009 e di ben 12,4 punti percentuali rispetto al livello del 2007. Nel 2020, come il coronavirus, la recessione ha colpito più duramente le regioni del nord senza particolari distinzioni, ma in Emilia-Romagna è stata più contenuta rispetto a quella di Piemonte, Lombardia e Toscana e allineata a quella del Veneto.

Ugualmente, le prospettive di ripresa nel 2021 sono più solide per le regioni del nord e dovrebbero riportare l’Emilia-Romagna al vertice nella classifica delle regioni italiane per ritmo di crescita insieme con il Veneto.

A causa delle limitazioni imposte dalla pandemia e della riduzione del reddito disponibile, nel 2020 i consumi delle famiglie (-12,0%) si sono ridotti ben più del PIL. Gli stessi fattori limiteranno la ripresa dei consumi anche nel 2021 (+4,2%), al di sotto della dinamica del PIL. Gli effetti della recessione sul tenore di vita sono evidenti.

Nel 2021 i consumi privati aggregati risulteranno inferiori del 6,0% rispetto a quelli del picco del 2011, ma con un ulteriore aumento della diseguaglianza, derivante dall’asimmetria degli effetti dei blocchi dell’attività su settori e categorie lavorative. Gli investimenti fissi lordi hanno subito un duro colpo (-8,7%), più ampio di quanto precedentemente ipotizzato. Ma nel 2021, grazie alle prospettive di ripresa dell’attività produttiva e ai massicci interventi pubblici, sarà una sensibile crescita degli investimenti fissi lordi (+14,0%) a trainare la ripresa.

I livelli di accumulazione nel 2021 saranno comunque inferiori del 15,6% rispetto a quelli del precedente massimo risalente ormai al 2008. La caduta del commercio mondiale, accentuata dallo sfasamento temporale della diffusione mondiale dalla pandemia, ha avuto pesanti riflessi sull’export regionale, soprattutto nella prima parte del 2020, ma nel complesso sensibilmente inferiori rispetto a quanto prospettato in precedenza (-7,7%) e notevolmente inferiori a quelli sperimentati nel 2009 (-21,5%). Inoltre, insieme agli investimenti, saranno le vendite all’estero a sostenere la ripresa nel 2021 (+12,7%), sulla scia della crescita del commercio mondiale. Al termine dell’anno corrente le esportazioni regionali dovrebbero risultare superiori del 33,3% al livello massimo precedente la crisi finanziaria, toccato nel 2007.

Si tratta di un chiaro indicatore dell’importanza assunta dai mercati esteri nel sostenere l’attività e i redditi regionali.

Nel 2020, è stata l’industria ad accusare il colpo più duro, ma anche per il complesso dei servizi la recessione è risultata pesante, mentre la caduta dell’attività è stata più contenuta nelle costruzioni. Nel 2021, la ripresa sarà solo parziale soprattutto nei servizi, decisamente più pronta nell’industria, ma saranno soprattutto le costruzioni a trarre ampio vantaggio dalle misure adottate a favore della ristrutturazione edilizia e dai piani di investimento pubblico.

In dettaglio, gli effetti delle misure adottate a difesa dalla pandemia dovrebbero avere condotto a una caduta del 10,3% del valore aggiunto del settore manifatturiero regionale nel 2020. Nel 2021, tuttavia, la ripresa condurrà a una crescita del 9,3%. Al termine dell’anno corrente, il valore aggiunto reale del manifatturiero risulterà superiore del 3,9% rispetto al massimo precedente la crisi finanziaria del 2007.

Appare decisamente più contenuta la caduta del valore aggiunto delle costruzioni stimata per lo scorso anno che si è attestata al -5,3%.

Nel 2021 la tendenza positiva riprenderà con decisione (+11,6%), grazie anche ai piani di investimento pubblico e alle misure di incentivazione adottate dal governo a sostegno del settore, della sicurezza sismica e della sostenibilità ambientale. Nonostante ciò, al termine del corrente anno il valore aggiunto delle costruzioni risulterà inferiore del 36,4% rispetto agli eccessi del precedente massimo del 2007.

Gli effetti negativi dello shock da coronavirus si sono fatti sentire più a lungo e duramente nel settore dei servizi. Il valore aggiunto ha subito una riduzione sensibile (-8,4%) per effetto della pandemia.

Nel 2021 la ripresa sarà decisamente parziale (+3,8%), la più contenuta rispetto agli altri macrosettori, data la maggiore difficoltà ad affrontare gli effetti della pandemia nella prima metà dell’anno. Al termine dell’anno corrente il valore aggiunto dei servizi dovrebbe risultare inferiore dell’1,5% rispetto al precedente massimo antecedente la crisi finanziaria toccato nel 2008.

Nel 2020 gli effetti della pandemia hanno condotto a una sensibile riduzione delle forze lavoro e dell’occupazione per la fuoriuscita dal mercato di molti lavoratori, con un più contenuto aumento della disoccupazione, grazie alle misure di salvaguardia adottate dal governo.

Nel 2021 l’occupazione si ridurrà ancora lievemente e, con il rientro sul mercato del lavoro di chi ne era uscito temporaneamente, aumenterà ulteriormente il tasso di disoccupazione, arrivando ai massimi dal 2016. In dettaglio, le forze di lavoro si sono ridotte sensibilmente nel 2020 per effetto dell’uscita dal mercato del lavoro di lavoratori non tutelati, non occupabili e sfiduciati dei settori maggiormente colpiti (-1,9%). Nel 2021, con la ripresa dell’attività e le riaperture attese, le forze di lavoro cresceranno rapidamente (+1,4%). Il tasso di attività, calcolato come quota sulla popolazione presente totale, è sceso al 47,7% nel 2020, ma si riporterà al 48,3% nel 2021.

La pandemia ha inciso sensibilmente sull’occupazione, nonostante le misure di salvaguardia adottate, colpendo particolarmente i lavoratori non tutelati e con effetti protratti nel tempo. Lo scorso anno l’occupazione si è ridotta del 2,1%. La tendenza negativa proseguirà, ma decisamente più contenuta, nel 2021 con un lieve calo dell’occupazione dello 0,2%. Il tasso di occupazione si è ridotto sensibilmente lo scorso anno (44,9%) e si ridurrà leggermente anche nel 2021 al 44,8%. A fine anno risulterà inferiore di 2,5 punti rispetto al precedente massimo assoluto risalente al 2002. Il tasso di disoccupazione era pari al 2,8% nel 2007 e era salito all’8,4% nel 2013 per poi gradualmente ridiscendere al 5,5% nel 2019. Lo scorso anno è salito solo al 5,7% grazie alle misure di sostegno all’occupazione introdotte, ma anche per la cospicua fuoriuscita dal mercato del lavoro. Le conseguenze negative della pandemia sul mercato del lavoro si manifesteranno anche successivamente al rientro dell’emergenza sanitaria e le misure di sostegno all’occupazione dovranno contenere nel tempo e nel livello gli effetti sul tasso di disoccupazione che nel 2021 potrebbe salire al 7,2%, il livello più elevato dal 2016.

Nello scorso anno, le imprese registrate in Emilia-Romagna hanno accusato una perdita di 2.615 unità, -0,6%, leggermente superiore a quella subita nel 2019 (2.362, -0,5%). La tendenza alla contrazione delle imprese registrate prosegue senza interruzione dal 2012. L’effetto della pandemia appare dalla disaggregazione dei flussi. In ambito regionale, nel 2020 le iscrizioni sono risultate 20.714, sono sostanzialmente diminuite rispetto all’anno precedente (25.414) e hanno stabilito il nuovo minimo assoluto. Il tasso di natalità è quindi sceso di un punto percentuale al 4,6%, fissando il nuovo minimo assoluto. Le cessazioni sono state pari a 23.445, sono anch’esse sensibilmente diminuite rispetto al 2019 (27.907) e hanno fissato il nuovo minimo assoluto.

Il tasso di mortalità è sceso quasi di un punto percentuale al 5,2 per cento, anch’esso il più basso in assoluto.

In riferimento alle imprese attive al termine del 2020 si erano ridotte a 397.767, mai così poche, con una flessione pari a 1.989 unità, -0,5% rispetto alla fine del 2019. In termini assoluti la perdita subita dalla base imprenditoriale regionale è risultata pari ai due terzi di quella riferita al 2019 (-3.073 unità, -0,8%). Gli effetti della pandemia non emergono ancora dalla sola analisi della variazione dello stock delle imprese. La tendenza alla riduzione delle imprese attive prosegue comunque ininterrotta dal 2009.

L’andamento dell’imprenditoria regionale è risultato nuovamente e decisamente peggiore rispetto a quello riferito a livello nazionale, che ha visto le imprese attive segnare un lieve aumento (+0,2%) rispetto al termine del 2019.

IL QUADRO ECONOMICO PROVINCIALE

In provincia di Ravenna, il 2020 si chiuderà con una caduta del valore aggiunto, cioè della ricchezza prodotta, del -7,7% e la discesa provinciale appare leggermente inferiore rispetto a quella regionale (-8,7) e nazionale (-8,6). L’attesa per il 2021 prevede una ripresa per l’economia ravennate che sarà però solo parziale (+5,4%), contenuta a causa della persistente diffusione della pandemia nella prima parte dell’anno, non sufficiente a recuperare le perdite subite. L’evoluzione resterà soggetta a notevoli incertezze sino a che la campagna vaccinale non verrà realizzata secondo le pianificazioni del Governo, ma senza ulteriori intoppi, ostacoli o ritardi e per il 2022 si ipotizza segno più ma con una spinta meno vigorosa (+4,9%).

La tendenza provinciale complessiva per il 2021 sarebbe caratterizzata da una ripartenza del reddito disponibile (+4,9%) e dei consumi delle famiglie (+4,2% nel 2021, dopo un crollo superiore a quello del valore aggiunto nel 2020) ma senza il supporto del rilancio dell’interscambio commerciale (-4,2% la stima delle esportazioni per il 2021).

In questa ottica, dopo la discesa nel 2020 a 26.400€ (era 29.000€ nel 2019), il valore aggiunto per abitante dovrebbe arrivare nel 2021 a 28.000€; sulla base di queste stime, la ricchezza prodotta dal complesso dell’economia ravennate avrà un parziale recupero, passando dai 10,3 miliardi di euro del 2020 ai 10,9 del 2021, ancora lontani dal valore del 2019 (11,3 miliardi di euro). Inoltre, considerando il valore aggiunto pro-capite a valori correnti (appendice statistica), nella graduatoria delle province italiane ove Milano si colloca in pole-position, Ravenna dal 20° posto del 2019, retrocede al 24° nel 2020 ed in quella posizione si dovrebbe assestare anche nel 2021. Si prevede, pertanto, una rincorsa lunga per arrivare ai livelli del valore aggiunto pre-Covid, che più realisticamente raggiungeremo nel 2024.

Per quanto riguarda il contributo dei settori economici provinciali, nel 2020 è stato il manifatturiero ad accusare il colpo più duro, ma anche nei servizi la recessione è risultata pesante, mentre la flessione dell’attività è stata molto più contenuta nelle costruzioni.

Nel 2021, la ripresa sarà solo parziale soprattutto nei servizi, che risentiranno più a lungo dello shock, più pronta nel manifatturiero, mentre le costruzioni trarranno ampio vantaggio dalle misure introdotte a favore della ristrutturazione edile e dai piani di investimento pubblico. In dettaglio, nel 2020 sono il valore aggiunto dell’industria in primo luogo (-9,5%) e quindi quello dei servizi (-7,9%) che manifestano maggior sofferenza; decisamente molto più contenuta la contrazione del valore aggiunto delle costruzioni stimata per lo scorso anno e che dovrebbe fermarsi a -0,2%. Nel 2021, l’avvio della ripresa, ridotta in tutti i settori, condurrà a una crescita del valore aggiunto prodotto dal manifatturiero in senso stretto provinciale del +9,8%; per le costruzioni, la tendenza positiva riprenderà con maggior vigore (+13,9%) grazie anche alle misure di incentivazione adottate dal Governo a sostegno del settore, della sicurezza sismica e della sostenibilità ambientale. Gli effetti negativi dello shock da Coronavirus si faranno sentire più a lungo nel settore dei servizi e nel 2021 la ripresa sarà decisamente più ridotta e lenta (+4,0%), la più contenuta rispetto agli altri due macrosettori, data la maggiore difficoltà derivata dalle conseguenze della pandemia nella prima parte dell’anno.

In riferimento alle esportazioni, nel 2020 la caduta del commercio mondiale (-6,9%), accentuata dallo sfasamento temporale della diffusione globale dalla pandemia, ha avuto gravi riflessi sull’export provinciale (circa -13%, rispetto al 2019) e l’analisi territoriale del commercio con l’estero mostra performance negative per la maggior parte delle province italiane.

Secondo il quadro previsionale, le vendite all’estero sosterranno la ripresa nel 2021 in Regione e nel resto del Paese (+12,7% in Emilia-Romagna e +12% mediamente in Italia), ma non nella provincia di Ravenna per le quali ci si attente un altro segno meno (-4,2%), frenate dalla contenuta crescita dei mercati europei che costituiscono lo sbocco principale per le imprese ravennati. Ovviamente, molto dipenderà da come evolverà l’emergenza sanitaria. Passando al mercato del lavoro, come ci si aspettava, le stime propendono verso proiezioni negative: dopo il 2020, in cui gli effetti della pandemia hanno condotto ad una sensibile riduzione delle forze-lavoro e dell’occupazione, per la fuoriuscita dal mercato di molti lavoratori meno tutelati (donne, contratti a termine, giovani, ecc.), a cui si associa un aumento della disoccupazione, nel 2021 l’occupazione si ridurrà ancora e aumenterà ulteriormente il tasso di disoccupazione.

Nel dettaglio, nel 2021 i flussi in uscita non si fermeranno e le forze di lavoro continueranno a decrescere leggermente (-0,1%). Il tasso di attività, calcolato come quota sulla popolazione presente totale, sceso al 46,6% nel 2020 (47,7% nel 2019), tale rimarrà anche nel 2021. La pandemia ha inciso sensibilmente sull’occupazione, nonostante le misure di salvaguardia adottate, colpendo particolarmente i lavoratori meno tutelati e con effetti protratti nel tempo; lo scorso anno l’occupazione si è ridotta del -4,6% e la diminuzione è stata relativamente peggiore rispetto sia a quella stimata per l’occupazione regionale (-2,1%), sia rispetto a quella nazionale (-2%).

La tendenza negativa proseguirà, ma decisamente più contenuta nel 2021 e farà registrare un calo dell’occupazione ravennate del -0,6%. Il tasso di occupazione si è ridotto nel 2020 (a 43,4% dal 45,5% del 2019) e si ridurrà ancora leggermente nel 2021 al 43,2%. Il tasso di disoccupazione, pari a 4,6% nel 2019 e 5,8% nel 2018, in provincia di Ravenna lo scorso anno è risalito bruscamente al 6,9%, nonostante le misure di sostegno all’occupazione. Le conseguenze negative della pandemia sul mercato del lavoro continueranno a manifestarsi anche successivamente al rientro dell’emergenza sanitaria e le misure di sostegno all’occupazione dovranno contenere nel tempo e nel livello gli effetti sul tasso di disoccupazione provinciale che nel 2021 potrebbe salire ancora, arrivando al 7,4% (7,2% in Emilia-Romagna).

Infine, il reddito disponibile delle famiglie nel 2020 dovrebbe subire un calo (-2,8% annuo), a fronte dell’incremento stimato invece per l’anno in corso (+4,9%). Dal quadro previsionale appare evidente lo shock causato dalla pandemia, anche se si delinea per il 2020 una recessione un po’ meno acuta rispetto alle prime previsioni e pronostica una ripresa parziale leggermente più sostenuta per il 2021. Il rischio contagio però continuerà a pesare in attesa del proseguimento delle campagne vaccinali, non prive di ostacoli, per estendere il più possibile la protezione della popolazione: saranno quindi cruciali, anche per le future proiezioni economiche, l’evoluzione dell’emergenza sanitaria, i tempi per la disponibilità e la distribuzione di cure e vaccini e la copertura della maggior parte della popolazione per l’immunità, nonché la capacità di politiche fiscali e monetarie e la sensibilità sovranazionale per fronteggiare una recessione senza precedenti.

Sono 1.634 le imprese nate nella provincia di Ravenna nel 2020, 301 in meno rispetto all’anno precedente. A fronte di queste, però, 2.006 hanno chiuso i battenti nello stesso periodo, 180 in meno rispetto al 2019. Il risultato di queste due dinamiche ha consegnato, a fine anno, un saldo tra entrate e uscite negativo per 372 imprese e, dunque, a fine dicembre 2020 lo stock complessivo delle imprese ravennati ammontava a 38.298 unità.

Normalmente le cancellazioni di attività dal Registro delle imprese si concentrano nei primi tre mesi dell’anno ed è in questo periodo che si attendono le maggiori ripercussioni della crisi dovuta alla pandemia.

Crescono le società di capitali (+1,6%), che confermano l’orientamento – ormai consolidato – anche tra i neo-imprenditori, che, per affrontare il mercato, si affidano sempre più spesso a formule organizzative più “robuste” e strutturate, mentre diminuiscono imprese individuali (-1,6%) e società di persone (-1,8%), in particolare artigiane.

Dal punto di vista dei settori, a soffrire sono soprattutto il commercio (con un saldo pari a -144 contro -164 del 2019) e l’agricoltura (con un saldo pari a -144 contro il -150 del 2019). In territorio negativo anche manifattura (-51), costruzioni (-43), trasporto e magazzinaggio (-31), alloggio-ristorazione (-23) e, più a distanza, servizi alla persona (-9) e le attività finanziarie ed assicurative (-1).

Segnali positivi si rilevano dai servizi alle imprese, in particolare dalle attività di noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (+35), dalle attività immobiliari (+14) e dai servizi di informazione e comunicazione (+10). L’artigianato chiude il proprio bilancio annuale con 128 unità in meno, quando lo scorso anno la riduzione era stata di 167 unità. Tra i comparti artigiani, nel 2020, hanno fatto meglio le imprese di noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (+7) ed il commercio con 1 unità in più. In rosso la manifattura (-39), l’edilizia (-35), le attività dei trasporti e magazzinaggio (-20), i servizi alla persona (-17), alloggio e ristorazione (-7), gli altri servizi alle imprese (-13) e le attività agricole (-4). Aumentano le unità locali diverse dalle sedi (nel 2020 +128 unità-locali), raggiungendo il valore di 9.466 e quasi il 60% ha sede in provincia.

Rispetto all’intero tessuto produttivo provinciale, l’incidenza delle imprese artigiane passa dal 26,73% del 31/12/2019 al 26,66% del 31/12/2020, un dato pressoché invariato. Ciò a fronte del fatto che – rispetto al decremento del Registro Imprese di 376 unità – le imprese artigiane sono diminuite di 128 unità, assestando per questo l’incidenza percentuale rispetto al Registro Imprese ai livelli registrati nell’ultimo quinquennio, così come a fine 2002.

Come si può facilmente osservare, da fine 2008 a fine 2020, il Registro Imprese registra un calo di 3.212 imprese, delle quali quasi il 20% sono imprese artigiane.

Da notare che il dato delle imprese artigiane registrate in Emilia-Romagna (-0,90%) a fine 2020 è “migliore” rispetto a quello riscontrato su Ravenna (-1,24%), ed entrambi “peggiori” del dato nazionale (-0,37%).

Rispetto al decremento dell’Albo i comuni della provincia presentano dinamiche e performance molto simili. Tra i comuni principali, si registrano risultati negativi per Lugo (-3,22%), Russi (-2,67%), Ravenna (-1,48%) e Cervia (-0,21%). In controtendenza il dato di Faenza (+0,69%). Per quanto riguarda le aree territoriali, la Bassa Romagna segna un -2,08% e la Romagna Faentina, in linea col dato del Comune di Faenza, segna un +0,14%.

Relativamente alle Sezioni e alle Divisioni di attività si riscontrano, pur se quasi tutte caratterizzate da un andamento negativo, anche per il 2020, differenze nei trend che caratterizzano i diversi settori.

L’agricoltura e l’industria alimentare (dati aggregati), evidenziano una contrazione del 4,44% rispetto al 2019, che pure aveva visto una contrazione (-2,59%). Il decremento occupazionale registrato conferma le difficoltà del settore, così come la significativa flessione in termini di fatturato (-13,5%).

Il settore tessile-abbigliamento-calzaturiero registra una ulteriore contrazione e chiude a -4,18% rispetto al dato del 2019. Tale dato va contestualizzato nel ridimensionamento che ha caratterizzato il comparto nell’ultimo decennio. Indicativi, a tal proposito, i dati relativi al periodo 2009-2020, che riflettono un decremento che si attesta attorno al 25%.

La meccanica di produzione vede un decremento delle imprese del settore pari allo 0,78%, confermando – seppure in maniera più contenuta – i trend negativi che hanno caratterizzato gli 8 anni precedenti (-4,97% al 31/12/2019; -3,38% al 31/12/2018; -3,27% al 31/12/2017; -3,00% al 31/12/2016; -0,83% al 31/12/2015; -4,13% al 31/12/2014; -5,69% al 31/12/2013 e -4,43 al 31/12/2012). Tuttavia, i trend occupazionali positivi, suggeriscono una lettura diversa dei dati legati al registro imprese, ovvero una tendenza delle stesse a strutturarsi maggiormente per far fronte ai nuovi paradigmi della competitività.

Per quanto concerne il settore del legno (industria e lavorazione del legno e fabbricazione di mobili), dopo la leggera ripresa del 2019 (+0,61%), che seguiva i decrementi dell’ultimo quinquennio, registra un rallentamento pari al -1,22%. Nonostante la leggera flessione, il settore esprime dati positivi sia nei dati occupazionali (+5,75%), sia nel fatturato (+3,3%).

Ragionando per aggregati, il settore manifatturiero (agroalimentare, sistema moda, meccanica e legno/arredo) registra una diminuzione del 2,47%.

L’edilizia, vero traino della crescita dell’Albo delle Imprese Artigiane fino al 2008, registra una contrazione pari 3,05%. Pesa probabilmente sul risultato l’incertezza legata alla partenza degli incentivi in edilizia (Superbonus, Ecobonus, Bonus Casa e Bonus facciate in primis). Dal 2008, il comparto ha “perso” il 19% delle imprese registrate.

Nell’ambito del comparto, segno meno per gli impiantisti elettrici ed elettronici (-2,28%), sia per quelli idraulici (-3,62%), dove la componente maggiormente resiliente è ascrivibile quasi unicamente alla manutenzione di impianti di riscaldamento. Nel periodo 2009-2020, i due settori hanno registrato decrementi rispettivamente del 17,53% e del 10,54%.

Per quanto concerne il settore dei trasporti, il 2020 si chiude con un decremento delle imprese iscritte all’Albo del 3,15%, da ascriversi esclusivamente al trasporto merci (90% delle imprese del settore). Oltre a tali dati inequivocabili, si conferma una ulteriore contrazione della redditività delle singole imprese, dovuta principalmente alle restrizioni sulla mobilità legate alla pandemia, cui va aggiunto l’ormai annoso “problema” legato alla riduzione delle tariffe di trasporto riconosciute dal mercato, con ripercussioni pesanti sulla sopravvivenza delle stesse.

Nella manutenzione e riparazione di auto e motoveicoli si registra una contrazione rispetto a fine 2020 dello 0,40%, situazione che va a confermare una più generale contrazione in termini di imprese iscritte che caratterizza costantemente questo settore da ormai diversi anni, generato da un lato dalla crisi dei consumi privati che riducono gli interventi sul loro parco auto, non riparando i piccoli danni o evitando la manutenzione ordinaria del veicolo allo stretto necessario, e dall’altro dall’evoluzione tecnologica dei veicoli che impone una maggiore specializzazione con una conseguente concentrazione delle officine.

Nell’ambito delle attività professionali, si registra un decremento dell’1,79%, risultato che rappresenta un ulteriore rallentamento rispetto a quanto registrato a fine 2019 (-1,30%).

Nello specifico, per quanto riguarda i servizi alla persona, oltre a un ulteriore decremento delle tinto-lavanderie (-2,27%) e delle imprese di acconciatura (-2,88%), le imprese di estetica continuano ad aumentare (+1,08%). Va ricordato che questi ultimi due settori caratterizzano il comparto per oltre il 90% delle imprese registrate nell’ambito dei servizi alla persona.

A conferma della sempre maggiore tendenza delle Imprese a strutturarsi in forme complesse di organizzazione, per quanto riguarda la forma giuridica, va segnalato il confermarsi del costante aumento delle Società di Capitale, aumentate nell’ultimo anno di una percentuale superiore al 5%, mentre le Società di Persone incidono sul totale imprese artigiane per quasi il 20%.

I dati relativi all’occupazione rilevati nel corso del 2020 evidenziano un decremento della forza lavoro del 5,92%.

Si registra pertanto un’inversione del trend consolidatosi da fine 2017, quando, per la prima volta dal 2008, si era raggiunto un risultato superiore a quello registrato pre-crisi. A fine 2020, rispetto a fine 2008, si constata un aumento occupazionale pari al 3,87%.

Questi dati si riferiscono a un campione rappresentativo di imprese artigiane e piccole imprese.

Relativamente ai principali settori dell’economia artigiana, il comparto delle costruzioni, vero traino della crescita occupazionale fino al 2007, interrompe la crescita iniziata nel 2014, dopo la decrescita occupazionale registrata nel quinquennio precedente, evidenziando al 31/12/2020 una contrazione del 10,55%.

Il risultato negativo è da attribuire prevalentemente alla forte contrazione del settore impianti (-13,06%). Occorre comunque ricordare che l’edilizia ha perso quasi il 15% della forza lavoro da fine 2008.

Cala significativamente l’andamento occupazionale per le attività inerenti all’auto e moto-riparazione (-7,18%): dato ancora più negativo rispetto a quello del 2019 che già aveva interrotto la sorprendente crescita iniziata a fine 2016.

Anche il tessile calzaturiero registra un decremento occupazionale (-10,81%). Su questo dato hanno indubbiamente inciso le chiusure imposte dal lockdown, che hanno comportato la cancellazione di almeno due campionari. Va comunque sottolineato che il settore ha perso, negli ultimi 10 anni, quasi il 40% di occupati.

La meccanica di produzione continua ad esprimere valori positivi (+1,52%). Questo incremento occupazionale, unito al decremento delle imprese registrate, può essere letto come la conferma alla tendenza delle imprese più strutturate a continuare ad assumere addetti.

L’agricoltura e l’industria alimentare (dati aggregati), registrano un decremento pari al 2,92%, interrompendo di fatto il trend positivo avviatosi dal 2015.

Positivo l’andamento occupazionale per il settore trasporto merci (+5,72%). Va qui ricordato che il trasporto merci ha perso dal 2008 oltre il 20% della forza lavoro.

Il settore dei servizi alla persona esprime un netto decremento sia per ciò che riguarda gli acconciatori (-14,49%), sia per gli estetisti (-37,70%), in quanto tra le categorie più colpite dalle chiusure imposte dalle norme di prevenzione dalla pandemia. Al netto delle dinamiche dovute alla pandemia, il settore conferma l’andamento altalenante e ciclico dei trend nell’ultimo decennio.

Per quanto riguarda i principali comuni e le principali aree territoriali della provincia, si evidenzia ovunque un marcato decremento occupazionale: Ravenna -3,98%, Cervia -24,52%, Russi -2,67%, Lugo -9,69%, Bassa Romagna -4,05%, Faenza -7,15% e Romagna Faentina -5,35%.

Dopo la battuta d’arresto registrata a fine 2019, torna a crescere il numero di addetti extra nazionali occupati dalle piccole e medie imprese e dall’artigianato (+15,10%). Dal 2008 si registra una diminuzione di questa forza lavoro di circa il 12%. Le nazionalità più rappresentative in termini di dipendenti extra nazionali sono nell’ordine quella rumena, albanese, marocchina, senegalese e moldava.

Meccanica di produzione, trasporti e impiantistica, si confermano come quelle attività che di più, rispetto ad altre, assorbono manodopera extra nazionale.

Altri importanti elementi di analisi per cogliere i segnali circa l’andamento dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa nella nostra provincia, si colgono dai dati resi disponibili dalla Banca d’Italia in merito al credito e agli investimenti.

Nel corso del 2020 sono stati concessi, in ambito provinciale, finanziamenti alle imprese per un valore inferiore dell’1,50% a quelli registrati al 31/12/2019.

Va inoltre ricordato che negli ultimi 8 anni si riscontra una diminuzione dei finanziamenti erogati di quasi il 18%.

La contrazione registrata nel 2020 conferma che le dinamiche del credito continuano ancora a risentire della debolezza della domanda di finanziamenti del settore produttivo.

Nel settore industriale si riscontra la crescita dei prestiti, pari al +0,58%, a fronte della battuta d’arresto dello scarso anno (-2,99%) dopo anni di crescita continua: sembra in ripresa la spinta legata alle misure di agevolazione fiscale sugli investimenti tecnologici contenute nel Piano impresa 4.0.

Cresce del 2,12% il dato relativo agli impieghi bancari destinati al settore dei servizi, dopo il crollo (-12,30%) registrato nell’anno precedente, mentre il settore delle costruzioni segna un “drammatico” -37,62%, in netta controtendenza rispetto ai timidi segnali di ripresa dell’edilizia e del mercato immobiliare registrati negli anni precedenti. Il dato risente, probabilmente, del ritardato avvio dell’operatività legata ai Bonus in Edilizia.

Possiamo, inoltre, affermare che, in merito all’operatività dei finanziamenti concessi, mentre nel 2008 i due terzi dei finanziamenti riguardavano investimenti produttivi (beni mobili/immobili strumentali) e un terzo concerneva la liquidità (linee correnti e consolidamento), nel corso degli anni la situazione si è ribaltata e nel 2020 assistiamo ai due terzi di richieste per liquidità aziendale e un terzo per investimenti, a conferma dello stato di difficoltà in cui versa ancora il Paese.

Il 2020 si chiude con una variazione negativa del 9,10%, interrompendo il trend positivo iniziato nel 2015. Se si confrontano i dati di fine 2020 con quelli disponibili al 31/12/2008 si riscontra un calo del fatturato di poco inferiore al 20%.

I settori analizzati descrivono una generale contrazione in termini di fatturato, seppure evidenziando dinamiche diverse. Va infine rilevato che, meccanica a parte, tutti i settori sono lontani dal fatturato che avevano registrato nel 2008.

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