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Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna critica il Pitesai e le nuove trivellazioni in Adriatico

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Il Piano delle Aree del Ministro della Transizione Ecologica Cingolani, il cosiddetto PITESAI, lo strumento per rimediare all’impoverimento dell’ambiente marino e delle aree interessate dallo sfruttamento delle riserve di idrocarburi, resta un piano legato al business del comparto oil&gas. Oggi le aree coperte in mare da titoli minerari già rilasciati e istanze depositate sono vaste 16.983 kmq; con il nuovo piano i petrolieri potranno arrivare a ben 28.777 kmq.

Su terra, attualmente sono 45.500 i kmq coperti da concessioni e istanze e il Piano consentirebbe di aumentare la superficie da concedere ai petrolieri anche in aree di straordinaria importanza per l’acqua di falda e dal punto di vista del patrimonio naturalistico di livello europeo, con specie come Orso bruno, Aquila reale, Lanario e habitat protetti.

Tante osservazioni sono arrivate al PITESAI da vari soggetti a livello nazionale, come le grandi associazioni e la campagna Nazionale Per il Clima Fuori dal Fossile, e anche dalla nostra regione non sono mancati contributi importanti: comuni, associazioni, Parco del Delta del Po, tutti fortemente critici verso il Piano.

Tali osservazioni mettono in evidenza a livello globale il già palese contrasto fra gli obiettivi di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici e l’apertura a nuove estrazioni di combustibili fossili, ma mettono in risalto anche le ricadute sui territori di questa scelta, che va a mettere ancora più a rischio zone già pesantemente danneggiate da contaminazione di falde acquifere, induzione della sismicità e peggioramento del fenomeno della subsidenza, contaminazione dei terreni e delle acque marine, compromissione dell’habitat per le specie autoctone.

“I danni irreversibili e i costi causati dal fenomeno della subsidenza possono essere notevoli per la costa e più in generale per il territorio. Proprio per bloccare la subsidenza ormai da almeno 30 anni sono stati fermati gli emungimenti dalle falde. In questi anni l’unico fenomeno antropico che fa procedere il fenomeno appare solo l’attività di estrazione di gas. I danni ed i costi relativi sono riportabili ad erosione delle spiagge, con una perdita di sabbia sui 100 km di costa quantificabile in oltre 1.000.000 di metri cubi ogni anno; danni da ingressione marina; costosi interventi di difesa dal mare; ingressione del cuneo salino; squilibrio delle reti idrauliche e fognarie; danni al patrimonio artistico monumentale; aumento della vulnerabilità degli edifici nelle aree urbane. Nessuno di questi danni è stato quantificato nel piano. Invece di dare nuove autorizzazioni occorre quantificare i danni già avvenuti e le probabilità di danni e richiedere da subito alle piattaforme operanti di farsi carico della totalità dei costi di ripristino a cominciare dai ripascimenti e a rimborsare i costi già sostenuti dalle amministrazioni pubbliche almeno negli ultimi 20 anni.” (Cit.Comune di Comacchio)

Gli unici che lodano questo piano sono i trivellatori e Confindustria.

E la Regione ER? Ambivalente, come sempre. Da una parte chiede maggiore tutela delle aree intorno al Parco Delta del Po, d’altra parte, mostra il suo lato “fossile” e anacronistico quando inneggia al gas come combustibile di transizione, “la decarbonizzazione sarà un percorso lungo che prevederà nei prossimi decenni un utilizzo ancora rilevante del gas”. Si strizza l’occhio al gas locale, perché meno emissivo di quello che viene da fuori (ma più emissivo rispetto alle energie rinnovabili). La Regione sembra inoltre volersi svincolare dalle troppe regole, in base a motivi “socio-economici” e infine lancia l’amo sul chiodo fisso “eventuale utilizzo dei giacimenti esauriti per lo stoccaggio.”

Come RECA non possiamo che esprimere preoccupazione per questi sviluppi che vanno in direzione ostinata e contraria a quanto imposto dagli accordi sul clima, a quanto dichiarato dall’IPCC sulla necessità di cessare al più presto le estrazioni, a quanto fortemente voluto dalle popolazioni locali, e sproniamo la Regione Emilia Romagna a prendere una posizione risolutiva che metta al riparo le nostre terre e i nostri mari dalle mani avide e insaziabili dei petrolieri e tracci finalmente un percorso coerente con le seppur vaghe parole “transizione” e “rinnovabili” inserite nel Patto per il Lavoro e per il Clima.

Invitiamo tutt* a partecipare numeros* al Global Climate Strike il 24 settembre, alle mobilitazioni per la pre-Cop26 a Milano l’1 e 2 ottobre, Il 9 ottobre dalle 11 alla mobilitazione sotto al Ministero della Transizione Ecologica a Roma!

Il coordinamento Regionale Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romangna

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