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FEM NEWS – LA FINESTRA FEMMINISTA / Meglio sindaco o sindaca? Il potere è maschile e vuole essere nominato al maschile. La lotta per la lingua è lotta politica foto

Suona meglio assessore o assessora, sindaco o sindaca, avvocato o avvocata? Il dibattito sulla lingua e sul suo uso inclusivo, capace cioè di rappresentare tutta la realtà e non solo una parte, quella maschile, inciampa troppo spesso su aspetti formali ed estetici.

Certe parole vengono descritte come “cacofoniche”, sgradevoli, addirittura inascoltabili. Caso strano, si tratta sempre di parole che hanno a che fare con ruoli di potere, perché la declinazione al femminile di termini come impiegato, commesso, infermiere, non vengono mai messi in discussione. Per queste parole, il femminile si utilizza in maniera scontata, senza suscitare reazione alcuna. Parrebbe strano chiamare commesso una donna che vende abiti in un negozio, no?

Ma la grammatica italiana e le sue regole restano le medesime. Si applica ad impiegato, che al femminile volge la O in A di impiegata, la stessa regola utilizzata per il femminile di magistrato, che diventa magistrata. Eppure no, magistrata è una parola strana, inusuale. Chi insiste per utilizzarla viene tacciato di voler stravolgere la lingua, i suoi usi e le tradizioni stratificate nel tempo.

Ecco, se ci spostiamo sul piano delle tradizioni già ci avviciniamo di più al senso profondo delle rimostranze avanzate dai presunti “puristi” della lingua. È vero, Nolite lo sa bene e lo ribadisce anche in questo contesto: chi prova a scardinare l’utilizzo tradizionale della lingua – principalmente le femministe – per renderla più inclusiva, capace di rappresentare sia gli uomini che le donne, lo fa proprio per abbattere la tradizione. E non una tradizione a caso, ma quella patriarcale, ben radicata anche nella nostra lingua madre, che vede nel maschile l’origine di ogni cosa e nel femminile la “devianza”, la strada secondaria, quella da percorrere in via eccezionale e per le “questioni di minore entità”.

Linguaggio Genere

Da qui deriva che il femminile vada benissimo utilizzarlo per declinare nomi che indicano funzioni sottoposte, ma non per i ruoli di prestigio. Il nostro orecchio, per di più, è tanto abituato ad ascoltarli al maschile, quei nomi, per un’altra ragione: i ruoli che indicano sono da sempre stati accessibili solo agli uomini e solo nella modernità in certe posizioni di prestigio hanno trovato posto le donne, anche se sempre troppo poche. Le donne a lungo (e tuttora a fatica) non hanno avuto accesso all’istruzione, alle cariche accademiche, ai posti di comando della società. La lingua, che è uno strumento di rappresentazione della realtà, per molto tempo dunque non ha avuto bisogno di declinare al femminile professioni che non erano svolte da donne.

Nelle posizioni di vertice, in qualunque settore, sono stabilmente allocati, anche oggi, prevalentemente uomini. Avvocati, magistrati, direttori d’orchestra e dunque Maestri, con la M maiuscola, mica quelli di scuola primaria o dell’infanzia, tra l’altro quasi tutte maestrE al femminile, vocate alla cura, non all’arte e alla cultura (sulla valenza misconosciuta della cura, abbiamo per altro già parlato nella rubrica della scorsa settimana).

Ma il mondo cambia e la lingua con esso, per continuare a svolgere la sua funzione fondamentale, quella di descrivere il mondo e tutto ciò che in esso è contenuto, uomini, donne e i nuovi ruoli che rivestono nella collettività. Quella che stiamo vivendo può forse essere considerata una fase di transizione: la cultura tradizionale, che innalzava gli uomini al centro della scena pubblica e relegava le donne ai margini, non è certo stata sovvertita, ma è sempre più incrinata e in quelle fessure sempre più donne hanno trovato modo di inserirsi e guadagnarsi il proprio spazio. Non siamo più come eravamo e non siamo ancora come vorremmo: nel mezzo, molto di quello che è stato duramente conquistato dalle donne, lo spazio pubblico per esempio, rischia continuamente di venir loro nuovamente sottratto.

La cultura patriarcale è conservatrice, resiste al cambiamento, ama l’ordine costituito e cerca in tutti i modi di ripristinarlo. In questa cultura, come in un brodo primordiale, siamo tutti e tutte immersi, uomini e donne e, come scrive Giulia Blasi in diversi suoi lavori, il patriarcato è ben disposto verso quelle di noi che si piegano ai suoi dettami: offre loro “contentini”, nicchie di riconoscimento, purché non pretendano troppo, purché stiano alle regole del gioco. Il potere è maschile e deve essere nominato al maschile.

A pensarci, non sono poche, infatti, le stesse donne che scelgono di farsi chiamare al maschile, quando si tratta di ruoli professionali. Si dirà, se va bene a loro non si capisce perché farne polemica, sono scelte che vanno rispettate. Non c’è dubbio, nessuna vuole imporre appellativi non graditi quando si tratta di autorappresentazione. Nolite nota, però, che in molti casi la ragione di questa scelta è legata a doppio filo alle motivazioni di cui sopra: il femminile dei nomi professionali dà, alle orecchie dei più, un’idea di minore rilievo, minore importanza, come se tutti gli anni passati a sudare sui libri, quanto e più dei colleghi maschi, venissero sminuiti da quella A finale.

Che il maschile sovraesteso, detto anche “generico”, cioè la regola dell’italiano per cui una pluralità di individui formata anche da un solo maschio viene indicata al maschile o ancora l’accordo al maschile per parole sia femminili che maschili (es. ragazzi e ragazze sono stati premiati), fino al l’uso del maschile nelle professioni, quando a praticarle è una donna, nasconda (e nemmeno tanto bene) una radice profondamente sessista e patriarcale è facilmente spiegabile con un esempio chiaro e lapalissiano: gli uomini si sentirebbero rappresentati dal femminile sovraesteso? È una domanda retorica, ovviamente la risposta è no.

Nolite
Linguaggio Genere

Da diversi anni, linguiste ed attiviste stanno studiando nuovi fonemi e stratagemmi per rendere l’italiano una lingua più inclusiva, anche nella forma scritta. La ripetizione del nome nelle due declinazioni di genere (studenti e studentesse, per es.) è uno di questi. C’è chi ha proposto l’uso dell’asterisco, della U, dell’apostrofo o della X al posto della desinenza di genere, che tra l’altro, come la schwa ha il vantaggio di spingere ancora più a fondo sul pedale dell’inclusione, arrivando a ricomprendere anche le persone che non si riconoscono nel binarismo maschio/femmina. Un altro tentativo è quello praticato anche da Nolite: includere nelle parole entrambe le desinenze, se ci si rivolge ad un pubblico eterogeneo. Quindi “tutti” diventa “tuttie”. Si tratta di sperimentazioni, ognuna con i suoi pregi e i suoi limiti: amabili, criticabili, migliorabili, ma tutte, motivate dal desiderio di non lasciare indietro nessunoa.

In definitiva, l’estetica, la melodiosità della parola finanche la rigida osservanza della forma grammaticale (che, come detto, richiede di volgere al femminile i termini relati alle donne, tutti), han ben poco a che vedere con le spinte e le contrapposte resistenze ai cambiamenti linguistici.

La lingua è rappresentazione del pensiero, è idea che si fa concreta, parlata, detta. Tutto ciò che non viene detto continua ad esistere, ma nell’ombra, ce ne si può dimenticare.  Se si tratta di persone, le si possono lasciare ai margini, ignorarle, calpestarne i diritti, primo fra tutti, quello all’esistenza. Le lotte per un linguaggio inclusivo sono lotte politiche, che rivendicano il diritto delle donne ad esistere e ad essere rappresentate.

To be continued… la questione appassiona Nolite e le variazioni linguistiche torneranno nella finestra femminista, aperta su società, cultura e mentalità.

Linguaggio Genere
Linguaggio Femminile

FemNews di Nolite

Ogni mercoledì si apre una finestra femminista su RavennaNotizie, dalla quale ogni settimana si respira aria pungente, si espongono germogli al sole, si stende la biancheria profumata al sapone di Marsiglia, si appendono lunghe trecce di aglio e peperoncino, ci si rilassa con un bicchiere di vino e l’ultima sigaretta, si parla con il vicinato, si accarezzano felini senza nome cantando Moon river, si guarda oltre con occhiali di genere. Nasce così una rubrica autonoma rispetto alla testata che gentilmente la ospita, pluralista, apartitica, decisamente femminista, che cerca di trovare il modo di agire per trasformare il mondo. Fem News ha una firma collettiva NOLITE – imperativo negativo latino omaggio alla condivisa cultura umanistica, alla passione politica, alla compulsione alla lettura, alla madre Atwood (Nolite te bastardes carborundorum, Non consentire che i bastardi ti annientino), alla lotta ancillare per dire no al pensiero dominante patriarcale, coloniale e specista.