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FEM NEWS – LA FINESTRA FEMMINISTA / L’esorcismo degli psicofarmaci… sulla salute mentale delle donne occidentali 

Benzodiazepine (Tavor, Xanax, Rivotril, Valium, Ansiolin, En, Frontal, Lexotan, Prazene, Control, Lorans, ecc.); altri derivati benzodiazepinici (Dalmadorm, Felison, Halcion, Minias, Roipnol, ecc.);  antidepressivi triciclici e inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), più noti tramite le sei molecole principali: Fluoxetina (Prozac, Fluoxerene, Fluoxetina), Fluvoxamina (Maveral, Fevarin, Dumirox), Paroxetina (Sereupin, Seroxat, Eutimil, Daparox), Sertralina (Zoloft, Tatig), Citalopram (Elopram, Seropram) ed Escitalopram (Entact, Cipralex); poi i sonniferi, gli ipno-inducenti e i rimedi naturali o pseudo-tali (Valeriana, Iperico), ma anche beta-bloccanti e ormoni tiroidei sono tutti psicofarmaci dai nomi più o meno comuni, dalle composizioni variabili, usate per varie patologie. Chi li sta usando e come? 

Li stanno usando la signora che è seduta accanto a te ora in treno e li ha presi per addormentarsi ieri sera e svegliarsi stamattina o la giovane al volante della Smart che aiuta i tuoi figli a fare i compiti, perché glieli hanno prescritti per tenere sotto controllo i disturbi legati all’alimentazione, l’inquilina del piano di sotto per l’ansia, la lettrice di francese per la depressione, la dirigente di banca per la tachicardia. Fa uso di psicofarmaci chi ti è più vicino. Se non è tua zia o tua madre, se non è tua sorella, allora è tua figlia. Se non è tua figlia, è la tua migliore amica. O l’amica di tua figlia ‘che tanto quindici gocce sotto la lingua ogni tanto di certo non fanno male’. Che Roberto Saviano ci perdoni per aver storpiato così un suo incipit, la collettiva Nolite non è impazzita, ma senza pretese scientifiche, ha iniziato ad indagare sul tema enorme e complesso della medicina di genere, o meglio di quanto l’universo femminile debba ancora essere adeguatamente preso in considerazione anche nel settore sanitario. 

Invisibili

In quel saggio rivoluzionario, che si intitola Invisibili di Caroline Criado Perez (Einaudi, 2020), dedicato alla duplice assenza dei dati di genere e delle donne nei dati di genere e che consigliamo a donne e uomini per riempire di voci e di dati il silenzio, anche la medicina rifulge di oblii nello studio del corpo delle donne e del suo sistema bio-dinamico. Per secoli e secoli la medicina si è fondata sull’assunto che il corpo maschile fosse la regola e ciò ha causato una grave assenza di dati di genere che è ancora oggi fonte di errate valutazioni scientifiche e diagnostiche.Non è raro che i medici non rilevino fattori di rischio, perché la sintomatologia è diversa da quella maschile “da manuale” (si pensi alle cardiopatie). Le donne, in sintesi, sono ancora poco incluse nei test clinici per semplificazione e contenimento dei costi con il risultato che alla fine sono più esposte ai rischi nocivi dei farmaci, anche dei più comuni. Si tratta di lacune imperdonabili, perché nella medicina – più ancora che negli altri campi – le differenze di genere possono davvero risultare decisive. 

Nolite trema per la sua salute e per quella di tutte. I corpi con la pandemia si sono ritrovati nudi di fronte a virus mutanti, a vaccini tanto necessari quanti sperimentali. Oggi però a Nolite interessa attirare l’attenzione su alcune malattie, che nel tempo sono state curate, spegnendo personalità di donne eccentriche e sensibili, quindi scomode. 

Ci addentriamo in punta dei piedi, senza competenze cliniche, ma con curiosità nella branca delle malattie psichiatriche e cerchiamo di capire perché gli psicofarmaci hanno trovato spazio nei nostri armadietti, nelle nostre borse, nella nostra routine. Gli studi hanno confermato la prevalenza di depressione, distimia, disturbo d’ansia generalizzata, disturbo di panico, fobia sociale e fobie specifiche nel genere femminile. Perché? Sembra che questa incidenza sia dovuta agli eventi e alle situazioni di vita stressanti alle quali le donne sin dall’infanzia sono sottoposte. L’esempio tragico, quella punta dell’iceberg di una stratificata dominanza patriarcale, è l’esposizione alla violenza – fisica, sessuale, psicologica, economica – subita nel corso della vita da una percentuale stimata di donne che va dal 16 al 50%.  I fattori di rischio inoltre sono connessi alla storia genetica dell’individua, ma anche allo stato sociale. In questo caso elementi come la disoccupazione, la cura del ménage familiare, i problemi relazionali e coniugali, la gestione dei figli possono aggravare la predisposizione clinica della donna.

Una fragilità dunque? O l’effetto indesiderato di altro? 

I disturbi mentali sono spesso caratterizzati dalla presenza di sintomi fisici riferiti dalla paziente, ma privi di una base medica. Sul piano fenomenico, infatti, le donne affette da depressione manifestano più sintomi somatici rispetto agli uomini, quali ad esempio astenia, disturbi dell’appetito e del sonno, mentre nella schizofrenia, talvolta contemporanea a sintomi tipici del disturbo dell’umore, nelle donne sono più frequenti i sintomi depressivi e le forme schizoaffettive, mentre negli uomini generalmente sembrano più frequenti l’apatia, la povertà del linguaggio, l’isolamento sociale e i deficit cognitivi. Le donne infine sono più propense a far richiesta di aiuto e a riferire i propri problemi emotivi al proprio medico di famiglia, ai propri familiari, a parlarne tra le amiche e si rivolgono con più disinvoltura ai servizi di salute mentale. Questo dovrebbe tutelarle e proteggerle, in realtà la malattia mentale di grave o insignificante entità è diventata spesso il grimaldello per controllare l’umore ‘instabile’ di donne scomode.

Nel passato la causa veniva ricercata nel corpo (tramite i primi studi di biologia e anatomia), nella ragione (intesa soprattutto come sede della volontà e del controllo delle passioni), ma anche nell’anima, e questi tre elementi non erano mai chiaramente distinti l’uno dall’altro. Tutto questo, poi, subiva l’influenza della cultura del tempo che catalogava alcuni comportamenti come “devianti”, finendo per patologizzarli in base a norme di genere sessiste e pregiudizi razzisti.

Un esempio piuttosto emblematico di questo mix di teorie, preconcetti e superstizioni è il caso dell’isteria (dal greco στέρα, utero), che fin dall’antica Grecia considerata una patologia tipicamente femminile causata dallo spostamento dell’utero. Per secoli a questa “malattia” sono stati legati i sintomi più svariati: convulsioni, paralisi, collassi, emicranie, ma anche depressione, ansia ed eccessiva emotività, che in concreto poteva essere facilmente “diagnosticata” in ogni donna che non rispettasse il ruolo per lei previsto dalla società del tempo. L’isteria è stata trattata medicalmente fino circa al 1950 e, a seconda del periodo storico, le sue cause sono state ricercate nella mente, nel corpo o nell’anima delle pazienti con conseguenti cure e rimedi che spaziavano dall’oppio a un buon matrimonio, dalla clitoridectomia alla masturbazione, dagli esorcismi – fino alle condanne per stregoneria del Tribunale dell’Inquisizione – alla reclusione forzata, che non è stata risparmiata a ‘pazze’ illustri anche dopo la diffusione della psicoterapia freudiana.

Camille Claudel

La vita di Camille Claudel è ben rappresentata da due fotografie: la prima di César, commissionata da Rodin, la ritrae come giovane artista e donna indipendente: sguardo fiero di sfida, capelli spettinati e occhi penetranti. La seconda, dell’amica Jessie Litcomb, nel manicomio di Montdevergues, è la foto di una donna-spettro rassegnata e alienata. Queste foto rappresentano due periodi molto importanti della sua vita: i tredici anni con Rodin e i trent’anni al manicomio (da l’Enciclopedia delle donne)

Sono state scritte pagine memorabili su donne e manicomio. Ricordiamo la storia di Camille Claudel (1864-1943), scultrice di grande talento, amante di Rodin, che ha trascorso trent’anni in manicomio, l’unica risposta trovata dal fratello per affrontare i suoi deliri, fino alla morte in totale solitudine e in completa dimenticanza. Oppure la storia raccontata nel film generazionale Ragazze interrotte (è un film del 1999 diretto da James Mangold, con Winona Ryder e Angelina Jolie), con quel titolo Girl, Interrupted, che stigmatizza il fluire incostante di una personalità borderline che nell’istituto psichiatrico, nel quale è ‘curata’, conflagra con altre e drammatiche interruzioni. È invece una serie La regina degli scacchi che racconta la dipendenza della protagonista da tranquillanti, iniziata a soli nove anni nell’orfanotrofio in cui è cresciuta. La somministrazione di sedativi sembra sia stata una pratica diffusa in quel tipo di strutture che accoglievano bambine e bambini. Di nuovo emerge il bisogno di controllare e normare.

Lo psicofarmaco, di certo abusato negli States sin dagli anni Sessanta, quasi un divo, come le star che ne dichiarano la dipendenza o che ne rimangono vittime, in quei cocktail di barbiturici e alcol che accompagnano i suicidi di alcune di queste, anche tra le donne italiane è diventato un diffuso rimedio alla fatica di vivere. Ansia e depressione, quindi spiegabili per fattori genetici, diventano simbiotici all’emancipazione, alla frustrazione connaturata all’impossibilità di corrispondere a modelli di perfezione, di efficienza, di produttività.

Se negli ultimi anni parlare apertamente di salute mentale ha favorito una progressiva erosione dei tabù, non si è però indebolita la connotazioni morale, in particolare rivolta verso le donne, come se ci fosse in qualche misura una “colpa” sottintesa nei disagi di natura psichica di cui non riusciamo a liberarci. Di recente sono state sotto la lente di ingrandimento del superamento della propria tenuta le giovani campionesse di sport olimpici, che si sono ritirate per affrontare i problemi emersi dall’esasperazione della competizione. Subito i media nostrani le hanno hanno catalogate come deboli, incapaci di farcela, lontane da quell’immagine di donna forte costruita dalla loro carriera. Nolite, invece, ha applaudito solidale e commossa a quel rivelare il limite raggiunto, a quell’onesta consapevolezza di fermarsi per non interrompersi e corrompersi dentro, appunto.

Il retaggio patriarcale si è consolidato oltre che nella medicina nella comunicazione pubblica dei rimedi e delle patologie. E le donne subiscono questo pregiudizio di essere concepite e di sentirsi soggetti psicologicamente vulnerabili. Se da un lato questa credenza dipinge le donne come incapaci di mantenere un discreto equilibrio mentale e quindi poco idonee a ricoprire posizioni di potere (qual è dunque il confine con la stereotipia?) induce nel contempo a sottostimare la diffusione dei disturbi psichiatrici fra gli uomini, occultandone il riconoscimento. Terribile, no? 

Dovremmo quindi fare più attenzione ai dati, a rendere visibile l’invisibile, alla farmacopea che semplifica e ci tradisce. 

FemNews di Nolite

Ogni mercoledì si apre una finestra femminista su RavennaNotizie, dalla quale ogni settimana si respira aria pungente, si espongono germogli al sole, si stende la biancheria profumata al sapone di Marsiglia, si appendono lunghe trecce di aglio e peperoncino, ci si rilassa con un bicchiere di vino e l’ultima sigaretta, si parla con il vicinato, si accarezzano felini senza nome cantando Moon river, si guarda oltre con occhiali di genere. Nasce così una rubrica autonoma rispetto alla testata che gentilmente la ospita, pluralista, apartitica, decisamente femminista, che cerca di trovare il modo di agire per trasformare il mondo. Fem News ha una firma collettiva NOLITE – imperativo negativo latino omaggio alla condivisa cultura umanistica, alla passione politica, alla compulsione alla lettura, alla madre Atwood (Nolite te bastardes carborundorum, Non consentire che i bastardi ti annientino), alla lotta ancillare per dire no al pensiero dominante patriarcale, coloniale e specista.