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Gianluca Pini e la crisi della Lega: Salvini è su un piano inclinato, la discesa inesorabile. Spero nella Lega di Giorgetti e dei ceti produttivi. A Ravenna avrei votato Ancarani

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Gianluca Pini, 48 anni, ex deputato per tre legislature, è stato a lungo uomo forte della Lega in Romagna, prima dell’avvento di Matteo Salvini. Segretario nazionale della Lega Nord Romagna dal 1999 al 2015, Pini è tra i fondatori dei “Barbari sognanti” la corrente di Bobo Maroni che porta l’ex Ministro alla segreteria della Lega nel dopo-Bossi (2012). Nel 2013 cerca di sfidare il fondatore Umberto Bossi al tramonto e l’astro nascente Matteo Salvini al congresso della Lega, ma la candidatura di Pini non va in porto. È il congresso della consacrazione del Capitano.

Che Salvini a Pini non vada giù, lo si capisce chiaramente al congresso successivo (2017) quando il romagnolo sostiene il candidato Giovanni Fava, che soccombe nettamente nel duello con Matteo Salvini. Alle elezioni politiche del 2018, con una Lega ormai saldamente nelle mani di Salvini, Pini decide clamorosamente di non ricandidarsi. Poi il progressivo allontanamento dal partito che cambia nome e diventa Lega Salvini Premier, a immagine e somiglianza del leader. Un partito a cui Pini non aderisce. E sul quale, anzi, comincia a sparare. Coltivando l’idea di rimettere in piedi la Lega Nord, quella dei fasti bossiani, magari con un passo avanti di Giorgetti.

La prima bordata anti-Salvini arriva alle regionali del 2020, poi segue quella per le amministrative di Faenza quando Pini scende in campo per dire che la Lega ha sbagliato tutto e Paolo Cavina non è il candidato giusto. Il canovaccio si ripete a Ravenna pochi giorni prima del voto: Pini esce pubblicamente affermando che la Lega e il candidato Filippo Donati hanno abbandonato i ceti produttivi nelle mani del centrosinistra e profetizza che de Pascale ha la vittoria in tasca al primo turno. Profezia facile, certo, ma andata a segno. E mal digerita da una Lega che nella città dei mosaici è andata malissimo e si è fatta superare perfino da Fratelli d’Italia.

Gianluca Pini

L’INTERVISTA

Gianluca Pini, lei si aspettava un risultato così negativo della destra e in particolare della Lega? Filippo Donati ha confessato di essersi accorto che le cose nella Lega non andavano bene, quando ha visto la sua dichiarazione a pochi giorni dal voto…

“Donati, che è persona avveduta, naturalmente avrà capito che c’è una distanza siderale fra le Lega di oggi e la Lega di prima. Quella era una Lega che ascoltava il territorio, creava classe dirigente, dialogava con il mondo produttivo, cioè con gli imprenditori e i lavoratori. Questa Lega qui invece è a immagine e somiglianza di Salvini, una persona molto piena di sé, autoreferenziale, senza un minimo di senso di autocritica di fronte agli errori compiuti, e di errori ne sono stati fatti tantissimi in questi anni a livello nazionale, dal Papeete in poi. Ma anche a livello locale, dove alla fine è stata allontanata gente capace come Samantha Gardin per lasciare spazio a persone incapaci.”

Che differenza c’è fra la Lega di Bossi e quella di Salvini a livello politico e culturale? Quindi non solo dal punto di vista del carattere del capo. A me sembra si sia passati dalla lotta contro il potere romano centralista e corrotto al sovranismo, dall’autonomismo al nazionalismo… cos’altro?

“L’ha già detto lei. La differenza di fondo è che la Lega Nord e la Lega di Salvini sono due cose distinte e diverse. Anche da un punto di vista formale. La Lega Nord di Bossi è stato il primo grande riuscito esperimento di un movimento post-ideologico che non guardava né a destra né a sinistra, ma si collocava oltre queste caratterizzazioni ideologiche, nel momento in cui il sistema cristallizzato su quelle divisioni destra-sinistra crollava negli anni che hanno preceduto tangentopoli. Quello di Salvini invece è un movimento di destra che scimmiotta in peggio la destra della Meloni. Quindi, anziché andare a coprire uno spazio politico enorme che c’è – che possiamo definire liberale, conservatore o repubblicano nella accezione americana – questa Lega si va a schiacciare sulla destra, come se fosse un terreno di conquista, mentre in realtà quello è un elettorato che non tradisce mai, ben definito, magari importante anche per certe questioni sociali, ma che non sarà mai maggioritario in questo paese. Quello è un elettorato che resiste come reazione alle politiche sbagliate dell’Europa e si rifugia nel sovranismo e nel nazionalismo. Invece può essere maggioritario un elettorato di centro e moderato, dei produttori, in chiave nordista. Non parlo della DC che era assistenzialista. Parlo di una Lega come quella di Giorgetti e dei Governatori del Nord che guardano ai ceti produttivi.”

Gianluca Pini

Lei ha già dichiarato che se Giorgetti e i Governatori dessero battaglia dentro la Lega lei sarebbe della partita. Me lo conferma?

“Ho tanti difetti ma anche qualche pregio, che mi è riconosciuto dagli avversari: fra i pregi c’è quello della coerenza. Per me la visione rimane quella di un movimento politico post-ideologico, che guardi pragmaticamente alla soluzione dei problemi di questo paese e dei nostri territori. Quindi se c’è un ritorno a questo sano pragmatismo, al buon senso, alla meritocrazia – lasciando da parte il leccaculismo – io e non solo io, penso, ma quanti hanno a cuore le sorti del paese e dei nostri territori, si renderanno disponibili. Questo quando potrà accadere? Non lo so con esattezza, ma secondo me presto, perché vedo Salvini su un piano inclinato dal quale non riesce a uscire. La sua discesa è inesorabile.”

Questa idea di stare con un piede nel governo e un piede fuori non paga, piuttosto logora: lei che ne pensa?

“Ma no, Salvini non ha il physique du rôle per poterlo fare. La Lega di lotta e di governo sapevano farla Bossi ai suoi tempi o Maroni, ma con un altro spirito, comunque con l’intento di trovare soluzioni e non di creare solo problemi. Per cui io credo che a una prossima crisi, tipo quella di Morisi, per salvaguardare la propria credibilità e quella della Lega qualcuno dovrà muoversi e sfilarsi dal disegno salviniano. Allora ci sarà un ritorno alla Lega Nord come immagino io, oppure nascerà un qualcosa che stia su quel versante, che recuperi quell’esperienza pur chiamandosi in un’altra maniera. Adesso si va sempre a cercare il salvatore della patria – oggi è Draghi – perché serve qualcosa di trasversale che va oltre la destra e la sinistra. Quello che c’era anche prima, ma che qualcuno ha voluto disintegrare.”

Tutta la partita del Green Pass è stata gestita da Salvini in maniera strana e poco comprensibile…

“Più che strana, io direi imbarazzante.”

Sembra non abbia capito che i ceti produttivi del nord hanno bisogno di uno strumento come il Green Pass per tornare a lavorare con una certa tranquillità…

“Salvini ha perso totalmente di vista i ceti produttivi, che ripeto, non sono solo gli imprenditori ma anche i lavoratori. Lui ha sposato politiche assistenzialiste perché il sovranismo e il populismo sono state la strada più facile per arrivare al potere, a un certo punto. Ma il problema è che ha disconosciuto tutto quello che la Lega aveva fatto negli anni precedenti, soprattutto nei territori. E la sconfitta è arrivata proprio laddove la vecchia Lega è stata sostituita da quella di Salvini. Mentre dove la vecchia Lega è rimasta, come in Veneto, le cose sono andate bene. In pochi l’hanno notato, ma in Veneto nessuno ha presentato il marchio Lega Salvini Premier, lì s’è presentata la Lega e ha portato a casa il risultato.”

Se parliamo di territori, in Romagna la gestione Morrone è incappata in clamorosi insuccessi negli ultimi 2 anni. Qualcuno lo mette in discussione. Lei che giudizio ne dà?

“La cosa non mi appassiona. In primo luogo perché stiamo parlando della Lega di Salvini che non è più il mio partito, io non mi sono mai iscritto alla Lega di Salvini. Sono rimasto iscritto orgogliosamente alla Lega Nord. Non mi appassiona perché stiamo parlando di una guerra interna a una formazione che sembra una banda di scappati di casa. Anche se adesso lui viene criticato pesantemente per i risultati che non è riuscito a portare a casa, e per avere assunto atteggiamenti arroganti verso gli alleati, come ho letto sui giornali, non vedo però una classe dirigente alternativa. Lui viene messo in discussione da gente che probabilmente farebbe peggio di lui. Certo, ha la responsabilità di non avere creato attorno a lui una classe dirigente: a Ravenna ha allontanato gente capace come la Gardin, per far spazio a Rolando. È come uno che fa una squadra di calcio ma per non avere in squadra qualcuno che gli fa ombra prende solo brocchi. A quel punto non puoi pretendere di vincere il campionato.”

Lei dice che sostanzialmente il risultato di Ravenna dipende dal fatto che la Lega si è incartata, ma non esprime un giudizio negativo sul candidato Donati a Ravenna. O sbaglio?

“La Lega si è incartata, ma anche Fratelli d’Italia non è andata benissimo. Fossi stato nei loro panni – anche in virtù dei sondaggi che giravano – avrei fatto valere di più le mie ragioni. Avrei puntato i piedi non per avere un mio candidato ma per trovare un candidato più di equilibrio. Donati però sconta il suo peccato originale: ha passato tutto l’arco costituzionale. Nel momento in cui il leader nazionale della Lega ha un problema di credibilità a livello nazionale, scegli un candidato che ha un problema di credibilità a livello locale: secondo me è già un miracolo che Donati abbia superato il 20%.”

Quindi per lei aveva ragione Alberto Ancarani su Donati?

“Assolutamente sì. Io rispetto sempre le persone che mostrano coerenza. Se avessi votato a Ravenna avrei votato Ancarani.”

Dall’esterno è parso chiaro a tutti che l’armata del 2016 messa in piedi da lei e Ancisi era molto più agguerrita di quella del 2021 per contrastare de Pascale. Qual è il suo punto di vista?

“Lì c’era un progetto. Qua no. Il progetto del 2016 aveva basi solide. Era la prima volta che eravamo riusciti a convincere Ancisi a far parte di una coalizione e questo dava credibilità alla coalizione, al punto che con Alberghini siamo arrivati molto vicini al risultato clamoroso. Solo il tradimento della Pigna al ballottaggio e la mancanza di visione politica della Guerra che ha fatto mancare il suo appoggio ci ha impedito di vincere. Ci è mancato l’ultimo miglio. Abbiamo fatto anche errori strategici noi, perché non mettemmo abbastanza al riparo Alberghini da una connotazione troppo leghista. Ma ce l’avevamo quasi fatta.”

Lei non è della Lega di Salvini ma sul marchio Lega ha messo in piedi anche un contenzioso con i vertici attuali. A che punto siamo?

“È ancora in piedi. Comunque io continuo ad avere i miei rapporti e le mie relazioni sia politiche sia istituzionali e quando posso dare una mano la do, per il bene del territorio. La politica si può fare anche fuori dai partiti o senza ruoli istituzionali. Insieme ad alcuni amici stiamo cercando in ogni caso di tenere in vita il progetto di far ripartire la Lega Nord. Non in maniera nostalgica. L’obiettivo è di un nuovo movimento che riscopra le sue origini, che faccia il sindacato del nord e del mondo produttivo. Con alla guida Giorgetti.”

D’Alema diceva che la Lega era una costola della sinistra…

“D’Alema ne ha dette tante, questa era una delle sue tante stupidaggini.”

Adesso però sembra a tutti gli effetti una costola della destra, come diceva lei prima…

“Adesso sembra quasi la spina dorsale della destra. La Lega Nord non era di destra e non era di sinistra. Io non sono mai stato né comunista né di destra…”

Matteo Salvini

Quindi non era un comunista padano come Salvini?

“No, (ride, ndr). Non ho mai frequentato i centri sociali o il simbolo del PCI. Ma non ho nemmeno mai avuto tessere di destra o frequentazioni di estrema destra. Io ho aderito alla Lega Nord in quanto movimento post-ideologico, perché stanco dell’eterna contrapposizione fra destra e sinistra. Una delle ragioni è anche la mia formazione anglosassone, perché ho studiato e mi sono diplomato all’estero. Ho imparato che la politica serve a risolvere i problemi, non a crearli. E poi facendo l’imprenditore mi sono interessato alla politica per risolvere i problemi del mondo del lavoro a 360°, per difendere gli interessi di chi produce e per difendere le libertà individuali, anche quelle più personali.”

Cioè?

“Parlo di scelte individuali. Ricordo Bossi che ci diceva sempre che a lui non fregava niente di cosa facevamo in camera da letto, ma gli interessava come ci comportavamo come cittadini che avevano degli obblighi e degli impegni presi con la cittadinanza. Eravamo laici e aconfessionali.”

Non siete mai andati in piazza con il rosario…

“No, assolutamente (ride, ndr).”

Il suo giudizio su Michele de Pascale: come si è mosso da Sindaco?

“A me pare si sia mosso discretamente bene, facendo l’interesse della collettività, non ci sono state vicende particolarmente critiche e criticabili. Con lui ci sono stati anche momenti di collaborazione sul territorio, per esempio per sbloccare la partita dell’hub portuale o per cercare di sbloccare la vicenda dell’oil&gas.”

Quindi anche su questo punto alla fine aveva ragione Ancarani, a questo giro de Pascale non era battibile?

“Assolutamente. È sempre difficile battere un Sindaco uscente, a meno che non abbia fatto dei disastri. E lui onestamente non li aveva fatti. La prossima volta invece…”

La prossima volta?

“Beh, nel disastro del centrodestra, possiamo dire che siamo all’anno zero. Quindi vediamo cosa succede a livello di rifondazione del centrodestra e dell’opposizione. Se si parte per tempo, la prossima volta potrebbe essere la volta buona: a patto di presentare un candidato all’altezza della sfida e di federare le forze, come facemmo nel 2016.”

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Commenti

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  1. Scritto da ravennate deluso

    Si fa fatica a non concordare con l’analisi di Pini, che non difetta ne’ di coerenza ne’ di pragmatismo, soprattutto quando analizza la posizione di Salvini che è veramente, e da tempo, su un piano fortemente inclinato dove ha inanellato una serie di errori catastrofici che l’ha portato quasi a dimezzare i consensi (stando ai sondaggi) rispetto alle ultime elezioni europee. E la “gara”, persa in partenza, che Salvini ha intrapreso con la Meloni per la supremazia nel centrodestra ne è la dimostrazione evidente, e ricorda da vicino la debacle successa a Renzi. Il vizio poi di allontanare gente capace non è solo una prerogativa della Lega ma di tutto il centrodestra, Forza Italia in particolare. Contrariamente al 2016, nelle ultime elezioni comunali il centrodestra non si è voluto federare e la responsabilità di ciò non so di chi sia, ma è equivalso a perdere in partenza. Lo “smarcamento” di Ancarani, da subito contrario alla candidatura Donati, forse perché ambiva lui ad essere il concorrente di De Pascale, ha minato fin da subito le possibilità di successo della coalizione che, senza Ancisi e senza la Pigna, non poteva vincere e la dimostrazione è data dall’aumento dell’astensionismo. Se il centrodestra non smette di marciare diviso NON POTRÀ MAI ribaltare l’attuale maggioranza, è un ragionamento molto semplice ma, evidentemente, gli egoismi personali e la miopia di gente incapace che si crede insostituibile, fanno premio sulla necessità di un ricambio politico a livello locale.

  2. Scritto da Obezio

    Che intervista stucchevole. Glorifica Bossi, condannato a 2 anni per truffa ai danni dello stato, per non parlare del “trota” vissuto da nababbo mantenuto da noi contribuenti onesti. Certo aveva un intuito politico non da poco, ma resta una figura losca. 49 milioni è la truffa.

  3. Scritto da Alvaro Ancisi

    Politicamente inteessante ed onesto, salvo poche precisazioni. “Era la prima volta che eravamo riusciti a convincere Ancisi a far parte di una coalizione e questo dava credibilità”: vera la credibilità data dal marchio di Lista per Ravenna, ma non che siano “riusciti a convincere Ancisi a far parte di una coalizione”. Ce ne fu una nel 2006, con Forza Italia e il rifiuto di AN. Ma nel 2016 fu LpRA a lanciare pubblicamente la proposta di una coalizione col centro-destra però ad impronta civica, a cominciare dal candidato sindaco, con determinate garanzie di “verginità ” e autonomia politiche (poi fu Alberghini), e dal programma (che ci fu demandato). Pini la raccolse subito (presente la Gardin alla Rocca) e ne discese l’accordo a due esteso poi a FI e FdL. “…non mettemmo abbastanza al riparo Alberghini da una connotazione troppo leghista”: vero. Ma questa è stata la sofferenza subìta da LpRA, che ci ha fatto solo quasi vincere. Quest’anno poi, Lega e FdI sono andati nel burrone di loro volontà.

  4. Scritto da garbino

    Un altro chiacchierone come Salvini e tanti altri.

  5. Scritto da Castruccio

    Nessuno fino ad ora ha detto l’unica verità, che è quella dei dati elettorali. Il centro destra è andato meglio nel 2021 rispetto al 2016. Con buona pace di Pini, Ancisi ed Alberghini. In una elezione a doppio turno, il dato che conta è il primo turno ovviamente e nel 2016 tutto il centro destra, Pigna esclusa, ha sostenuto Alberghini. Risultato 27%. Nel 2021 i partiti che hanno sostenuto Donati hanno preso il 23%. Se si aggiunge il 5% di Ancisi ed il 3% di Ancarani si supera il 30%. Il motivo del ballottaggio lo si deve ad una sinistra che nel 2016 era divisa (Sutter 6%, Cambierà 12%) e nel 2021 no. Il resto è solo conversazione.