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Il segretario dem Alessandro Barattoni va a congresso da candidato unico e vincente: per le alleanze, il Pd punti sul “modello Faenza e Ravenna”

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Allenatore che vince non si cambia. Alessandro Barattoni, dalla fine del 2017 segretario provinciale del Pd, dopo la traumatica esperienza delle elezioni del marzo 2018 (anche se qui i candidati Pd sono stati eletti) ha superato brillantemente tutte le prove elettorali successive e ha organizzato con ottimi risultati anche due feste nazionali dell’Unità, prima che ci piombasse addosso la pandemia. Una bacheca già piena di trofei. Quindi i Dem di Ravenna, che affrontano il congresso provinciale in assenza di un’assise nazionale, hanno pensato bene di non cambiare in corsa il mister: Barattoni è il candidato unico alla segreteria. Nessuno ha osato e nemmeno pensato di poterlo sfidare.

Venerdì scorso si è chiusa la fase delle candidature e lui è risultato competitore solitario. Praticamente un ossimoro. Sarà un congresso un po’ in tono minore quello ravennate, poiché non collegato all’elezione del leader nazionale, ma nondimeno è un appuntamento significativo che coinvolgerà diverse centinaia di iscritti, militanti e dirigenti. Se pensiamo che solo pochissimi organismi politici praticano queste forme di democrazia – non ci risultano congressi ravennati delle altre forze politiche maggiori da tempo immemore – si tratta di un fatto che va sottolineato e apprezzato. A prescindere.

L’INTERVISTA

Barattoni, la sua candidatura unica e unitaria è la sanzione ufficiale di una stagione di successi. Ma i Dem sono davvero tutti uniti e schierati dietro il loro segretario?

“È una domanda a cui non vorrei rispondere mai. Nel senso che io ho sentito di avere il partito al mio fianco: una condizione fondamentale per la mia candidatura è il sostegno di tantissimi dirigenti e militanti con i quali ho lavorato in questi anni. In tutti i comuni, da Brisighella a Cervia. Non credo questo significhi che sono sempre stati tutti d’accordo con me, ma che c’è il riconoscimento del mio lavoro, perché ho sempre cercato di esserci, anche quando le cose non andavano bene, ho cercato di ascoltare tutti, di fare poi la sintesi e decidere, prendendomi la responsabilità delle scelte fatte. Questo deve fare un segretario.”

Decisioni che hanno dato buoni risultati. Quindi a lei Barattoni è andata bene.

“Sì, in questi anni è andata bene. Anche se la fase politica è stata molto movimentata: è successo tutto e il contrario di tutto in questi quattro anni. Quando sono diventato segretario del Pd di Ravenna il Pd era al governo del paese con Gentiloni.”

E c’era ancora Renzi alla segreteria…

“Mi sono ritrovato segretario nel marzo del 2018 con le persone che affollavano le cabine elettorali per mandarci a casa. Poi ci sono state le Europee del 2019 con abbinate le elezioni amministrative in 14 comuni del territorio. E quella notte sembrava che il voto politico – andato al centrodestra – ci facesse perdere il governo di diversi comuni, invece qui abbiamo vinto ovunque, fuorché a Brisighella. Poi c’è stato il 2020 con la vittoria regionale e quella di Faenza. Infine Ravenna. Certo uno tende a ricordarsi solo i momenti elettorali, ma abbiamo fatto anche altre cose importanti.”

Michele de Pascale Alessandro Barattoni

Beh, avete organizzato in modo brillante anche due feste nazionali dell’Unità: non è poco.

“Sì. Sembra un’epoca lontana. Ma era l’altro ieri. È stata la prima volta della festa nazionale del Pd a Ravenna e la prima volta in cui la festa è stata riconfermata nello stesso posto. Una doppia soddisfazione.”

Quali sono i temi all’ordine del giorno del vostro congresso?

“Non c’è un congresso nazionale del Pd in questo momento e quindi non c’è un traino né una traccia di linea congressuale nazionale. Inoltre, il dibattito è riservato agli iscritti e questo in un certo senso è un limite. Dopo il grande risultato del voto del 3 e 4 ottobre e dei ballottaggi secondo me il Pd dovrebbe fare uno sforzo per aprirsi alla società, per discutere in modo aperto del suo ruolo in questa fase politica e della sua funziona storica. Noi qui cerchiamo di farlo, tenendo delle iniziative sui nostri territori per ragionare su come deve essere il mondo post-Covid che – lo abbiamo detto tutti – deve essere diverso da quello pre-Covid, poiché prima era ingiusto, diseguale, cristallizzato. In questo quadro, il tema è quale funzione può e deve svolgere il Pd.”

Ci dia alcune tracce o parole chiave.

“Vorrei che tre parole diventassero la chiave del Pd del futuro: rappresentanza, militanza, solidarietà. Un partito in grado di rappresentare meglio la società. Lo abbiamo fatto, per esempio, nella fase acuta della pandemia, quando abbiamo detto di fronte alle giravolte di altre forze politiche basta, non si può speculare sulla salute e sulla sanità pubblica. Le priorità sono la salute e il lavoro per tutti.”

Quindi, per riassumere, lei ritiene che il Pd abbia incarnato la parte che più seriamente e con equilibrio si è fatta carico di gestire la crisi sanitaria per salvaguardare salute pubblica, economia e lavoro. E che molti italiani lo abbiano visto e capito. Ma per il futuro?

“Vorrei che gli italiani vedessero nel Pd quella forza politica che chiaramente mette al centro tre o quattro punti fondamentali, su quelli si batte e così si propone di interpretare e rappresentare gli interessi di tanti cittadini, donne, giovani, lavoratori, imprenditori.”

Quali sono secondo lei i temi sui quali il Pd deve puntare?

“Salute, lavoro, transizione ecologica. Ma dobbiamo essere in grado di andare oltre i titoli. Se parliamo del lavoro, per esempio, deve essere chiara la nostra posizione nella discussione che si sta facendo sulla manovra economica. Perché c’è molta differenza, quando parliamo degli 8 miliardi di politica fiscale che dovranno essere finalizzati, se li indirizziamo al taglio del cuneo fiscale e del costo del lavoro come diciamo noi, oppure se li destiniamo alla flat tax come chiede la destra. Sono due scelte molto diverse fra loro. Perché da trent’anni in Italia salari e stipendi sono sostanzialmente bloccati mentre in Germania e Francia sono cresciuti fra il 25 e il 30%. In termini reali i nostri salari sono fermi a 30 anni fa e non possiamo quindi accontentarci di guardare a una crescita del 6% pensando che questa risolva tutto, mentre invece le famiglie sono in sofferenza, così come larga parte dell’economia reale.”

Alle viste intanto c’è l’elezione del Presidente della Repubblica. Alessandro Barattoni come la vede?

“Io credo che prima di tutto bisognerebbe togliere Draghi dal mazzo dei papabili e provare a dare a Draghi una maggioranza politica il più coesa possibile rispetto alle scelte fondamentali per l’Italia. Per il Quirinale proverei a individuare una figura il più condivida possibile.”

Berlusconi?

“È un candidato molto lontano dalle mie premesse e aspettative.”

Gentiloni, che sembra essere il candidato di Renzi?

“Chi in questo momento fa dei nomi, li fa guardando soprattutto alle caselle che si liberano e alle possibili ricadute politiche. Magari li fa per bruciare candidature o mettere in difficoltà gli avversari. Non va bene. Non possiamo passare tre mesi a discutere dei nomi di un possibile Presidente della Repubblica quando c’è tanto da fare. La pandemia ci ha fatto riscoprire il valore di una politica seria, poco chiacchierata e molto centrata sui problemi e le preoccupazioni degli italiani. Noi in questo momento abbiamo altro a cui pensare. I dati del contagio sono in risalita e dobbiamo fare attenzione. I risultati macroeconomici sono buoni ma si scontrano con le difficoltà quotidiane degli italiani, dal lavoro ai consumi, dalla scarsità all’aumento del costo delle materie prime. Concentriamoci su queste cose. Mettiamo in sicurezza il paese sul piano sanitario e facciamo una manovra economica espansiva che dia crescita e offra più sicurezze economiche e sociali a larghi strati della popolazione.”

Alessandro Barattoni - segretario provinciale PD

La domanda su Renzi non era casuale, perché uno dei grandi temi politici che il Pd deve affrontare è quello delle alleanze. Paradossalmente mentre sembra premiato dal voto e dai sondaggi, il Pd rischia di rimanere più solo. Il M5S è in una fase di continua fibrillazione e quasi di marasma, poco rassicurante ai fini di un’alleanza. Mentre Renzi vuole rifare il centro… E mi consenta una domanda a questo proposito: come avete fatto nel Pd a consegnare il vostro partito a Renzi per quattro anni, un Renzi che non vi ama molto?

“Sul tema delle alleanze, ripeto che bisogna dare una maggioranza politica chiara al governo Draghi, che deve fare le cose di cui ho parlato prima. Non significa buttare fuori qualcuno ma chiarire le cose sui Green Pass, sull’Europa, sui migranti, sull’economia. Non è possibile oggi mettere in discussione questo governo, non ci sono alternative, ma non è nemmeno possibile che questo governo viva di fibrillazioni quotidiane su tutti i provvedimenti. Servono base più solide.”

Resta tuttavia una soluzione di emergenza. Non è pensabile un’alleanza permanente Pd – Lega o mi sbaglio?

“Certo che no. Ma nel presente, qui e ora, c’è questo governo che deve fare cose importanti e, ripeto, bisogna dargli basi più solide, perché faccia bene le cose che è chiamato a fare, come la campagna vaccinale e il PNRR. Io penso poi che se il governo Draghi vuole arrivare al 2023 deve darsi anche qualche altra priorità soprattutto in campo economico e sociale, perché l’economia non è solo un indice del Pil. Per tornare a Renzi, dalla Leopolda è arrivata questa opzione per il centro, con l’idea che la differenza fra la destra e la sinistra non esistano più. Secondo me quest’idea è sbagliata. Il Pd deve continuare a lavorare per un’alleanza strategica di centrosinistra, a partire dai territori. Con le altre forze in campo nell’ambito del centrosinistra si parte dai problemi, si individuano i candidati, le priorità delle amministrazioni, gli obiettivi per le città, le maggioranze che è possibile mettere in campo. Sui territori è più facile fare tutto questo. A livello nazionale è più faticoso.”

Perché?

“Perché il Parlamento attuale è stato votato quasi 4 anni fa e non rappresenta più l’Italia di oggi. E perché in questi anni ci sono state tante operazioni di cambi di casacca e di gruppo, creazioni di nuovi gruppi parlamentari e nuovi soggetti politici, diversi da quelli scelti dagli elettori.”

Quando parla di sistema di alleanze di centrosinistra che abbia al centro il Pd, intende una cosa che assomiglia molto al modello Emilia-Romagna, Faenza e Ravenna?

“Sì. Poi in ogni territorio questa cosa si declina in vario modo. Ma il senso è questo. Il Pd deve essere baricentrico, deve riuscire a tenere insieme coalizioni larghe unite non dalla conservazione del potere o dalla semplice sommatoria di voti ma da un progetto di governo delle città e dei territori. A livello nazionale bisogna avere un progetto credibile di governo del centrosinistra per l’Italia.”

Non mi ha risposto su Renzi. Come avete fatto a consegnargli le chiavi del Pd per 4 anni? Anche lei sente di avere qualcosa da rimproverarsi?

“Ognuno di noi quando, a distanza di tempo, riguarda le scelte fatte può pensare di avere compiuto degli errori. Rispetto sia chi, negli anni di Renzi, ha combattuto battaglie coraggiose sia chi ha creduto in buona fede che potesse esserci uno slancio diverso del Partito democratico. Per me la cosa più importante è sempre stata quella di poter discutere anche animatamente ma ancorati al fatto che i congressi finiscono, i segretari passano, il partito rimane e resta da fare tanto lavoro ogni giorno sotto quella bandiera, in cui tutti ci riconosciamo. Tant’è che quando mi è stato chiesto tu di che corrente sei io ho sempre risposto sono del Pd. E continuerò a vivere la mia militanza nel Pd in questa maniera. Adesso va di moda dirsi o richiamarsi al cognome di un leader: a me non piace.”

Lei è passato, da segretario, attraverso tre segreterie del Pd, Renzi, Zingaretti e Letta…

“No quattro. C’è stato anche Martina.”

Già, Martina, l’avevo dimenticato. Qual è il suo segretario ideale? L’attuale?

“(ride, ndr) Walter Veltroni.”

È una battuta o una risposta seria?

“È una battuta per dire una cosa seria. Nel senso che vorrei recuperare lo spirito che ha permesso a tante persone di avvicinarsi all’esperienza del Pd.”

Lo spirito del Lingotto.

“Sì, l’idea di un partito che accetta la sfida di confrontarsi con i grandi cambiamenti in atto, non sempre peraltro riuscendovi. Anzi molte cose non le capimmo, allora, per esempio la crisi economica che stava arrivando. Ma l’intenzione, lo spirito erano giusti.”

Letta Barattoni

Quando farete il congresso nazionale?

“La scadenza naturale è il 2023. Vediamo.”

Confermerebbe Letta, fosse per lei?

“Sta facendo bene. Ma le prossime sfide saranno importanti per lui come per tutti. Difficile dire oggi se Letta sarà il segretario del 2023. Così come era impossibile immaginare nel gennaio dello scorso anno che sarebbe stato chiamato Letta a guidare il Pd in una fase molto delicata. Sono per lasciarlo lavorare e dargli una mano, per il bene di tutti. Poi al congresso vedremo.”

Si andrà al voto normalmente nel 2023?

“Me lo auguro. È quello che credo serva al paese. Anche se non avrebbe senso stare al governo solo per tirare a campare. Bisogna che questo governo duri e lavori, faccia le cose che servono all’Italia.”

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Commenti

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  1. Scritto da Aldo

    Finchè i 5 stelle per non disturbarvi non candidano nessuno e vi sostengono fate bene.

  2. Scritto da batti

    barattoni afferma in poche parole è facile giudicare renzi dopo, io dalle primarie che lo hanno eletto ho chiuso col pd.fino che il lanciatore di coltelli se ne andato, si vedeva benissimo chi era renzi, non c era bisogno di vedere le sue azioni, me ne sono aCCORTO IO CHI ERA RENZI CHE NON SONO SVEGLIO MA VOI COME SIETE?

  3. Scritto da jack

    Quando in una “gara” si presenta solo un candidato c’è qualche cosa che non funziona nel partito , specie se il candidato non è Togliatti e se non siamo in Bulgaria.