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Le Rubriche di RavennaNotizie - Fem News

FEM NEWS – LA FINESTRA FEMMINISTA / La sudditanza economica diventa sudditanza emotiva e psicologica. Un lavoro ben pagato per le donne è ancora un diritto negato

A dicembre 2020 è stata registrata la perdita di 101 mila posti di lavoro a causa della pandemia: di questi 99mila erano occupati da donne. Un divario di genere che lascia sempre più donne vulnerabili dal punto di vista economico ma anche emotivo, un po’ come perdere il biglietto per la propria libertà e autodeterminazione.

Non è sempre così, sente dire Nolite, perché “le famiglie fanno delle scelte”. È antieconomico, infatti, che una donna vada a lavorare e poi la famiglia debba pagare una baby sitter che si occupi dei figli. E allora la famiglia fa una scelta. Eppure non si tratta sempre e soltanto di una scelta dettata da motivi economici. C’è dell’altro.

Ravenna è Comune virtuoso dal punto di vista della capienza di nidi e scuole dell’infanzia. Ha incentivato le iscrizioni ai nidi con sgravi e sconti in base al reddito. Stando alle stime della Camera di Commercio, però, il tasso di disoccupazione femminile viaggia stabilmente al doppio di quello maschile da diversi anni. Le donne faticano ad entrare o rientrare nel mondo del lavoro. Sono le prime a perdere l’occupazione in momenti di difficoltà, come la pandemia mostra.

Nolite prova a identificare questo altro invisibile che ostacola l’occupazione femminile. 

“Altro” 1: il carico di cura familiare

C’è bisogno di dirlo  che le responsabilità domestiche, i congedi dal lavoro, devono essere equamente sostenuti da uomini e donne? Pare di sì, se nelle nostre case il carico del lavoro domestico è per il 71,5 per cento sulle spalle delle donne, mentre gli uomini tendono a fare le comparse. Si deve cambiare la narrazione dominante: devono apparire socialmente inaccettabili gli uomini che si sottraggono alle responsabilità di cura. Occorrerebbe cominciare a modificare la narrazione del welfare come sostegno all’occupazione femminile.

Nolite sa quanto sono preziosi nidi e scuole dell’infanzia; pensa che di welfare non ce n’è mai abbastanza. Si deve, quindi, iniziare a raccontarlo come sostegno alle famiglie, non soltanto alle donne. Il problema della conciliazione vita-lavoro va narrato come un tema che riguarda uomini e donne, genitori e non, altrimenti passa l’idea sottesa che la cura spetti di natura alle donne, e invece della cura siamo responsabili tutti e tutte.

Dei congedi parentali usufruiscono in gran parte le donne. La motivazione principale: “perché si sacrifica lo stipendio più basso all’interno della famiglia” che di solito, guarda caso, è quello della donna.

Proviamo adesso ad eliminare la motivazione economica: immaginiamo che la decurtazione per il congedo venga calcolata sullo stipendio più basso e sottratta proporzionalmente da entrambi gli stipendi dei genitori; essi si potrebbero assentare l’uno o l’altra indifferentemente, anche dividendosi fra loro i giorni totali. La decurtazione al bilancio familiare sarebbe sempre la stessa, ma spalmata su entrambi gli stipendi ed entrambi potrebbero spartirsi il congedo richiesto. In questo modo, che stia a casa lui o lei, non fa differenza dal punto di vista economico, la scelta sarebbe fatta su altre basi.

Nolite sa che, anche se così fosse, in tante famiglie sarebbero ancora le donne a rimanere a casa, sulla base di pregiudizi e stereotipi, ma almeno:

  1. sarebbe un lavoro riconosciuto (prima le madri in congedo facevano il lavoro di cura e gli si decurtava pure lo stipendio);
  2. il Re sarebbe nudo e nessuno potrebbe più addurre la motivazione economica.

Sembra un diritto scontato e invece è “solo” un diritto negato.

“Altro” 2: la disparità salariale

C’è bisogno di dirlo che, a parità di mansioni, uomini e donne devono ricevere uguali retribuzioni? Pare di sì, a leggere i dati sconfortanti: una donna, in Italia può arrivare a ricevere fino al 20% di stipendio in meno di un collega uomo, a parità di mansione e di ore lavorate.

Addirittura, è servita una legge (ottobre 2021) che obblighi le aziende pubbliche e private con più di 50 dipendenti a dotarsi della certificazione della parità di genere. Addirittura servono 52 milioni di euro provenienti dal PNRR dedicati a interventi per la parità salariale di genere.

Sembrava un diritto scontato e invece era “solo” un diritto negato.

Parità uomo-donna sul lavoro

“Altro” 3: la sotto-rappresentazione nei ruoli decisionali

In Italia le donne rappresentano il 56% dei laureati italiani, ma solo il 28% dei manager. Per non parlare della sotto-rappresentazione nei ruoli politici apicali. C’è bisogno di dirlo che nei luoghi di lavoro la rappresentanza di uomini e donne dovrebbe essere paritaria, come di fatto è nella vita (le donne sono il 51,3% della popolazione italiana)? Pare di sì, se alla fine è stata necessaria la legge che istituisce le quote rosa.

Nolite sa che l’espressione quote rosa è come una formula magica capace di evocare un demone: in moltie gridano alla fine della meritocrazia e “non vorrei mai essere assunta solo per il fatto di essere donna”, oppure “ci sono poche donne, perché non se ne trovano per certi ruoli” e ancora “ci sono altri modi per incentivare la presenza paritaria delle donne”. Fatto sta che questi altri modi non si sono visti mai in questi ultimi decenni.

Nolite conosce la lunga storia delle battaglie a favore della parità e sa che le donne sono arrivate a imporre le quote praticamente per disperazione. Poche dissentono dall’idea che andrebbero garantite le pari opportunità alla partenza, non all’arrivo e grazie alle quote. Ma questo non è successo. Non è bastato, alle donne, avere performance scolastiche migliori degli uomini per assicurarsi il diritto ad una presenza paritaria nei luoghi di lavoro e allora ben vengano le quote di genere. Servono perché chi detiene un privilegio non lo cederà mai spontaneamente (M. Murgia).

Le  quote servono a sanare uno squilibrio di genere e favorire una parità che al momento non c’è. Hanno una funzione pedagogica: educare la società a prendere in considerazione anche le donne, nel mondo del lavoro.

Sembrava un diritto scontato e invece era “solo” un diritto negato.

Quando tutti questi “altro” verranno abbattuti, allora sì che le donne potranno dirsi libere di scegliere se applicarsi in un lavoro retribuito o in altri ambiti della vita, seguendo desideri e aspirazioni. Nolite sarà contenta per loro, qualunque scelta esse decideranno di fare.

Ma adesso che tutti questi “altro” sono ancora vivi, le donne sono davvero libere di scegliere? Tutte le donne, non solo le madri, non solo all’interno di una famiglia.

Parità uomo-donna sul lavoro

Nolite sa che l’indipendenza economica significa anche indipendenza emotiva e maggior protezione dalla violenza maschile. Quante donne che hanno fatto la libera scelta – che libera, come abbiamo provato a dire, non è – di sacrificare il lavoro alla famiglia, si trovano nella situazione di chiedere i soldi al marito per le proprie spese personali? Quante si trovano poi a rinunciare a queste spese e dunque ai propri desideri, perché si sentono dipendenti e non autonome? A quante ancora, questa dipendenza economica viene rinfacciata, con frecciatine sminuenti, che sottolineano la loro sudditanza?

La sudditanza economica corrisponde alla sudditanza emotiva e psicologica. Nolite si chiede quante donne ne siano assoggettate senza rendersene conto. Per violenza, infatti, non dobbiamo pensare solo alle forme più evidenti di percosse: esiste anche questa forma subdola di violenza, un continuo svilire quotidiano che mina l’autostima e il senso di auto-efficacia. 

La sudditanza economica e psicologica lascia a qualcun altro il potere di decidere della nostra vita.

Un lavoro ripensato con radice femminista, solidale, non familista non sarebbe motivo di benessere solo per le donne, ma per l’intera comunità. Nolite sente già alcuni commenti: “tutta teoria”, “ideologismo”, “utopia”.  No, soltanto una visione concreta di mondo, dove godere tuttie del bene dei diritti.

FemNews di Nolite

Ogni mercoledì si apre una finestra femminista su RavennaNotizie, dalla quale ogni settimana si respira aria pungente, si espongono germogli al sole, si stende la biancheria profumata al sapone di Marsiglia, si appendono lunghe trecce di aglio e peperoncino, ci si rilassa con un bicchiere di vino e l’ultima sigaretta, si parla con il vicinato, si accarezzano felini senza nome cantando Moon river, si guarda oltre con occhiali di genere. Nasce così una rubrica autonoma rispetto alla testata che gentilmente la ospita, pluralista, apartitica, decisamente femminista, che cerca di trovare il modo di agire per trasformare il mondo. Fem News ha una firma collettiva NOLITE – imperativo negativo latino omaggio alla condivisa cultura umanistica, alla passione politica, alla compulsione alla lettura, alla madre Atwood (Nolite te bastardes carborundorum, Non consentire che i bastardi ti annientino), alla lotta ancillare per dire no al pensiero dominante patriarcale, coloniale e specista.