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L’OMBELICO D’ORO / Giacomo Toni chansonnier di nicchia con tutto il talento per sfornare hit nazional-popolari, se solo gli pigliasse il matto…

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Benvenuti all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale frizzantina per tempi fermissimi. Incontro Giacomo Toni al bar del Teatro Socjale di Piangipane, lo scorso venerdì. Le prove per il concerto sono appena finite: stasera, assieme al suo ensemble, presenta il nuovo disco, Ballate di ferro, uscito da pochi mesi per l’etichetta L’amor mio non muore.

Giacomo ToniGiacomo Toni

Noto che Toni ha un dito fasciato. Gli chiedo che cosa è successo. «Un pesce ragno» dice. Un pesce ragno, sulla mano, in questa stagione? «Un mese fa sono andato in Croazia e mi sono messo a pescare. Il ritorno alla natura, quelle stronzate lì. Ho pescato un sacco di branzini. Poi prendo su questo pesce, non li riconosco mica a occhio, faccio per staccarlo dall’amo e questo mi becca sul dito. Un dolore atroce, ci vado ancora dietro. Si vede che non sto simpatico alla natura».

Non credo esista un aneddoto più “toniano” di questo. A Giacomo, classe ’83, di Forlimpopoli, da sempre piace spiazzare gli ascoltatori. Le sue canzoni sono inni al paradosso, tengono assieme brutalità e dolcezza.

Avevamo lasciato Toni con Nafta, nel 2017, un disco popolato di personaggi dalla dubbia moralità, volgari e disperati. Personaggi che esprimevano una conoscenza del mondo profonda e allo stesso tempo ingenua, infantile: come certi frequentatori dei bar di paese, che tra un vaniloquio e l’altro ti infilano nel discorso una frase fulminea, perfetta, vera, capace di riassumere una visione del mondo.

Con Ballate di ferro Toni fa un passo in avanti e alza l’asticella. Sono frammenti di un discorso amoroso quelli che uniscono le diverse voci di queste canzoni. Ma è un amore come solo lui potrebbe raccontarlo: tradito, ricordato, violento, malato, ma sempre e comunque puro, reale. C’è una dolcezza raggelante nei brani di questo album, che tiene fede al bellissimo titolo fin dalla copertina disegnata dalla talentuosa Mara Cerri.

Una vestaglia di pizzo dondola appesa a una gru nera e minacciosa. Allo stesso modo, nelle canzoni di Toni, la bellezza è come squarcio improvviso, come un “fiore nato dal ferro della ferrovia”, sempre sul punto di venire strappata dalla mano violenta del mondo. E pare che i critici abbiano apprezzato, a giudicare dalle recensioni pubblicate.

«È vero, ne hanno parlato bene. Forse è stato capito che questo disco andava considerato come un continuo di Nafta», si schermisce. «E alcuni personaggi di Nafta potrebbero essere protagonisti di Ballate di ferro, come avviene in Mogli ingrate. In Nafta c’erano personaggi che facevano finta di non avere un rapporto con l’universo femminile; qui invece ci sono dentro fino al collo. Questo è il presupposto di Ballate di ferro. La parola “amore” è la parola che vuol dire di più o di meno della lingua italiana, basta appiccicargli un aggettivo e può funzionare oppure non dire niente. La sfida era provare a raccontare diverse sfaccettature della questione. L’accoppiata Mogli ingrate e Gli autobus racconta modi di vivere l’amore totalmente opposti. Nella prima si allude a una violenza, a un rapporto malato; nella seconda il protagonista chiede il permesso all’amata “di dirle che è mia”. È una questione teatrale, in un qualche modo. Devi creare un personaggio e rispettare la sua psicologia».

Giacomo Toni

Conosco pochi altri cantautori contemporanei così attenti al testo e alle sue potenzialità poetiche. La rapidità del tratto è quella del racconto breve: Toni apre una finestra su una porzione di realtà, ne coglie gli aspetti più stranianti, ironici e profondi, e la richiude subito, lasciando i suoi personaggi al loro destino. Gli atti e le motivazioni sono spesso allusi, più che descritti. I salti logici fra i versi spalancano sensi nascosti. E pur nella crudezza di queste psicologie, Toni riesce sempre a conservare un’empatia, un pudore, una delicatezza rari. Mi viene in mente un verso di Piero Ciampi: “vive male la sua vita, ma lo fa con grande amore”. I personaggi di Toni hanno tutte le carte in regola per essere artisti, a loro modo.

Prendiamo un frammento di Tutto mi fa ridere, uno dei pezzi più duri dell’album assieme a Mogli ingrate.

La divorziata che preme le tette sul tavolo

le tocca di uscire anche il prossimo sabato sera

conta le uova che le mancano

e non ci trova niente da ridere.

Sei tu la guerra che mi scorre nel braccio

è per questo che mi hai visto andare da solo

faccio quello che faccio

perché tutto mi fa ridere.

Qui l’osservazione della realtà non si esaurisce nella semplice invettiva, nella misantropia satirica o in estetismo “maledetto”; il narratore è partecipe di quella solitudine, come ci avviene quando osserviamo certi quadri di Hopper. O pensiamo all’attacco di Mogli ingrate, che potrebbe essere un inizio perfetto per un racconto alla Bianciardi:

Nichi un bel giorno si alzò

prese tutte le carte di credito

e con le mani macchiate di fango

andò in cerca di un bancomat

Pulisciti Nichi però” dicevo

si sporcano le banconote

che ci siamo sudati una vita

insieme a vendere gli yacht”

Volano gli stracci nelle case

di tutte le città

e mai nessuno che perdoni

un uomo che porta a casa i milioni

non ci resta che continuare a fare a botte

con le bambine spettinate

coi ragazzi malvestiti

e con le nostri mogli ingrate.

Un altro meccanismo tipico dello stile di Toni è la sua naturale inclinazione per quella che in poesia si chiama callida iunctura: la capacità di accostare parole comuni per illuminare in modo nuovo cose già note. Qualche esempio sparso, da Sexy smog:

È per te che io farò fuoco alle cose morte

è per te che io asfalterò il duomo

e ti inquinerò di cose nuove (…)

È a te che io darò atti privati

e preghiere funzionanti a livello tecnico.

O anche dal pezzo più ispirato e intimo del disco, Se proprio devo, una sorta di manifesto poetico dell’album:

Se proprio devo cantare

che siano parole di ferro

se proprio devo viaggiare

che non sia un posto tranquillo

e se proprio devo vincere

che non sia sorridendo (…)

se proprio devo innamorami

che sia delle puttane

e se proprio devo comandare

che sia con la voce di un cane

e se proprio devo morire

che sia in un campo di pallone (…)

e se proprio devo lasciarti

che intorno sia tutto spento.

Un’abilità compositiva che si nutre anche della più che decennale frequentazione dei maggiori autori e poeti del Novecento, come mi confessa poco dopo.

«Il meccanismo è sempre lo stesso. Quando leggo prendo appunti, poi elaboro. Te ne potrei dire mille, di riferimenti poetici. In Sarà è presente un omaggio a Queneau e un’espressione di Pavese, “o nella vita o nel nulla”, che ho trovato abissale. E pensa che il brano doveva essere pop! Si vede che questo è il massimo della mia solarità… In Tutto mi fa ridere c’è Delfini, “in questa vasta vita, senza freno e senza vita”. C’è anche un ricordo di Céline… Ma non è citazionismo il mio, lo ribadisco. Questi inserti sono sempre in funzione della storia che sto raccontando. La letteratura è uno strumento per me. Una domanda che mi fanno spesso è se ho intenzione di scrivere un libro. Assolutamente no. La cosa che mi ha sempre salvato è proprio non essermi mai considerato uno scrittore; per questo riesco a utilizzare la letteratura, che mi è sempre piaciuta, in modo così libero, senza paure, senza filtri. Suonerà supponente: sicuramente il mondo della letteratura non ha bisogno di me, ma il mondo della canzone forse sì.»

Giacomo Toni

Chi ha mai visto Giacomo dal vivo sa che i suoi concerti sono movimentati da provocazioni, da battute spesso scorrette. Toni si dimena, fuma, fa cadere microfoni. Quell’impeto libero e dissacratore, quel suo personaggio-corazza un po’ maledetto, un po’ anarchico, pienamente Novecentesco, che “o lo si ama o lo si odia”, ecco, mi sono sempre chiesto se non gli andasse un po’ stretto. Non finisce per limitarti in fase compositiva?

«A me piace scrivere così, diciamo la verità. Non è andato a discapito di un altro tipo di scrittura. Quand’ero molto giovane scrivevo testi romantici e addolciti, ma non li ho mai pubblicati per vergogna. Poi c’è da dire che fare questo mestiere adesso è stancante.»

Perché?

«Ha a che fare con l’inutilità. Se fai qualcosa di inutile, allora è meglio fare qualcos’altro.»

Avrei pensato che uno come te mi dicesse il contrario: proprio perché è inutile ha senso farlo.

«Forse quand’ero più giovane ero più innamorato. Adesso non vedo più quell’impeto. Dico “inutile” e penso alle generazioni giovani.»

Vorresti arrivare ai più giovani?

«Quell’impeto di cui parlo, noi due potremmo riferirlo alle avanguardie. Quel desiderio di colpire una forma, distruggerla, rinnovarla. Era questo che mi infiammava, e forse lo è ancora oggi. Ma adesso il meccanismo nel quale sono dentro mi delude. Abbiamo un social manager! Nel nostro piccolo anche noi “facciamo le cose che vanno fatte”, per amore del nostro mestiere… Forse la velleità di rompere qualcosa, un meccanismo, una forma, è appunto solo una velleità.»

Oggi è più rivoluzionario proporre delle ballate che fare trap.

«L’ho sempre pensato. Quello che mi fa dispiacere oggi nel mondo della musica, quello che è deludente è che non c’è quasi più niente che punti a una rottura di quel genere. Io sono attento alle cose che accadono, ogni tanto vedo qualcuno che tira fuori qualcosa di inaspettato e sono contento. Però noto la mancanza di struttura. Le nostre generazioni avevano un pudore. Prima di scrivere dei testi magari si andavamo a leggere qualcosa. Intendiamoci: ci sta anche il non leggere un cazzo, andare avanti di sola necessità, ma la necessità diventa una posa. O almeno così la vedo adesso. E si trasforma in un arrivismo sfacciato. È una malattia. Non stai scrivendo, non stai diventando scemo nella tua stanzetta su quelle quattro parole. Ho paura che sia così: è una scorciatoia. Poi c’è da dire che anche io sono sempre stato dentro a delle strade già solcate. Non sono un innovatore. La vera differenza la fa cercare delle storie, forse. Avere quell’attenzione. Sento una storia al bar e decido di raccontarla…»

Un amico lo saluta, interrompe la sua risposta. Poi si gira di nuovo verso di me, e riprende.

«Forse la mia vera delusione è legata al cambio di supporto della musica, che non ti permette più di sostentarti col tuo lavoro. In tutte le fasi della storia ci sono stati cambi del supporto: dal vinile, alla cassetta, al cd. Negli ultimi trent’anni nessuno si è occupato di questo cambio. Oggi la musica si fruisce così, gratuitamente, vendendo il mito che uno è un grande se ha un tot di ascolti. Quindi io sono disposto a darti tutta la mia produzione gratis purché sia ascoltato da tante persone. Ma è una cosa assurda. Pensa a un artigiano che fa i tavoli e li regalasse dicendo che l’importante è che li usi. Non sta in piedi. Forse dovrei prendere un’altra strada, cambiare il concetto che ho di “disco”, coerente, curato, e buttare fuori un cd ogni tre mesi, totalmente inutile, nel quale metto tutto, scarti, tutto. Perché no?»

Toni si mette i guanti per coprire il dito dolorante. È ora di entrare al Socjale per il concerto. La platea è piena, l’ensemble funziona benissimo: queste ballate sono tutt’altro che dimesse e tranquille dal vivo. Suonano forti e punk, sebbene in modo diverso dalle canzoni di Nafta. Alla fine di Caduti di Alfonsine, pezzo dedicato alla storia del partigiano Terzo Lori, il Socjale scoppia in un applauso sentito e commosso.

Giacomo Toni

All’ultimo bis, prima di chiudere la serata, Giacomo presenta una nuova canzone, non inclusa in Ballate di ferro. Si chiama Un’altra età. Mi colpisce profondamente sia per il testo sia per la musica inquietante e presaga. Faccio in tempo a chiedergli se dobbiamo aspettarci qualcosa di nuovo.

«Un’altra età potrebbe essere l’inizio per un nuovo disco. Ho già qualche idea, ma è solo un germe, niente di più. Il testo è semplicissimo, è stato molto istintivo. Non lo so, mi ricorda un po’ Bolaño, i suoi personaggi nebulosi.»

Ecco un’altra età

È proprio come me

è contro la felicità

Ma la guardo così

come un giovane che se ne va

Incontro a un’altra età

Ecco un’altra età

Piove sempre così

in una città

della Repubblica

sopra a un giovane che se ne va

incontro a un’altra età

«Credo sia un quadro storico. – continua – C’è questa parola, “repubblica”, che non usiamo più, ma che ha un valore diverso. È sempre difficile e divertente cercare di descrivere quello che ci succede senza usare un linguaggio banale. Volevo scrivere una canzone che potesse unire un giovane risorgimentale, come un giovane del primo Novecento o del Dopoguerra, a un giovane degli anni ’70 o del 2020. La storia volta pagina, e questa volta ce l’hai sotto i piedi. Tutti usiamo sempre il vittimismo storico. Quante volte abbiamo sperato di far parte di un evento storico? La nostra generazione soprattutto. Siamo uomini postumi. “Avrei voluto vivere dieci anni fa…”. Ma in realtà, quando poi hai il tuo tempo di fronte, vedi che è sempre la stessa pioggia, la stessa nebbia. Il tempo si sgretola sempre».

Torno a casa a limare questo pezzo, che è durato anche troppo. Ma d’altra parte se siete arrivati fin qui significa che il tempo ce l’avete. Non lamentatevi.

Ho l’impressione che dovremmo ringraziare Toni per non scrivere musica di merda, per continuare testardamente a coltivare la qualità e la complessità, anche a costo di un successo minore, anche a costo di condannarsi alla proverbiale nicchia, perché credo che avrebbe tutto il talento per sfornare hit nazional-popolari, se solo gli pigliasse il matto. Ma non sarebbe più Toni.

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