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L’OMBELICO D’ORO / La Chiara, Miraza, la Rosina e gli altri “pinaroli” di Pietro Guberti, cronache di poveri ecologisti: un’epopea minore da rileggere

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Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale vegetale per tempi diserbanti. Qualche tempo fa, per motivi lavorativi cui no quiero acordarme, mi sono trovato nella necessità di scrivere qualcosa sulla nostra pineta. L’occasione era una semplice lettura alla fine di una pedalata pubblica lungo i Fiumi Uniti. Per non appesantire troppo la giornata bisognava trovare un testo semplice, immediato, che parlasse di pineta, ma che non fosse una banale crestomazia di testi letterari o poetici già usurati dal tempo o troppo distanti da noi. Ergo: bando a Dante, a Boccaccio, a Byron, a Dryden, che fare?

La soluzione è arrivata grazie a un caro amico, che mi ha segnalato I pinaroli di Pietro Guberti, sorprendente libriccino poco conosciuto, pubblicato nel 1982 dalla nostra Longo. In poco più di cento pagine, Guberti schizza la storia di alcuni “pinaroli”, appunto, ovvero dei poveri di Ravenna che, fino agli ’50, sopravvivevano grazie ai frutti della pineta, “la grande madre che non aveva mai abbandonato nessuno”.

Sullo sfondo della narrazione “le Carraie”, la via che collega ancora oggi il Borgo San Rocco a Via Cesarea, lungo la quale, come in un teatro di strada, si affacciavano le povere case dei pinaroli, col loro carico di ironia, miseria, facezie e drammi personali.

Pietro Guberti

Ho troppe poche notizie per mettere assieme una biografia esauriente di Pietro Guberti, che non ho fatto in tempo a conoscere. Classe 1921, scomparso nel 2018, nella sua lunga vita Guberti è stato pittore, poeta e romanziere. Tratti di questo eclettismo trapelano nelle sue pagine – arricchite non a caso dai suoi disegni a china, rapidi e tremolanti.

Guberti fa parte di quei narratori naturali, spontanei, “da trebbo” mi verrebbe da dire per restare in tema, a cui sfugge il controllo severo della lingua ma che, nondimeno, riescono a tratteggiare con pochi elementi semplicissimi una psicologia o una scena di vita.

Non mancano quindi svarioni grammaticali, ripetizioni, personaggi che appaiono e scompaiono nel giro di poche pagine; i fili della storia si perdono, s’intrecciano di nuovo senza una logica apparente, le cronologie sono sballate; alcune volte la vis polemica fa perdere la lucidità e macchia di tinte stereotipate la narrazione (come avviene, ad esempio, nelle pagine dedicate all’unico personaggio fascista del libro).

Ma il risultato è avvincente, fresco proprio per la sua mancanza di sprezzatura: qualità che oggi, nei libri contemporanei iper-levigati dal dissennato lavoro degli editor, è sempre più rara. È proprio per la sua imprecisione, per le sue sbavature, che questo libro vibra di un suo tono personale e unico.

Pietro Guberti

Leggendolo mi è venuto naturale paragonarlo al capolavoro di Pratolini, Cronache di poveri amanti. Anche qui si seguono le vicende degli ultimi con empatia marchiata da una chiara posizione politica; anche qui c’è una via e un ambiente che fungono da linea rossa narrativa, un “palco” popolare sul quale avvengono i fatti; anche qui le storie personali, lungi dall’essere iper-locali o folcloristiche, ci dicono qualcosa della nostra storia collettiva.

Ma la grande differenza, a prescindere dall’ovvia statura narrativa di Pratolini e dalla sproporzione fra le moli dei due libri, è nel tono con cui vengono narrate le storie. Laddove in Pratolini la materia è ancora calda (Cronache, uscito nel 1947, si colora inevitabilmente delle tinte della testimonianza e della denuncia sociale, tipiche del realismo socialista), in Guberti le vite dei pinaroli sono filtrate dalla malinconia della memoria.

I pinaroli diventano così simboli di un universo scomparso, ultime anime di un’epoca pre-industriale – senza mai, ed è questo il grande merito del libro, cadere nella tentazione di indorare il passato. Bei tempi antichi, buon selvaggio, critica del progresso: in Guberti non c’è traccia di tutto questo, non c’è retorica.

Il racconto diventa semplice epicedio, un omaggio funebre che sorvola i fatti, perfettamente consapevole che, al di fuori del libro, nulla è rimasto di questi uomini e di queste donne, spazzati via dalla pace più che dalla guerra (basti l’incipit: “Oggi i pinaroli non esistono più, e non ci rimane che cercarli nel ricordo”).

Nella Ravenna degli anni Ottanta, che viveva l’ultimo decennio d’oro della chimica, parlare dei pinaroli doveva sapere di passatismo e nostalgia; oggi, alla luce dell’ecologismo contemporaneo, queste pagine ci parlano di un rapporto simbiotico con la natura che potrebbe addirittura ricordare Thoreau o il pastoso tono dei documentari di Attenborough.

Ma basta con la teoria. Vi propongo tre passaggi particolarmente ispirati del libro, che ho rimaneggiato senza tradirne troppo lo spirito per quella pedalata di cui sopra.

Pineta Pigne

La Chiara

La più vecchia delle Carraie era la Chiara, figlia di pinaroli dai tempi del papa. In famiglia l’unica eccezione era il marito, che faceva il capo risaio, quando ancora le risaie circondavano la città e si vedeva Sant’Apollinare in Classe rispecchiarsi sulle acque.

Era un brav’uomo, il marito della Chiara. Ma morì giovane, lasciandola vedova di sette figli ancora piccoli. La Chiara aveva allevato i suoi figli in pineta. Le figlie divennero tutte pinarole, i figli fornai (almeno il pane l’avrebbero assicurato).

La Chiara era famosa nella strada. Rispettata. Raccontavano che aveva partorito l’ultimo figlio, Giovanni, in pineta. Un giorno come tutti gli altri la Chiara era andata in pineta con le sue compagne, quando verso mezzogiorno avvertì le prime doglie del parto. “Ragazze, ci siamo. Portatemi una bacinella d’acqua fresca, che questo figlio vuole venire fuori”. Così all’ombra del Battista, il pino più alto della pineta, nacque Giovanni.

La Chiara riposò un paio d’ore, poi avvolse suo figlio nel grembiale e se lo portò a casa sulla carriola, in mezzo ai rami di pino. Alcuni raccontavano che da quel giorno Giovanni si portò dietro per tutta la vita l’odore di resina, e che quando entrava in una stanza si sentiva il profumo della pineta.

Miraza

La vita più dura però la faceva Miraza. Miraza veniva da Campiano. Arrivò alle Carraie nel ’23. Era anarchico, e durante la prima guerra era stato disertore. Ne aveva avuto abasta della Libia. “Ma quali nemici”, pensava, “se questi sono poveri diavoli come noi!”.

Quando tornò dal Carso, invece di andare a casa scese alla stazione di Ravenna; e col suo zaino sulle spalle s’incamminò verso le valli. Non aveva una base sicura. Si rifugiò in una casa abbandonata della cooperativa braccianti, proprio in mezzo alla valle. Quella casa fu poi chiamata “dei disertori”, perché oltre a Miraza c’erano Colombo, il figlio di Pio Menghi, e i fratelli Rubboli.

Non avevano luce né bagno, e spesso si riducevano a mangiare gli strigoli che crescevano nei fossi. Ma certe mattine di primavera, quando il sole sorgeva rosso e infiammava la valle come di mille fazzoletti, erano felici.

In caso di pericolo entravano in pineta o si nascondevano nei canneti. Ma una mattina, sicuramente per una spiata, si trovarono circondati dai Carabinieri. Gli altri riuscirono a scappare, ma Miraza fu arrestato.

Quando uscì di galera, Miraza cominciò a lavorare come muratore, e in un primo tempo se la cavò discretamente; ma poi il lavoro per gli anarchici diventò sempre più scarso, e per andare avanti non c’era che la pineta, la grande madre che già l’aveva ospitato e che non aveva mai abbandonato nessuno.

Partiva in bicicletta con suo figlio, la vanga, la scure, il sacchetto per le rane. Entravano in pineta per la strada più lunga, quella della Torraccia. Ma in quel periodo entrare in pineta era proibito: troppi poveri, si rischiava di consumarla.

Arrivare in pineta non era difficile; era il lavoro il vero problema, ché i colpi d’accetta si udivano da lontano e arrivavano alle orecchie dei guardiani. Ma come succede in guardie e ladri anche loro finivano per chiudere un occhio. Conoscevano chi andava in pineta per abbattere un secco o una pianta vegeta.

Sentivano i colpi, uno più forte e uno più sommesso, e dicevano: “Questo è Miraza – questo è suo figlio”.

Pineta

La Rosina

E poi c’era la Rosina. Mi sembra di vederla ancora, china sulla sua carriola di legno. Diceva che le era più facile smarrirsi dentro gli uffici del comune che in pineta. Iniziò a vendere qualcosa, frutta e bibite, durante la guerra, ai soldati. Divenne una specie di vivandiera di reggimento: andava in piazza d’armi, si sedeva per terra e guardava le manovre. Che strano che un’anarchica come lei fosse ammirata da quel mondo così ordinato!

Poi finì anche la guerra. Era la vita che tornava nelle Carraie. Ma tempi ancora più duri non tardarono a venire. La Rosina cominciò ad andare al porto, con la sua carriola e la scopa, per raccogliere qualcosa.

Si era invecchiata, ma continuava a fare quel lavoro, d’inverno e d’estate. Le piacevano le navi. Come una formica tutti i giorni era laggiù a graffiare la terra per strapparle un chicco di granturco o un pezzetto di carbone. Il grano lo vendeva al pollivendolo e il carbone alle donne della strada. Un po’ lo teneva per la sua stufa.

Fu d’estate, una giornata ideale. Era partita come le altre mattine per il porto. Quel giorno scaricavano del granoturco, e lei, che era arrivata per prima, in breve riempì la carriola e prima di mezzogiorno era già di ritorno.

Quando fu all’angolo del Palazzo di Teodorico, sentì che le veniva sete, e come un peso di pietra nel petto. Si sedette sulla carriola e dopo un po’ si sentì rinvenire le forze, e di nuovo si mise in cammino; ma dopo pochi passi, quando sperava di raggiungere la porta del borgo, cadde sul marciapiede.

Non disturbò nessuno: la gente che andava a messa a Santa Maria in Porto non si accorse di niente. Sembrava un mucchio di stracci abbandonati, coperti dal legno della carriola, e quando andarono per soccorrerla, la Rosina era già morta.

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