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Le Rubriche di RavennaNotizie - L'Ombelico d'Oro

L’OMBELICO D’ORO / L’Assessore Fabio Sbaraglia non promette rivoluzioni ma “policentrismo culturale”, si tiene i pezzi forti e cerca spazi per innovare… con giudizio

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Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale granitica per tempi fluidi. Dopo un lungo ozio forzoso, per cui ringrazio il Covid, eccomi tornato ad allietare le vostre giornate. Ma come inaugurare questo ben poco promettente 2022? Di cosa parlare, adesso che, ancora una volta, è quasi tutto fermo? Mi è venuto naturale pensare al futuro, come sempre a inizio anno. Si pensa al futuro a dicembre, per procrastinare, e a gennaio, per programmare ciò che si procrastinerà a dicembre.

E dunque cerchiamo di scrutare nel prossimo futuro, adesso che un nuovo ciclo di politiche culturali si è aperto: l’anno dantesco ce lo siamo lasciato alle spalle (qualcuno ha sospirato?), e un nuovo assessore alla cultura si è messo al lavoro. Fabio Sbaraglia, ravennate doc, classe ’84, dopo una lunga gavetta nel Pd locale è stato nominato assessore alla cultura della seconda giunta de Pascale, assumendo una quantità di deleghe che farebbe impallidire chiunque: cultura, scuola, università, afam, mosaico e politiche giovanili.

Dopo qualche mese di silenzio e discrezione, ha deciso di rispondere a distanza ad alcune domande sullo stato della cultura ravennate attuale, sulle sue criticità, e sulle speranze realizzabili nel prossimo futuro. Buona lettura, a voi. E buon lavoro, a lui.

L’INTERVISTA

Fabio, hai iniziato molto presto a far politica. Sei entrato in consiglio di circoscrizione a 22 anni, a 27 in consiglio comunale. Sei più o meno della mia generazione, ed entrambi abbiamo vissuto un momento di crisi e decadenza dei partiti, che mi sono sempre sembrati, parlo per me, grigi, privi di stimoli, distanti – nel migliore dei casi. Per te evidentemente non è così. Cosa ti ha portato a fare politica? Da dove viene il pungolo?

«Come per molti, è successo negli anni delle superiori. I partiti stavano già attraversando una fase di crisi, forse in parte protetta in quel periodo da un dibattito pubblico estremamente acceso e polarizzato sulla contrapposizione tra centrosinistra e centrodestra a trazione berlusconiana. Ma nel mondo succedevano cose, come l’attacco dell’11 settembre, la guerra in Iraq, cose che interrogavano profondamente la coscienza di tutti. In quel periodo ho maturato una coscienza politica che si è trasformata in militanza solo qualche anno dopo. Mi sono sempre riconosciuto in una sinistra di governo, riformista ma con riferimenti valoriali forti. La scelta di iscrivermi agli allora DS è avvenuta in modo naturale. A differenza di quanto si possa pensare, ho trovato un ambiente molto aperto, che mi ha subito coinvolto e dato l’opportunità di misurarmi con piccole responsabilità attraverso le quali, spero, di essere nel tempo maturato politicamente».

Fino al 2016 hai collaborato con alcune realtà ravennati, tra cui Cooperativa E, il Nightmare Film Festival, Mosaico d’Europa Film Festival. Hai contribuito a far nascere Fahrenheit39 assieme a Emilio Macchia. Attraversando queste realtà, che immagine ti sei fatto della cultura ravennate? Quali sono i suoi pregi e i suoi difetti?

«Ravenna offre una scena culturale davvero ampia e vitale. È così da tanto tempo, e la cosa più importante è vedere come negli anni questa scena abbia saputo rinnovarsi, accogliendo e facendo crescere esperienze nuove. Questo è stato possibile perché esiste un ecosistema virtuoso che vive di una profonda collaborazione tra mondo dell’associazionismo, quello degli operatori culturali e le istituzioni. Non si tratta solo di fare rete, cooperare o fornire sostegno alle attività, si tratta di condividere più profondamente una stessa idea di cultura, intesa come strumento di conoscenza e interpretazione del presente, come vettore di sviluppo sociale di una comunità».

Fabio Sbaraglia

Se volessimo giocare a una storiografia della cultura ravennate, io nel recente passato vedo due cicli. Il primo è quello legato al nome di Cassani e alla candidatura a capitale europea 2019, progetto concluso nel 2014 con una sconfitta bruciante. Il secondo è legato al nome della Signorino e ai festeggiamenti per il Settecentenario dantesco, concluso l’anno scorso in coincidenza con la pandemia. Da osservatore interno, che tipo di bilancio fai di queste due recenti esperienze? Che segno hanno lasciato in città?

«Ho avuto la fortuna di vivere da molto vicino sia la candidatura di Ravenna 2019 che le celebrazioni del centenario dantesco. Credo che sia davvero difficile mettere a confronto queste due straordinarie esperienze che sono maturate in condizioni e tempi diversi e con impostazioni e finalità necessariamente diverse. Di certo non è possibile ridurre il lungo percorso di Ravenna 2019 semplicemente al secondo posto ottenuto nel 2014 dietro a Matera. Quell’avventura ha innescato e alimentato un fermento culturale che ha segnato anche gli anni successivi, non solo in termini di proposta culturale ma anche e soprattutto nel modo in cui la città ha iniziato a percepire e immaginare se stessa. Allo stesso modo Dante2021 ha proiettato nel mondo il nome di Ravenna in maniera indissolubilmente legata a quello di Dante. Tante delle iniziative messe in cantiere in questi anni, su tutte l’importante riqualificazione dell’area dantesca, con il restauro della tomba, l’apertura del Museo Dante e di Casa Dante, segnano solo l’inizio di un impegno che sul versante dantesco deve vedere la nostra città capace di elaborare un’offerta sempre più strutturata e accessibile».

Restiamo a Dante 2021: la pandemia ha scombussolato tutto, cambiato piani, rimandato eventi. Cosa succederà quest’anno? Si riuscirà a recuperare ciò che non si è riusciti a fare nel 2021, o di Dante ne abbiamo abbastanza?

«L’anno passato ha visto un investimento di risorse e di progettualità connesse al centenario probabilmente irripetibile. La memoria dantesca non ha bisogno di eventi continui per risplendere, ma di progettualità strutturate. Dante2021 ha irrobustito l’identità dantesca di Ravenna e lasciato in eredità nuove abitudini, come ad esempio la lettura quotidiana della Commedia davanti alla Tomba all’ora del tramonto, o una cerimonia dell’annuale estremamente partecipata e coinvolgente. Di certo la figura di Dante, e ancora di più il suo lascito, sono e saranno continuamente fonte di ispirazione e stimolo per chiunque si occupi di cultura: come sempre saremo attenti alle proposte più interessanti che emergeranno dal territorio».

Fabio Sbaraglia

C’è la forte impressione di essere all’inizio di un nuovo ciclo storico per la cultura ravennate che qui, come in tutto il mondo, attraversa una fortissima crisi dovuta alla pandemia. Spettacoli dal vivo, mostre, cinema, festival: tutti i settori sono in grande sofferenza. Se dovessi isolare le linee d’azione del tuo mandato, quali sarebbero? Quali sono le tue idee forti per i prossimi 5 anni?

«Lanciare lo sguardo oltre la pandemia e immaginare quali potranno essere le modalità di fruizione, ma anche di programmazione, delle esperienze culturali costituisce la sfida più difficile e affascinante di questo momento storico. Il comparto culturale ha pagato e sta continuando a pagare un prezzo altissimo alla pandemia. Sono in sofferenza i cinema, faticano i teatri e lo spettacolo dal vivo, i musei, i siti archeologici. Io non credo esistano ricette sicure per uscire da questa crisi e, per quanto importante, non basterà tamponare il problema economico. Si tratterà di ripensare in tanti casi il modo stesso di fare cultura, riscoprendone il senso più profondo, che è quello di creare, attraverso una proposta, una comunità. Che condivide interessi, curiosità, linguaggi, spazi in cui si ritrova, si confronta e scambia esperienze. Da questo punto di vista non credo che a Ravenna servano rivoluzioni. Di certo ci sono aspetti su cui sarà importante lavorare: sviluppare politiche ampie di valorizzazione del mosaico; far maturare un “policentrismo culturale” che si ponga il tema di coinvolgere l’intero territorio comunale nella fruizione della cultura; un’attenzione particolare ai linguaggi artistici del contemporaneo; consolidare e rilanciare percorsi di avvicinamento, coinvolgimento e formazione di nuovi pubblici».

Tra le deleghe che ti hanno affidato, c’è anche quella al mosaico. Inutile sottolineare quanto Ravenna debba al suo patrimonio musivo, motore principale non solo artistico ma anche turistico. Negli ultimi 15 anni ha preso corpo il progetto della Biennale: la nuova edizione, che non si è potuta tenere nel 2021, si dovrebbe tenere nel 2022. Ci sarà un nuovo indirizzo? Quale? Quali idee per valorizzare il mosaico contemporaneo per il prossimo futuro?

«La prossima Biennale si terrà nel 2022 e poi riprenderà la sua tradizionale cadenza negli anni dispari già dal 2023. Nelle ultime edizioni la Biennale ha visto maturare un profilo sempre più compiuto. Da lì occorre ripartire. È evidente che le elezioni amministrative posticipate all’autunno dello scorso anno non hanno aiutato nella programmazione di eventi così complessi e articolati, ma la nostra volontà è quella di puntare con convinzione su questo appuntamento. Per questa ragione la Biennale del Mosaico sarà l’evento principale della programmazione del 2022 del MAR. Oltre a questo occorre mettere in campo strategie ad ampio raggio, che per esempio affrontino il tema della formazione nel campo delle tecniche musive, della creazione di una rete internazionale di collaborazioni tra città del mosaico; una più strutturata attività di valorizzazione del nostro patrimonio artistico contemporaneo (che passi anche da una presenza più evidente del mosaico nel tessuto dalla città), fino alla promozione di tutto il settore dell’artigianato artistico».

Ravenna Festival 2021

La vita culturale di Ravenna negli ultimi 30 anni si lega indissolubilmente a tre nomi: Ravenna Festival, nell’ambito dell’opera e della musica; Ravenna Teatro, per lo spettacolo dal vivo, e RavennAntica, nel campo dell’archeologia. Insieme, queste macro-realtà rischiano di saturare la vita culturale della città, “soffocando” gruppi indipendenti, o più giovani, per mancanza di spazi culturali. Si pone quindi il problema della creazione di nuovi spazi dedicati al contemporaneo. Quale soluzione per aprire la cultura ravennate ai gruppi più giovani – e dunque più bisognosi di un supporto pubblico?

«Garantire il rinnovamento dell’offerta e la possibilità di ingresso di nuovi protagonisti, ma anche di nuovi linguaggi, è una questione cruciale. La nostra storia recente ci racconta di tantissime esperienze che nel tempo sono nate proprio in seno a realtà più solide e strutturate, o che in queste abbiano trovato occasioni di collaborazione e di crescita. Alcune di queste poi sono state capaci di strutturarsi e affermarsi a loro volta arricchendo ulteriormente il nostro panorama culturale. Per cui non credo che il problema sia da porre in termini di “soffocamento”, semmai di strumenti. Pensare in termini di contrapposizione tra “grandi” e “piccoli” mi sembra fuorviante. L’amministrazione è in grado di mettere in campo molteplici e diversi strumenti a sostegno delle realtà emergenti, si tratta di capire quali siano di volta in volta quelli più idonei. Tuttavia è innegabile che ci sia un’insufficienza di spazi connessa proprio al particolare dinamismo culturale che la città esprime, ma non possiamo che porci obbiettivi di medio o lungo periodo che puntino all’ampliamento del numero di locali pubblici vocati al pubblico spettacolo e una progressiva rifunzionalizzazione e ammodernamento di alcuni di quelli già esistenti».

La politica delle convenzioni ha avuto l’indubbio merito di andare incontro a molte realtà culturali, ma rischia di frammentare le risorse in mille rivoli, annullando una possibile politica culturale. Serve un assessorato interventista o basta dirigere il traffico culturale? Sarebbe il caso di rivedere la prassi delle convenzioni? O si tratta di cambiare solo i loro pesi?

«Credo che sarebbe un errore mettere in discussione la politica delle convenzioni. Le convenzioni culturali sono lo strumento che ha permesso a tante realtà di crescere e affermarsi proprio perché mette nelle condizioni le realtà coinvolte di poter programmare sul medio periodo le proprie attività e le strategie di crescita. Avere la garanzia di vedere sostenuto un programma per un quinquennio ha consentito a molti di accedere anche ad altri finanziamenti, pubblici e privati, e quindi consolidare il proprio profilo innescando un meccanismo moltiplicatore sulle risorse. Nel tempo questo strumento è stato affinato nel segno della trasparenza, e credo sia inevitabile proprio per permetterne la piena efficacia anche nell’intercettare progettualità nuove, un suo continuo aggiornamento. Non si tratta di dirigere il traffico, si tratta di impostare un pezzo importante della politica culturale dei prossimi cinque anni».

Dante Epopea Pop

Dopo la “reggenza” Spadoni, durata dal 2003 al 2016, il Mar non sembra essere stato in grado di esprimere una sua precisa e incisiva linea espositiva, a parte il tentativo di inserire la fotografia fra le altre arti espositive. Il nuovo corso del Mar è stato anche al centro di molte polemiche, sulle scelte e sui numeri delle mostre. Tu che idee hai per il Mar del futuro?

«Veniamo da anni in cui il dibattito politico sul Mar si è appiattito sostanzialmente sugli incassi delle mostre o si è concentrato su paragoni spericolati con altre realtà o con altri tempi. È innegabile che il tema della sostenibilità della spesa culturale sia centrale, e lo è a tutto campo, non solo per le attività del museo. Nei prossimi anni vedo una presenza più forte e strutturata del mosaico e del contemporaneo nelle attività del museo, a partire dall’imminente riallestimento della collezione dei mosaici contemporanei. Più in generale, mi piacerebbe avviare un percorso di valorizzazione del patrimonio artistico del Mar che passi anche attraverso un suo progressivo ampliamento. Un museo non può vivere di sole mostre. Così come mi piacerebbe immaginare formule nuove di fruizione degli spazi museali, in modo da consentire nuove modalità di accesso, più flessibili, libere, periodiche e prolungate, per fare del MAR un luogo della città frequentato abitualmente».

Palazzo Rasponi dalle Teste è in cerca di un’identità. Si è creato un contenitore magnifico, ma il contenuto e la destinazione da anni non sono affatto chiari…

«Palazzo Rasponi è uno spazio relativamente nuovo, e risponde a esigenze e funzioni ancora abbastanza diverse tra loro. Certamente come spazio espositivo esprime un potenziale importante che va esplorato e valorizzato».

Parliamo di Classis. Il museo è ancora all’inizio della sua attività. Si pensa di arricchirlo di nuove sezioni? Per ampliare la sua offerta si potrebbero anche ipotizzare delle collaborazioni con giovani artisti o associazioni del territorio. Che ne pensi?

«Classis è uno spazio straordinario, uno dei più significativi esempi di rigenerazione urbana, che ha segnato la trasformazione di un luogo a lungo abbandonato in un importantissimo sito di cultura. Di recente è stato insignito del prestigioso Premio Francovich con la motivazione che rappresenta la migliore sintesi fra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione degli stessi verso il pubblico. È evidente che il potenziale di quel progetto (e di quello spazio) non sia ancora esaurito e anche nel dialogo con gli operatori può rappresentare una risorsa importante. Negli anni alcune collaborazioni sono anche già state avviate, così come la rassegna estiva delle scorse estati è stata un’opportunità di spazio a disposizione di diversi operatori».

Recentemente è stata aperta in Piazza Kennedy una nuova sede condivisa per l’Istituto Verdi e per l’Accademia di Belle Arti. Si parla di “Polo delle Arti” della città di Ravenna, un nome promettente che però ha bisogno di una direzione di marcia precisa. Quale?

«Il Polo delle Arti non è solo qualcosa che sta sulla carta, è qualcosa che si è concretizzato nella condivisione dei nuovi spazi in Piazza Kennedy, nell’elaborazione di progetti in collaborazione per la città, permettendo e stimolando un dialogo tra i diversi linguaggi artistici. È notizia proprio di questi giorni il raggiungimento della statizzazione dell’Accademia di Belle Arti e dell’Istituto Superiori di Studi Musicale Verdi. Si tratta del raggiungimento di un obbiettivo perseguito dalle amministrazioni precedenti con grande tenacia, che permette alle nostre due istituzioni di vedere riconosciuto il prestigio e l’importanza che meritano e contemporaneamente mette al sicuro per il futuro un patrimonio di conoscenza e sapere artistico unico».

Fabio Sbaraglia

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