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Noi pensionati aspettavamo con ansia la riapertura del nostro Cral, ma il Cral non riapre. Perchè?

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Salve, mi chiamo Antonio e sono un pensionato. Ho prestato servizio per tanti anni nel petrolchimico di Ravenna e da diverso tempo sono felicemente un pensionato. Tra i miei tanti difetti c’è la passione per le bocce, faccio parte del gruppo di anziani e pensionati che frequentano il Circolo del CRAL Mattei al Villaggio dell’ANIC. Con i noti fatti legati alla pandemia anche questo circolo è stato chiuso per lungo tempo, privandoci della possibilità di socializzare e trascorrere qualche ora di relax, questo come per quasi tutti gli italiani. Con le ultime riaperture di Circoli sportivi e simili pensavamo di poter tornare finalmente a una sorta di normalità, dopo anni prestati alla società svolgendo il nostro dovere. Ma siamo venuti a conoscenza del fatto che questo nostro Circolo non riaprirà. Anzi, le due bariste, vere e proprie amiche per noi, hanno scritto una lettera di dimissioni a causa del “menefreghismo” della direzione del cral che non si è presa neanche la briga di rispondere a messaggi e telefonate delle due incaricate della gestione del bar della bocciofila. Cosa pensare? Se non che la “cultura dello scarto”, verso noi poveri “vecchi” è entrata anche nella gestione di un cral aziendale del mondo di ENI, mondo creato da un certo Enrico Mattei che della solidarietà e della sussidiarietà ne ha fatto una bandiera! Per noi ex dipendenti, oltre che procurarci una buona dose di rabbia, questo fatto ci mette una infinita tristezza: i nostri figli, o addirittura nipoti, si sono dimenticati la lezione che si è levata da queste terre di braccianti e cooperativisti, da sempre impegnata a tutelare la memoria e il rispetto degli anziani. Strano e preoccupante anche il silenzio dei sindacati su una storia che racchiude molto più di una semplice “chiusura per Covid”. Una chiusura per una carenza di sensibilità e impegno da parte di chi si è volontariamente offerto di guidare un cral aziendale: ma perché voler far parte di una struttura per vocazione “altruista” se poi si interpreta il proprio dovere solo come un peso e non come uno splendido servizio, anche verso di noi che tanto abbiamo dato a questa terra e a questa città?

Antonio

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