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L’OMBELICO D’ORO / #2 CaCO3 e il mosaico concettuale. Dagli emblemata romani alla tradizione bizantina, come l’esplosione delle forme diventa raffinato minimalismo

Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale testarda per tempi mosci. Riprendo questa settimana il discorso sul mosaico contemporaneo ravennate con una chiacchierata assieme ai CaCO3, gruppo formato da Âniko Ferreira da Silva, Giuseppe Donnaloia e Pavlos Mavromatidis.

Già il nome, così esatto e freddo – si tratta infatti della formula chimica del carbonato di calcio, comunemente detto calcare, che forma le tessere alla base del loro lavoro – è una mezza dichiarazione di poetica: le opere dei CaCO3, minimaliste ed eleganti, sono debitrici di un saper fare tecnico e di una radicata conoscenza scientifica, che accomuna la formazione dei tre artisti.

Âniko, ravennate di famiglia brasiliana, Giuseppe, d’origine pugliese, e Pavlos, greco, si sono conosciuti giovanissimi alla Scuola per il Restauro del Mosaico che, prima di venire assorbita dall’Università di Bologna, era una sede distaccata dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Una scuola professionalizzante e molto selettiva (le classi non arrivavano a 10 studenti), che, come racconta Âniko, “ti insegnava soprattutto a maneggiare le tecniche e i materiali. Entravi in profondità nel tema del mosaico, per quattro anni ti occupavi solo di quello: interstizio, tessera, forma. Quello è stato il nostro nido”.

È alla fine di quell’apprendistato che i tre decidono, nel 2006, di farsi gruppo e aprire la loro bottega, che ha oggi sede in un bellissimo magazzino a pochi metri dalla Darsena e vanta commesse importanti in tutto il mondo.

“Lavoriamo soprattutto con privati”, mi spiega Giuseppe, “Russia, Cina, Algeria, Stati Uniti sono i paesi più interessati al nostro lavoro. In una casa di Miami un nostro dittico è presente vicino a un’opera di Anish Kapoor, scultore fra i più quotati al mondo”.

E non è difficile credere a questo successo. C’è qualcosa di ipnotico nelle loro opere, in quelle superfici materiche mutevoli e cangianti, minimaliste e in un qualche modo mistiche; il merito dei CaCO3 è stato quello di riuscire a tradurre la “freddezza” scientifica della loro formazione in eleganza estetica. “Se vuoi rompere le regole”, compendia Pavlos, “bisogna prima conoscerle”.

CaCO3

Movimento N. 170-171

Quali sono stati i vostri maestri?

Âniko – «Riccardo Bissi. Era un professore della nostra Scuola per il Restauro. Era stato lui stesso restauratore alla Cooperativa Mosaicisti, il gruppo più importante che ha lavorato a Ravenna dal Dopoguerra ai giorni nostri. Aveva conosciuto tutti i mosaicisti storici della zona. Era un poeta del mosaico».

Pavlos – «All’epoca non ci rendevamo conto di tutta l’informazione che ci passava. Ci dava l’opportunità di riflettere a fondo sul nostro lavoro; riusciva a guidarci per farci capire i nostri errori tecnici. Siamo cresciuti nel dubbio, grazie a lui. Lui passava, guardava il tuo lavoro e ti chiedeva: “Sei sicuro che vada bene? Funziona secondo te?”».

CaCO3

Movimento N. 166

Qual è stata l’intuizione alla base della vostra poetica?

Giuseppe – «L’intuizione è arrivata gradualmente. Era da tempo che eravamo interessati a un percorso di tipo minimale. Stavamo cercando texture musive diverse da quelle della tradizione. Ad esempio abbiamo studiato a fondo Marco De Luca, che è stato un grande innovatore con i suoi fondi bizantini alterati».

Âniko – «Siamo molto legati al filone ravennate che deriva dall’esperienza del restauro novecentesco. A Ravenna il mosaico è rientrato dalla finestra del restauro. Dopo gli ultimi mosaici duecenteschi di San Giovanni Evangelista, il mosaico si è rigenerato nel Novecento per l’esigenza della conservazione. Per forza di cose, la scuola ravennate è legata al restauro».

Giuseppe – «Un’altra ispirazione sono stati per noi gli emblemata, ovvero le parti più preziose dei mosaici pavimentali romani. Quei mosaici erano realizzati con la tecnica dell’opus vermiculatum: le tessere usate erano piccolissime, quasi dei pixel, e permettevano di realizzare figure estremamente realistiche. Famoso emblema è quello della Battaglia di Isso [oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, N.d.R.]. Si tratta della parte più preziosa di un mosaico pavimentale, congegnata in modo da poter essere staccata e spostata altrove».

Pavlos – «Il nostro lavoro è puramente tradizionale. Quando fai mosaico, hai una tessera e un’inclinazione. La nostra tessera è presa dal periodo romano degli emblemata; l’inclinazione è quella tipica del mosaico bizantino. Noi abbiamo esasperato questi aspetti; abbiamo portato all’estremo queste tecniche. Ci siamo concentrati sugli aspetti formali e li abbiamo fatti esplodere. Così il nostro lavoro offre contemplazione a chi lo guarda usando un solo materiale. Un’altra cosa importante per noi è che le superfici che creiamo cambiano a seconda della luce naturale: hai visioni e movimenti diversi a seconda del giorno e del punto d’osservazione. I nostri lavori sono un po’ dei camaleonti, riescono a dialogare bene con ogni ambiente o contesto in cui vengono inseriti: stanno bene nel kitsch, ma anche in una galleria minimalista».

Âniko – «Da sempre siamo concentrati sulla grammatica del mosaico. Prendi il modo in cui titoliamo le nostre opere: spesso diamo un titolo a una serie, che poi numeriamo in modo progressivo, come se fosse un’archiviazione di quello che facciamo. C’è la serie delle Cattedrali; oppure c’è quella dei Soffi, dei Movimenti geometrici».

CaCO3

Movimento N. 166 e Cattedrale N. 81-82

Fra i mosaicisti di Ravenna, voi siete tra i più giovani…

Âniko – «Siamo i medi, per così dire. Tra i maestri e i giovanissimi. Penso a Sergio Policicchio, ad esempio, o ai giovani mosaicisti appena usciti dall’Accademia. Come bottega, sì, siamo i più giovani assieme a Luca Barberini di Koko Mosaico e a Lea Ciambelli di Pixel Mosaici. Ravenna ha sfornato parecchi mosaicisti della nostra generazione. Il problema è che non essendoci attività né tante botteghe, spesso si fatica a trovare una collocazione».

Come mai, secondo voi? C’è poca attenzione al mosaico contemporaneo in città? Un rigetto?

Âniko – «Rigetto non è la parola giusta, e non è una questione legata solo a Ravenna. È un problema italiano. Siamo talmente legati al nostro passato che gran parte delle risorse disponibili finiscono lì. Perché passato significa turismo. Ma se ci pensiamo bene, anche il contemporaneo può far girare l’economia. Da quando c’è la Biennale la situazione è molto migliorata, attira visitatori da tutte le parti del mondo; ma c’è ancora tanto che si può valorizzare».

CaCO3

Soffio N. 15 e Fuga N. 0

Oggi abbiamo un assessore al mosaico: cosa chiedereste? Quali strategie adottare?

Giuseppe – «Ci sono già stati degli incontri con Fabio Sbaraglia, che è una persona molto aperta e si sta dedicando molto a questi temi. Sicuramente ci dovrebbe essere una maggiore attenzione agli attori che operano in questo settore; e poi soprattutto bisogna trovare un modo per dare visibilità a ciò che viene fatto a Ravenna. Non ci pensiamo spesso, ma ancora oggi Ravenna forma dei mosaicisti: e questa è una attività importantissima. Tuttavia può succedere che molti ragazzi, una volta formati, non trovino spazi di visibilità. Un ragazzo uscito dall’Accademia di Belle Arti non ha i fondi per affittare uno spazio o organizzare delle mostre, ed è giusto aiutare quelli talentuosi, che spesso sono costretti per vivere a fare lavori molti distanti, e gradualmente si possono anche perdere. Ovviamente l’amministrazione non può mantenere gli artisti, ma può creare dei contatti; il Mar può organizzare un festival di livello alto che selezioni gli artisti giovani e che li metta in contatto con le gallerie o col mondo delle industrie».

Âniko – «Si potrebbe mettere a disposizione uno spazio che potrebbe diventare un semenzaio per le giovani generazioni, che così avrebbero un posto dove trovarsi e riconoscersi; come avviene a Faenza nella Galleria della Molinella, ad esempio. Di fatto a Ravenna mancano spazi espositivi adeguati. Uno spazio specifico per il mosaico non esiste; non abbiamo un Museo del Mosaico. Certo, c’è il Tamo, ma ha un focus sul mosaico antico, è un contenitore didattico per turisti».

Pavlos – «Penso all’evento principale, la Biennale, che da qualche anno viene organizzata un po’ in fretta perché si arriva all’appuntamento sempre in ritardo. Bisognerebbe invece progettarle con grande anticipo e affidare la curatela a una personalità importante: abbiamo estremo bisogno di una visione da curatore. Ogni Biennale potrebbe portare le visioni diverse dei diversi curatori».

Âniko – «Per questo ci è piaciuta molto la mostra su Chuck Close, che ha aperto gli occhi sulle esperienze musive che ci sono anche fuori da Ravenna e dall’Italia, sull’uso di nuove tecniche meno conosciute… È stata una scoperta. Bisogna aprirsi a maestranze e ad artisti anche fuori dalle mura, altrimenti si rischia di diventare auto-referenziali».

Pavlos – «E ancora, non esistono abbastanza residenze d’artista, spazi privati o pubblici con un interesse preciso sul contemporaneo. Manca proprio la visione. Perché il Mar non organizza residenze?»

CaCO3