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L’OMBELICO D’ORO / Quando un paradigma entra in crisi e muore, di solito a Ravenna nasce qualcosa di nuovo… fra passaggi in penombra e sfolgorii, ritardi e anticipazioni

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Benvenuti a L’Ombelico d’Oro, una nuova rubrica. Una rubrica culturale umida per tempi aridi. Come ogni rubrica degna di questo nome, anche questa avrebbe bisogno di una presentazione. Di un programma. Di una dichiarazione di intenti. Ma è faticoso.

Mi sgraverò dunque da questo onere rifugiandomi nell’arte più nobile di tutte: il furto intellettuale. Il malcapitato è Ivan Simonini. Correva l’anno 1993, e il nostro Simonini scriveva così nel suo saggio seminale La basilica degli specchi: “Sembra fatta su misura, Ravenna, per i periodi di transizione; e sono le contorte fasi di assestamento a determinare i rinnovamenti più rivoluzionari, cioè effettivi perché destinati a durare a lungo. […] La città del silenzio cova comunque e sempre il grido o il canto.”

Simonini coglieva uno dei caratteri storici più peculiari della nostra palus: quando un paradigma entra in crisi e muore, di solito a Ravenna nasce qualcosa di nuovo. Dall’impero Romano alla Resistenza, dal monachesimo all’industrializzazione, dal Risorgimento al cooperativismo, gli indizi non mancano. È nell’interregno fra un modello e l’altro, fra un’epoca storica e l’altra, che questa città è fiorita. Non Rinascimenti, non Illuminismi da noi: ma passaggi in penombra e sfolgorii, ritardi e anticipazioni.

San Vitale

Basilica di San Vitale, straordinaria testimonianza del ruolo di Ravenna nel passaggio dalla storia antica all’età di mezzo

Kokomosaico

Opera di Kokomosaico esposta all’ultima Biennale del Mosaico

Da qui il suo fascino “morente”, da qui la sua opulenza dorata e corrotta che non a caso affascinò Klimt e diede un alfabeto all’estetica della finis Austriae. Ma ogni decadimento, ogni corruzione, prelude a un futuro nutrimento. Un’ombelico d’oro: inutile quando il corpo è adulto, essenziale per la sua genesi.

Simonini scriveva nel ’93: il modello che moriva era da noi la Prima Repubblica; nel mondo, l’alternativa comunista. L’Europa post-capitalista e liberale si saldava attorno all’Euro; l’Occidente si apprestava a vivere i suoi ultimi, letargici anni di protagonismo, prima di essere investito dal terrorismo, dalla rivoluzione digitale e dalla crisi economica. A Ravenna si spegne il riflettore sui siti industriali e si accende quello sui siti Unesco. La città – questa città! Questo ombelico! – riscopre una vocazione turistica che indossa come un abito prestato.

Una generazione dopo Simonini, eccoci di nuovo qui, a un cambio di paradigma. Cosa vediamo fuori dalla finestra? Ce lo dice Yeats, un altro fan del nostro oro:

Le cose crollano; il centro non può reggere;

Mera anarchia è scatenata sul mondo;

[…] Ai migliori manca ogni convinzione, mentre i peggiori

Sono pieni di appassionata intensità.

Di certo qualche rivelazione è vicina.

Così ci descrive in The Second Coming, suppergiù un secolo fa. Aspettiamo la rivelazione e speriamo che sia una buona novella, perché il sipario del Ventennio pandemico si apre su una veduta di macerie che farebbe invidia a Caspar Friedrich.

Saltata ogni categoria politica comprensibile. La concentrazione dei capitali ci ha piombato a una fase pre-industriale, alla faccia della social-democrazia. La comunicazione social ha rivoluzionato per sempre la formazione (o deformazione) dell’opinione pubblica. Antiche paure millenaristiche prendono la forma della catastrofe ecologica e sanitaria. La demografia fotografa il paese più vecchio del continente più vecchio del mondo. E se non bastasse tutto questo, Bowie è morto da cinque anni.

Dunque, questo è il territorio. Manca la carta. La parole che usiamo per descriverci non sono più esatte; le categorie che usiamo, sfiancate. La crisi culturale del paese lo dimostra. Gli intellettuali che vediamo in televisione e seguiamo sui social sono più simili alle mascotte di Mirabilandia che a esseri umani. Taccio, per non peccare di volgarità, sui libri e i giornali. Ogni argomento complesso è ridotto a formula da sussidiario. Il dibattito culturale langue: gli si è sostituito il chiacchiericcio, e gli schieramenti sono polarizzati in due squadre, Populisti Subnormali e Liberal Fanatici.

No_Green_Pass_1

Recente manifestazione di No Green Pass a Ravenna

Questa la sintesi di Jonathan Rauch, giornalista americano, che userò come seconda bussola per questa rubrica. In The Constitution of Knowledge, pubblicato quest’anno, Rauch sottolinea la necessità di

“[…] combattere contro due insurrezioni: il diffondersi della disinformazione virale, a volte chiamata troll culture e il diffondersi del conformismo forzato e delle liste nere ideologiche, a volte chiamate cancel culture. La prima è prevalentemente di destra e populista, l’altra di sinistra ed elitista. L’una fa uso del caos e della confusione, l’altra del conformismo e della coercizione sociale. Ma i loro intenti sono simili e spesso, stranamente, agiscono de facto come alleate.”

Già. Difficile immaginare un periodo di transizione più contorto di questo. Chissà che da questa decadenza l’ombelico d’oro non finisca per nutrire un nuovo paradigma e cambiare volto. Le vecchie mura stanno già crollando, a quanto pare. Incuria o buon auspicio?

In questa rubrica settimanale non farò molto altro se non questo: auscultare il cuore culturale di questa provincia coi miei poveri mezzi, con tutti i pregiudizi che mi porto dietro, le mie idiosincrasie, i miei entusiasmi infantili, mettendocela tutta per mancare agli eventi imperdibili… non sia mai che mi riesca di distinguere, nel silenzio, un grido o un canto.

(PS: la foto dell’ombelico è di Giovanni Barbato. La pancia no)

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