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L’OMBELICO D’ORO / #1 Koko Mosaico: l’arte pop e punk di Luca Barberini ci dice che “il mosaico non è morto”, ma qualcuno “è passato dallo snobismo alla depressione”

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Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale ariosa per tempi asfissianti. Si apre, con questo episodio, una finestra di approfondimento aperiodica dedicata al mosaico ravennate contemporaneo. Ho l’impressione che, da bravi bizantini quali siamo, diamo un po’ per scontata l’esistenza di botteghe artigiane e mosaicisti nel XXI secolo. Releghiamo queste esperienze nella sfera turistica o, quando va bene, in quella del folklore. Arte di nicchia, vecchia, elitaria: sono molti i pregiudizi che vanno rivisti. E per iniziare questo percorso, mi è parso naturale partire da Luca Barberini, classe ’81, l’anima punk del mosaico ravennate.

Basta entrare nel suo atelier in via di Roma, Koko Mosaico, per capire che dobbiamo aggiornare qualche stereotipo. Nessuna traccia d’oro, di polvere, di santi ieratici; in compenso grandi finestre luminose, un arredamento sobrio, in legno, che non stonerebbe in uno studio del nord Europa. E tanto punk-rock sparato dalle casse.

Allo stesso modo, i suoi mosaici trasudano contemporaneità: colori dissonanti, tessere aguzze e irregolari, composizioni rumorose. Nei suoi soggetti affollati, che richiamano nello stile la velocità del fumetto e l’ironia della street art, troviamo protagonisti insoliti: piante carnivore, teschi di fiori, meduse giganti, supereroi e mondi sommersi.

Luca Barberini

Luca Barberini, Clorofilla 00, 2018

Luca Barberini

Luca Barberini, Bone Flowers 15, 2019

L’attenzione ai temi contemporanei è evidente. Il sovraffollamento, il cambiamento climatico, l’immigrazione, l’onnipresenza dei social. E non potrebbe essere altrimenti, per il fondatore della più giovane bottega di mosaico di Ravenna. Luca mi racconta della sua vita mentre lavora a una delle sue grandi Folle. Parla piano, intervallando le frasi fra una pinzata e l’altra. Applica la tessera, perde il filo, lo ritrova.

«Sono nato a Porto Corsini, da una famiglia di pescatori. – racconta – Conosci la Trattoria Cubana? Irma e Pino sono i miei nonni. Sono cresciuto nel ristorante, fra la gente, ho imparato lì la socialità. Mio padre, ad esempio, era incredibile: lui amava avere a che fare con le persone. Mi sono sempre chiesto come potesse essere sempre felice e disponibile, anche quando prendeva le prenotazioni al telefono».

«Non sono mai stato un patito del mosaico. A me è sempre piaciuta la fotografia. Uno dei miei riferimenti era Helmut Newton. – continua – Per un po’ ho lavorato nel settore della fotografia sportiva, skate soprattutto. È stata importantissima, per me, l’esperienza dello Slam Trick, quando a Marina di Ravenna arrivavano skaters da tutto il mondo. Ero tra i costruttori dello skate park del Bukowski. Sono sempre stato bravo nei lavori manuali, fin da piccolo.»

«Poi, per evitare il militare, faccio il servizio civile. I miei professori – avevo frequentato il Severini – mi chiedevano spesso una mano per finire i loro lavori. Ed è stato fuori dalla scuola che ho capito che questo mestiere era interessante, che poteva darmi sbocchi lavorativi seri. Dopo il servizio civile riesco a entrare nella Scuola Bottega del Mosaico al Cisim, un progetto del Cpfp sovvenzionato dalla Comunità Europea. Lì ho conosciuto mia moglie, Arianna Gallo, e dopo cinque anni abbiamo aperto il nostro laboratorio. All’inizio stavamo in via Maggiore. Ricordo ancora i nostri professori che dicevano “non dureranno due anni”. Ne sono passati 17».

Luca Barberini

Luca Barberini, Folla 00, particolare, 2010

Approfitto di una telefonata per guardarmi attorno. Mi concentro sulle sue opere, sul suo stile. Cosa differenzia il mosaico di Barberini rispetto a quello dei suoi colleghi?

«La mia arte è molto diversa, sia visivamente che tecnicamente, rispetto a quella degli altri miei colleghi ravennati. Negli anni ’70 i mosaicisti tendevano a lavorare con tessere molto grandi, materiche. Volevano lasciarsi alle spalle il mosaico bizantino, quelle tessere tutte uguali, e darsi all’informale, all’astratto. Smettere di rappresentare, insomma. Io invece voglio raccontare delle storie, lanciare un messaggio. Per me è essenziale non fare solo decorazione. Proprio come nei mosaici delle nostre chiese – se ci pensi sono dei fumetti ante litteram, raccontano storie attraverso le immagini. Solo non uso le tessere tradizionali. Ultimamente sono focalizzato sulla natura. La natura che si ribella all’uomo, come per le mie piante carnivore. Nei miei “oblò” immagino un mondo sommerso dall’acqua, dove le persone sono costrette a vivere su barche-giardino. Sono metafore. A volte sfocio nel sociale. Mi piace ritrarre gli esseri umani. Falling in love è un esempio del cinismo contemporaneo: due amanti cadono, si stanno per sfracellare a terra, e gli astanti girano video».

Luca Barberini

Luca Barberini, Falling in love 01, 2018

Quindi non ti offendi se ti definiscono pop.

«Io sono assolutamente pop. È questo che mi differenzia dai miei maestri: Felice Nittolo, Paolo Racagni, Marco De Luca. O, tra i miei coetanei, il gruppo CaCO3. Il mosaico per loro è ricerca formale, colore e materia, invenzione di pattern. Sono molto a grato a Daniele Torcellini, il mio curatore principale, che mi ha fatto capire come anche il mio stile ha una sua dignità artistica. Viene definito Lowbrow, è una corrente nata a Los Angeles verso la fine degli anni ’70 che mischia street art, punk e pop. Mi ci ritrovo. Ed è la prima volta che succede».

L’ambiente del mosaico ravennate è snob?

«Noi non lo siamo di sicuro. Veniamo da maestri gelosi del proprio lavoro, per questo abbiamo cercato di aprirci il più possibile, di non chiuderci in una nicchia. Ricordo storie di commesse internazionali rifiutate perché non considerate abbastanza artistiche, ma semi-industriali. Il mosaicista ravennate era un artista e si considerava tale. Koko Mosaico è una realtà diversa: mia moglie cura la parte più artigianale del lavoro, io ormai mi occupo principalmente della mia produzione. Realizziamo sia il mosaico ravennate tradizionale, sia quello semi-industriale. Quest’estate, ad esempio, abbiamo lavorato a una pavimentazione di 100 metri quadri per una villa di India. Questi erano i lavori che tradizionalmente, negli anni ’70-’80, si rifiutavano, perché era più “artistico” fare le interpretazioni dei grandi, di Chagall, di Balthus; per gli altri lavori si diceva “è roba da Spilimbergo”. Pensa: la sorella di mia moglie è andata a fare la scuola di Spilimbergo. È stata la prima ravennate nella storia di quella scuola! Pazzesco. Ricordo che quando venivano da noi in gita gli studenti di Spilimbergo, a Ravenna si diceva di seguirli con attenzione, perché non sapevano fare. E invece fanno cose bellissime».

«Oggi quella generazione di mosaicisti c’è ancora, ma è passata dallo snobismo alla depressione. – racconta Barberini – Sono rimasti di nicchia. Dicono che il mosaico è morto, che non c’è più niente da fare, che non ci sono più né artisti né artigiani competenti. Ma questo succede perché si ostinano a non aprire gli occhi, e non capiscono che i testimoni sono cambiati. E continuare a dire che il mosaico è morto non ci fa bene. A volte mi vengono a trovare degli studenti del Severini che, una volta nell’atelier, sgranano tanto d’occhi e mi dicono a bocca aperta: “Ma allora il mosaico non è morto!”».

«Adesso ci sono buone possibilità per chi vuole fare mosaico e lavorare, senza preoccuparsi più della supposta “vecchiaia” di questa forma d’arte. Pensa, negli anni ’90 gli artisti si vergognavano addirittura di scrivere “mosaico” nella didascalia delle loro opere. Era considerata roba da chiese o da bagno, soprattutto in un periodo di arte concettuale. Ma oggi, con la riscoperta delle tradizioni manuali e delle tecniche lente, questo problema snobistico è superato. È un traguardo importantissimo, per me. Pensa a quanti grandi artisti internazionali hanno sperimentato col mosaico, da Chuck Close a Damien Hirst».

A proposito di Close: qualche idea per le Biennali del futuro? Come si rilancia il mosaico a Ravenna?

«Oggi abbiamo un assessore al mosaico. Ho conosciuto Fabio Sbaraglia prima delle elezioni, assieme a Torcellini, e abbiamo riflettuto assieme sul modo di lanciare il contemporaneo. Mi sembra un bravo ragazzo e se ascolta un po’ questo mondo, se concede un po’ di meritocrazia ai personaggi che ha attorno, potrebbe davvero fare un ottimo lavoro».

«Certo qualche critica la si può fare. Ad esempio, con tutte le deleghe che ha Sbaraglia, forse sarebbe stato più sensato dare quella al mosaico a qualcuno che, anche dal punto di vista tecnico, ne sappia qualcosa di più, che conosca le necessità di questo campo. – continua – E poi penso al Mar. Il direttore è un biblioteconomo. La curatrice viene da Roma, e non conosce molto il tessuto della città. Deve ancora inserirsi bene nel tessuto contemporaneo, quello un po’ più vivo e movimentato. Per la Biennale del 2022 vorrei vedere qualcosa di nuovo, pensare a nuove collaborazioni. Ad esempio con la Biennale di Venezia, che quest’anno cade lo stesso anno. Immaginare scambi culturali con giovani artisti internazionali. Non è necessario avere il “nomone” a tutti costi, immaginando una impossibile concorrenza con le mostre di Forlì e Ferrara. Per fare come loro bisogna avere altre spalle. Quindi, invece di fare due mostre grandi all’anno, se ne possono fare otto di giovani artisti, e non sto parlando solo del mosaico. Attirare un pubblico giovane, svecchiare l’idea della mostra classica».

E pensare a un Museo del Mosaico, come a Faenza?

«Per alcuni sarebbe controproducente, perché si rischierebbe di tornare all’arte di nicchia. Quindi meglio usare il museo della città e collocare la sezione mosaico di fianco alle altre arti. Vedi, c’è ancora quella preoccupazione antica, quell’imbarazzo… Io credo invece che un museo del mosaico avrebbe molto senso, a Ravenna. Un museo che raccolga la storia di questa forma artistica, arricchita dai lasciti di tutti gli artisti internazionali ospitati durante le Biennali».

Luca Barberini

Luca Barberini, Sulla zattera della medusa, 2015

Luca Barberini

Luca Barberini: a sinistra Hitchcock, 2017; a destra Future 01, 2019

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