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L’OMBELICO D’ORO / Dal “disegno sociale” di Costantini che libera Zaki all’umorismo ebraico di Ovadia che libera la mente

Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale patogena per tempi igienizzati.

Credo che quasi tutti, a Ravenna, conoscano il lavoro di Gianluca Costantini. Magari non sanno collegare questo nome a un disegno: ma sicuramente un suo disegno l’hanno visto. Una vignetta satirica sui giornali locali (indimenticabile quella coi leoni gay nello stendardo comunale); un fumetto in libreria; o la gigantografia di Patrick Zaki in Piazza Maggiore, a Bologna, ripresa da tutte le tv.

È stata questa l’ultima, e forse la più significativa, campagna attivistica di Costantini: il ciclo di disegni, illustrazioni e ritratti dedicati a Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna incarcerato e torturato fin dallo scorso febbraio 2020 in Egitto perché accusato di essere una minacciata per la sicurezza nazionale.

Fin dai primissimi giorni dell’arresto, il suo ritratto di Zaki – che si poteva scaricare e stampare liberamente dal suo sito – ha fatto il giro d’Italia: come sagoma nelle biblioteche, nelle platee dei teatri, stampato, poeticamente, sopra gli aquiloni.

Gianluca Costantini

Gianluca Costantini al centro, fra Felice Nittolo e Michele de Pascale

L’inaugurazione della sua mostra a Ravenna The Social Drawing, ospitata da niArt, galleria del mosaicista Felice Nittolo, coincideva con il processo di Zaki in Egitto. Ma lo scorso 7 dicembre, poche ore prima dell’apertura, è arrivata la notizia: Patrick, sebbene ancora non assolto, è stato scarcerato. Quello che doveva essere un monito, un altro riflettore acceso su questa vicenda, si è trasformato in una festa, e l’emozione dei convenuti era visibile. Costantini ha addirittura modificato una sua opera in mostra per omaggiare questa scarcerazione: una gabbia di ferro contenente il ritratto dello studente è stata aperta davanti agli occhi degli intervenuti.

Non c’è modo migliore per comprendere l’attività di Gianluca Costantini. Il suo, come dichiara la mostra è un “disegno sociale”. Un’arte impastata di realtà, alla perenne rincorsa del presente. Il tratto è veloce, “sintetico”, come sostiene giustamente Maria Rita Bentini sul catalogo: si concentra sull’essenzialità della figura e dei suoi connotati.

Quando è a colori, spesso è colorato solo l’elemento simbolico e portante del disegno, lasciando che l’illustrazione s’imponga allo spettatore con la potenza di un’icona laica (e la grande diffusione delle sue immagini dimostra questa potenza). Costantini non cerca la sfumatura, il mezzo tono, l’obliquità. Il suo è disegno-comunicazione, disegno-megafono: uno strumento diretto, con finalità politiche e sociali precise. Con tutti i pro e i contro del caso.

Gianluca Costantini

Gianluca Costantini

Gianluca Costantini

Alcune delle tavole esposte nella mostra commuovono, sinceramente. Penso a quella dedicata a Giulio Regeni, e soprattutto a quella di Stefano Cucchi – immagino realizzata dopo la sentenza dello scorso maggio – dove la sorella Ilaria può finalmente abbandonare il suo viso commosso sul petto del fratello massacrato.

C’è un ciclo di disegni dedicati ad Ai Weiwei, il celebre e controverso artista cinese. Costantini ha seguito il processo intentato dall’artista contro la Volkswagen, colpevole di aver utilizzato una sua opera dedicata ai rifugiati del Mediterraneo a fini pubblicitari e senza il suo consenso. Ecco un ottimo esempio di digital journalism: il tratto di Costantini, quasi stenografico, si attaglia bene alla cronaca, tenendo assieme la velocità della fotografia e la potenza icastica del disegno.

Altre tavole colpiscono per l’equilibrio formale e cromatico (come Basta traffici di armi nel porto di Genova, Ni una menos, o quella dedicata a Willy Monteiro Duarte). Altre ancora, sepolte dall’inesorabile cronaca, o dedicate a casi e personaggi meno noti al grande pubblico, perdono la forza originaria. Allo stesso modo, a volte, l’urgenza di rincorrere i temi si traduce in immagini sgraziate o ingenue, come quella che rappresenta la statua di Montanelli pisciata da un ragazzo; qui la furia della condanna si dissolve nel conformismo culturale.

The Social Drawing sarà visitabile fino al 24 dicembre. Un’ottima introduzione per chi non conoscesse il lavoro di Costantini, nonché un bel modo di riassumere gli ultimi anni del suo lavoro di attivista grafico.

Moni Ovadia

Per completare la settimana ci sarebbe poi da parlare di Cabaret Yiddish, lo spettacolo di Moni Ovadia che è stato in cartellone all’Alighieri fino a ieri, domenica. Uno spettacolo “da camera” a suo modo storico: il debutto risale infatti al lontano ’92, e parte dei materiali di questo cabaret finiranno in Oylem Goylem, lavoro che decretò il successo nazionale di Ovadia.

Cabaret Yiddish è un concentrato di umorismo ebraico, di cui Ovadia è maestro assoluto, e musica klezmer, e gira attorno al tema della lingua dell’esilio e della condizione esistenziale degli ebrei mitteleuropei. Il tono è perlopiù leggero, quasi disordinato; la forma, essenziale (un narratore e quattro musicisti); i contenuti spesso molto interessanti (penso soprattutto alla citazione di Franz Kafka sulla lingua yiddish, che non conoscevo, risalente al 1912).

Un vero peccato, quindi, che questo Cabaret sia stato funestato da problemi tecnici e in generale da una certa incuria, che ne hanno reso la fruizione piuttosto frustrante. Nel giorno del debutto, oltre ai capricci continui dell’audio (la musica suonava flebile e smorta, il microfono di Moni frizzava di continuo) e qualche scantonata del disegno luci (possibile che, in uno spettacolo senza cambi luce sostanziali, l’attore protagonista debba recitare in penombra?), lo stesso Ovadia è sembrato un po’ fuori fuoco: alcune barzellette – che, com’è noto, richiedono tempi comici serrati e studiati – avrebbero potuto funzionare meglio tagliando sbavature e lungaggini nel racconto.