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Se di virus si muore, senza economia e socialità non si vive

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Il nuovo DPCM insieme al ritorno in fascia gialla della nostra regione, possono indurre a quei moderati ottimismi che aiutano, sul piano psicologico, ad affrontare meglio le restrizioni che purtroppo permangono stante l’andamento dei contagi e la presenza del virus. Tuttavia occorre essere realisti, continuando ad essere responsabili e a non abbassare la guardia. Per questo i richiami alla prudenza non vanno interpretati come pleonastiche e pedanti imposizioni ma, al contrario, come strumenti per contenere la diffusione del virus, tutelando al contempo sia la salute dei cittadini sia il rispetto del lavoro di medici, ospedalieri o di base che siano, e operatori sanitari in genere. Per questo dovremo prepararci, pur con moltissimo rammarico, ad affrontare le festività natalizie, tradizionalmente dedicate alla famiglia e agli affetti, in maniera diversa, sacrificando sull’altare della tutela salute tanto la tradizione quanto, soprattutto gli affetti. Tutto questo ovviamente è difficile da accettare anche se i numeri dei contagi, ricoveri e decessi, anche nella nostra città, dovrebbero aiutarci a comprendere la situazione e aiutarci a farcene una ragione.

Ma quello che resta ancora più difficile da accettare sono i danni che la situazione epidemiologica comporta all’economia. Danni che permangono e che i ristori previsti dai vari decreti solo parzialmente riescono a parare. Per questo resta ancor più incomprensibile politicizzare sia la situazione sanitaria sia quella degli aiuti dall’Europa. In questo senso non si capisce la contrarietà al MES che invece rappresenta uno supporto economico di grande utilità al sistema sanitario. Intanto occorre sostenere concretamente le attività, a partire da quelle commerciali, turistiche, ricettive e di ristorazione che restano fortemente penalizzate dal perdurare di questa assurda situazione pandemica. Situazione che sta travolgendo anche il mondo delle cooperative culturali e dei circoli ricreativi che, con l’esclusione dai codici Ateco, non hanno accesso ad alcun tipo di ristori e restano soggetti a chiusure totali per le quali non si intravede la fine. Per questo al sostegno al grido di allarme delle attività economiche, occorre che la politica faccia quadrato per aiutare il terzo settore che rischia di scomparire, trascinando con sé decenni di socialità, di emancipazione culturale e di riscatto sociale, soprattutto nelle periferie e nel forese dove spesso suppliscono alla mancanza di attività e servizi. Allora occorre sollecitare il governo a prendere in esame anche la questione dei circoli ricreativi, consentendo aperture per i soli soci con le stesse modalità e le analoghe restrizioni dei pubblici esercizi. Perché se di virus si muore, senza economia e socialità non si vive.

Eugenio Fusignani – Vice Sindaco di Ravenna

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