Eni: Cgil, Cisl, e Uil al Presidente della Repubblica: In ballo c’è il futuro industriale del Paese

Lettera aperta a Mattarella: "La chimica è una delle dorsali su cui abbiamo costruito l'avventura industriale del paese. Eni è il cuore di questa dorsale". Smantellamento inaccettabile

Più informazioni su

Alla vigilia dalla grande manifestazione dei lavoratori del gruppo Eni e Saipem prevista per domani a Roma, i segretati generali di FILCTEM CGIL Emilio Miceli, FEMCA CISL Angelo Colombini e UILTEC UIL Paolo Pirani hanno indirizzato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella una lettera aperta per spiegare a un’istituzione super partes le ragioni delle mobilitazioni di questi mesi e il no allo smantellamento della chimica. Ne riportiamo di seguito il testo integrale.

Gentile signor Presidente,
ci rivolgiamo a Lei lontani dall’obiettivo davvero inusuale di investire di ruolo vertenziale la Presidenza della Repubblica. Quello che Le rivolgiamo è un semplice appello, rivolto ad una Istituzione super partes, affinché possa conoscere le nostre opinioni e condividere il nostro stato di malessere in relazione non solo alla prospettiva di vita di decine di migliaia tra lavoratrici e lavoratori di Eni e delle sue controllate, ma al rischio che un distacco progressivo dell’Eni dal suo paese accentuerebbe il declino dell’Italia sul piano economico, delle infrastrutture, della sfida in corso per rimanere tra i paesi a più alto tasso di presenza industriale e, insieme, a preservare tanta parte della ricchezza di quella ” provincia” italiana che Eni nel corso dei decenni ha orientato verso lo sviluppo, la capacità competitiva, la modernità.

Non intendiamo raccontarle la “vertenza” della chimica, dopo l’annuncio della vendita della controllata Versalis ad un fondo americano che possiede scarsa consistenza finanziaria in relazione a questa possibile acquisizione. Oppure il rischio che dopo una estenuante trattativa ed un accordo in sede di Governo, con i segni evidenti di una rivolta sociale in embrione, il territorio di Gela possa trasformarsi in un enorme ” buco nero” che segnerebbe la fine della convivenza civile in una città già segnata drammaticamente dal degrado e dagli effetti di una gestione industriale che poteva esprimersi sicuramente a ben altri livelli.

La chimica di base italiana è una infrastruttura che attraversa in lungo ed in largo il Paese ed è quindi qualcosa di più di una azienda: è una delle dorsali su cui abbiamo costruito l’avventura industriale del paese. Eni è il cuore di questa dorsale: Priolo come Ravenna e Mantova, Porto Torres, in una Sardegna già devastata dalla crisi, Ferrara piuttosto che Brindisi o Ragusa o Porto Marghera, raccontano la storia dell’Italia che ha imparato a crescere ed a credere in sé stessa al servizio di centinaia di imprese che hanno creduto in un progetto alto e di lungo periodo. Eni, lo abbiamo detto in premessa, vede una prospettiva in cui l’Italia non c’è più oltre la chimica abbandonerebbe progressivamente anche la raffinazione. Inutile raccontarle ancora, dalla Sicilia all’estremo Nord, quanta altra parte della “provincia” italiana entrerebbe in crisi. Tutto ciò è difficile spiegarlo ad un “azionista” o ad un fondo che promette ricchezze a breve ai suoi investitori.

Sappiamo che i cicli economici sono segnati dall’instabilità ma sappiamo pure che non è possibile, se volgiamo lo sguardo proprio a quella spina dorsale del paese, pensare soltanto al prossimo “conto economico”. Eni, complice un preoccupante e per certi versi devastante calo del prezzo del greggio, ha deciso di dichiararsi sconfitta. Comprendiamo le difficoltà, anche se i primi segni di una ristrutturazione pesante li abbiamo colti in una fase completamente diversa della attuale congiuntura negativa; ma non possiamo tollerare ed accettare il più pesante smantellamento mai operato nella storia della Repubblica italiana. Questo è inaccettabile per chiunque ed è ancora più inaccettabile per un gruppo come l’Eni e per il suo buon nome in questo paese.

Ovviamente saremmo in grado di dimostrare quanto quello che abbiamo esposto sia vero, figlio della nostra esperienza, delle conoscenze di tanti tra tecnici ed operai che vi lavorano, di un intenso rapporto con il management dell’Eni e supportato dalle preoccupazioni espresse dalle Regioni, dai Comuni interessati e da tanti parlamentari della Repubblica. Ecco. Abbiamo pensato che chi lavora e produce forse è giusto che dialoghi con chi rappresenta le Istituzioni al livello più alto: con lo stesso Presidente della Repubblica. Intendevamo informarla con un mezzo diretto, “personale”.

Il 19 febbraio sarà la terza volta che effettueremo 8 ore di sciopero e saremo a Roma, a piazza SS. Apostoli. Grideremo la nostra contrarietà per farci ascoltare, pronti a spiegare le nostre ragioni. Non consentiremo a nessuno di riscrivere la storia del paese. Chiediamo a tutti, dal Governo all’Eni, di interpretarla facendo innanzitutto leva sulle grandi competenze umane e professionali di cui disponiamo piuttosto che su una lettura superficiale e frettolosa dei cicli economici. C’è bisogno di ben altro, di altre e diverse idee, di altra tensione e di una nuova consapevolezza comune; di un progetto condiviso. Non è lacerando l’Italia che si persegue il bene comune. Noi siamo pronti a discutere e dialogare per questo Paese: per difenderlo, per migliorarlo.

Più informazioni su