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FEM NEWS – LA FINESTRA FEMMINISTA / Parole di pace per dire la guerra. Il No War femminista riflette, dissente, propone

Anche noi di Nolite siamo state colte di sorpresa dal ritorno della guerra in Europa, non ci volevamo credere. Ma, dopo l’annichilimento iniziale, facciamo tesoro degli attrezzi che il femminismo ci ha dato per leggere la realtà attuale e quella del passato. Quando scoppia una guerra vuol dire che l’élite maschile che governa il mondo invece di preparare la pace, ha preparato la guerra. Quella tra Russia e Ucraina non è l’unica guerra in corso. Nel mondo ci sono 70 paesi in guerra, con 869 tra conflitti e guerriglie. In Africa 31 Stati e 291 guerre e guerriglie. In Asia 16 Stati e 194 guerre e guerriglie. In Medio Oriente 7 Stati e 266 guerre e guerriglie. In Europa 9 Stati e 83 guerre e guerriglie. Nelle Americhe 7 Stati e 35 tra cartelli della droga, guerre e guerriglie. In più 47 territori lottano per l’indipendenza. Si combatte costantemente con periodi più o meno cruenti. Ecco perché il business delle armi non conosce crisi.

Il sistema di dominio patriarcale continua a perseguire un modello di sviluppo predatorio basato su competizione per le risorse, egemonia delle zone di influenza, riarmo globale e in tutto questo anche il linguaggio fa la sua parte. Il linguaggio bellico è usato come metafora in ogni ambito e la retorica della guerra è diventata pervasiva. Nolite l’ha denunciato anche durante la pandemia: “guerra al virus, guerra da vincere, sconfiggere la pandemia, battaglia ad ogni costo”. Le parole della guerra rischiano di assuefarci, di farci sembrare normale quello che normale non è. Nolite oppone sempre parole alternative, quelle della realtà, delle relazioni, della cura, dell’accoglienza e della vita.

Una guerra non è un incidente, un evento naturale, ma è un atto volontario, premeditato e preparato. E per renderla accettabile si usano mistificazioni, menzogne, ipocrisie. Si camuffano le parole per far accettare la guerra. Negli anni ’90 gli Usa usavano il termine “operazione di polizia internazionale“, ora la propaganda russa usa “azione militare speciale” e chi usa “guerra” viene arrestatoa. Per Nolite è facile smascherarle.

Molte guerre contemporanee si fondano sull’eroe buono e salvifico che “esporta la democrazia” per salvare popoli altrimenti destinati al sottosviluppo. Così “missione di guerra” diventa “missione di pace”. Gli interventi sono denominati di peacekeeping ma le missioni sono al comando di generali non di mediatori pacifisti o diplomatici. Sono scelte chiare come quella di assegnare la gestione della pandemia in Italia a un generale, come è stato ben evidenziato da Michela Murgia, che per questo è stata aspramente criticata: A me spaventa un commissario che gira in divisa, non ne ho mai subito il fascino. Non mi sento più al sicuro, anzi mi spaventa di più”.

Stavolta l’Unione Europea usa un nuovo strumento, l’European Peace Facility. Ma guarda un po’, ancora la parola pace per intendere l’invio di armi in Ucraina.

Un funzionario europeo dichiarava alla stampa circa l’uso dell’EPF: “Questo strumento verrà utilizzato per acquistare materiale militare e umanitario da inviare in Ucraina. È necessaria l’unanimità. I paesi europei neutrali daranno il loro consenso attraverso una adesione costruttiva”. La scelta delle parole non è casuale: unanimità, consenso, costruttivo. Parole di pace, appunto, per raccontare come l’Europa di fatto diventa parte belligerante. Nonostante i dati dimostrino che più armi non ci rendono più sicurie, la guerra in Ucraina ha scatenato una corsa al riarmo in tutta Europa, anziché un rafforzamento della capacità diplomatica.

Ecco chi manda armi in Ucraina, dove ce ne sono già tante: Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia, Olanda, Repubblica Ceca, Danimarca, Belgio, Estonia, Lituania, Lettonia, Italia (12 milioni di euro). In tutto sono 20 i Paesi della Nato che si sono dichiarati ufficialmente disponibili ad armare l’Ucraina. Anche Paesi tradizionalmente neutrali come la Finlandia e la Svezia contribuiscono a sostenere lo sforzo bellico ucraino.

Nella lista degli ossimori usati nelle guerre Nolite non dimentica certo la “guerra umanitaria” o le “bombe intelligenti” o ” i danni collaterali” per indicare le vittime civili. Menzione speciale poi a “fuoco amico” per dire che si viene ammazzati da un alleato o un commilitone. Sono formule che minimizzano l’accaduto, deresponsabilizzano ed empatizzano col colpevole. Nolite trova in tutto questo una forte similitudine con le scelte linguistiche che vengono adattate per parlare della violenza maschile sulle donne.

Amico/nemico, buoni/cattivi, bianco/nero, civile/barbaro, pro/contro e così via. Ecco la logica più arcaica del patriarcato, la logica binaria, che di fronte alla guerra funziona sempre e riesce a ricompattare Stati e partiti in eterna competizione fra loro.

A questo proposito Nadia Urbinati in un recente articolo scrive: “I media hanno spettacolarizzato facili dualismi e hanno informato poco. Pro e contro: che si tratti di Covid o di Ucraina o di riarmo dell’Europa. Ed è paradossale, perché il paradigma binario non consente il pluralismo di cui l’informazione ha bisogno. E infatti, chi oggi parla più di contagiati in terapia intensiva o nuove povertà o riscaldamento globale? Tutto è scomparso. C’è solo la guerra. Il paradigma della logica binaria ammette una sola direzione di marcia. Un fatto estremo per volta. E come ogni approccio monotematico tende ad estremizzare… Le opinioni confezionate dal rullo compressore del paradigma binario si impongono a noi come fatti granitici e oggettivi – impermeabili al giudizio critico. In questo clima si promuove non la conoscenza degli eventi ma una religiosa adesione. Non si facilita la disposizione verso le sofferenze umane, ma si alimenta l’emozione unidirezionale pro/contro, come se fossimo tutti noi sul campo di battaglia.”

Nolite diserta da sempre la logica binaria, oggi polarizzata nell’aut aut “con Putin o con la Nato“. Nolite osserva con sconforto la narrazione mediatica della guerra, la retorica patriottica, la rimozione totale delle responsabilità pregresse, la debolezza della diplomazia, l’impotenza degli organismi internazionali nati proprio per prevenire le guerre nel mondo.

Ecco allora la conferma di ciò che sapevamo già, cioè che le guerre, con il loro portato di nazionalismi e militarizzazione della società civile, rafforzano le gerarchie di genere e le aspettative che il genere, nella sua concezione binaria, porta con sé, come si devono comportare gli uomini e le donne, o meglio come ci si aspetta che si comportino. Alle donne ridotte a vittime, profughe, madri sofferenti oppure combattenti corrispondono uomini/soldati/eroi che sacrificano il loro ruolo di padri e mariti per difendere la patria. Ancora una volta circolano l’ideale della “virilità guerriera”, dei ruoli di genere tradizionali e l’idea che “la pace si ottiene combattendo” con il confinamento delle donne nel ruolo di cura in pace come in guerra.

Ancora una volta appare accettabile o rassicurante il fatto che la guerra riporti all’ordine storico dei ruoli, considerati ancora “naturali”, del maschio e della femmina, l’uomo in armi, le donne alla cura dei figli e della quotidianità minacciata. Nolite vuole smascherare l’ipocrisia bellica che mette le donne e i bambini al centro dell’attenzione, incensati e compianti in TEMPO DI GUERRA, ignorati e lasciati nell’insignificanza, confinati nuovamente nel privato in TEMPO DI PACE.

Cominciano ad arrivare le notizie degli stupri di guerra, una pratica millenaria, insostenibile: testimonianze e denunce di donne ucraine stuprate da militari russi, e anche di uccisione delle vittime dopo la violenza. Ancora una volta torna il crimine dello stupro usato come arma di guerra, dopo gli abusi sistematici in tanti conflitti del passato, da quello nella ex Jugoslavia a quello in Cecenia, in Siria, in Somalia, in Ruanda e in tutte le guerre. L’umanità si accartoccia su se stessa e disimpara a restare umana. 

Eppure il no war femminista da decenni riflette, dissente e propone.

Riflette: il rifiuto femminista della violenza non si fonda solo sul piano morale, si tratta del rifiuto della violenza di stato e di quella militare, concentrata nelle mani di chi ha il potere al servizio del patriarcato (gli eserciti, le religioni, la famiglia, il binarismo di genere, la patria).

Dissente: Lidia Menapace ci ha fatto notare quanto il militarismo sia noioso e ripetitivo. “La guerra ha bisogno di uomini in uniforme e di pensieri uniformi“. Per cambiare linguaggio c’é la nonviolenza che è creativa, astuta, intelligente e sorprendente.

Propone: il paradigma della cura, una visione rivoluzionaria delle relazioni tra le persone, i popoli, gli Stati e il Pianeta, perché a fronte del dato di realtà della fragilità umana e dell’interdipendenza prevede il disarmo dell’economia, della politica, delle nazioni, delle menti, l’unico realismo possibile dinanzi all’incombere della catastrofe.

No War

FemNews di Nolite

Ogni mercoledì si apre una finestra femminista su RavennaNotizie, dalla quale ogni settimana si respira aria pungente, si espongono germogli al sole, si stende la biancheria profumata al sapone di Marsiglia, si appendono lunghe trecce di aglio e peperoncino, ci si rilassa con un bicchiere di vino e l’ultima sigaretta, si parla con il vicinato, si accarezzano felini senza nome cantando Moon river, si guarda oltre con occhiali di genere. Nasce così una rubrica autonoma rispetto alla testata che gentilmente la ospita, pluralista, apartitica, decisamente femminista, che cerca di trovare il modo di agire per trasformare il mondo. Fem News ha una firma collettiva NOLITE – imperativo negativo latino omaggio alla condivisa cultura umanistica, alla passione politica, alla compulsione alla lettura, alla madre Atwood (Nolite te bastardes carborundorum, Non consentire che i bastardi ti annientino), alla lotta ancillare per dire no al pensiero dominante patriarcale, coloniale e specista.