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L’OMBELICO D’ORO / Aleksandr Blok e la profezia degli Sciti, l’Europa fra le zampe della Russia: rimandi al passato e suggestioni del presente

Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale sapida per tempi sciocchi. Nell’ultima puntata avevamo lasciato il nostro Aleksandr Blok, singolarissimo poeta russo, in visita a Ravenna. Il viaggio estivo in Italia, progettato per curare il suo umor nero e per “tapparsi gli orecchi a tutto ciò che è russo” – come scrive alla madre da Venezia nel maggio 1909 – non è andato benissimo.

Il Bel Paese lo fiacca, lo rende apatico: gli sembra di camminare in un museo a cielo aperto, privo di vita, tutto rivolto al passato. Solo Ravenna, fra le città che visita, pare pacificarlo. La città, scrive nella poesia, sembra dormire “in braccio all’assonnata eternità”; le ragazze hanno sguardi dolci, “carezzevoli e misteriosi”; il fantasma di Dante, cui forse Blok si sente affratellato nella sua missione profetica, gli canta una Vita Nuova, una promessa d’evasione dalla vacuità di un’esistenza borghese. Blok è ancora più chiaro nelle sue lettere.

A Ravenna siamo stati due giorni. È profonda provincia, assai più profonda di Venezia. La piccola città dorme duramente, e dappertutto, chiese e immagini dei primi secoli del Cristianesimo. (…) Sono molto contento che Brjusov [poeta amico di Blok, ndr] ci abbia mandati qui.”

O ancora, nei suoi diari, dove traspare un rapporto problematico con la moglie: “11 maggio. Ravenna. Chianti, ecc. Tutti di lei dicono che è bella. La chiamano signorina. Io sono solo… Mistero. Notte a Ravenna”.

“Mistero”: per un poeta così disgustato dal mondo, e così ansiosamente in cerca di un altrove, questa parola è un lasciapassare. Ravenna ha superato l’esame in lirismo. (Interessante poi notare come lo spirito galante romagnolo non sia un’invenzione del boom: vedono una russa nobile e i vitelloni impazziscono; poco importa che sia maritata).

Ma non si tratta qui di aggiungere un altro tassello al già ben pasciuto campanilismo bizantino. Che Blok abbia apprezzato o meno la sua vacanza ravennate, non m’importa granché. È più interessante, soprattutto in questi giorni, spulciare fra le sue poesie per scoprire qualche corrispondenza sotterranea.

Levitan

Isaac Levitan, Autunno dorato, 1895

Prendiamo ad esempio qualche frammento di una poesia del settembre 1906, intitolata semplicemente Rus’. Siamo tre anni prima del suo viaggio italiano, e a pochissima distanza dalla rivoluzione fallita del 1905.

Anche nel sogno sei strana.

Non toccherò la tua veste.

Sonnecchio – e dietro il sopore è il mistero,

e nel mistero tu riposi, Rus’.

Rus’, circondata di fiumi

e avviluppata di boscaglie,

con stormi di gru e con paludi,

e con torbido sguardo di stregone,

dove popoli di vario aspetto

di paese in paese, di valle in valle

intrecciano balli notturni

sotto il bagliore di villaggi in fiamme.

(…)

Così ho riconosciuto nel sopore

la povertà della terra natia,

e nascondo la nudità dell’anima

nei brandelli dei suoi stracci.

(…)

Sonnecchio – e dietro il sopore è il mistero,

e nel mistero riposa la Rus’.

Anche nei sogni essa è strana.

Non toccherò la sua veste.

Ravenna sonnecchiava in braccio all’eternità, proprio come questa Rus’ dorme, avvolta nel mistero della sua veste.

La tentazione di istituire un’analogia fra Ravenna e questa Russia rurale, povera e intrisa di mistero, è fortissima. Che Blok si sia sentito a casa fra le mura e gli ori ravennati? Che abbia ritrovato in questo frammento bizantino europeo qualcosa della sua misteriosa madrepatria? O forse le nostre valli gli hanno ricordato le paludi infinite che accerchiavano San Pietroburgo?

Non abbiamo altri strumenti per dirimere la questione, se non qualche sostantivo ripetuto nelle due poesie, forse inconsciamente: troppo poco per parlare di una possibile “natura russa” di Ravenna. Ma leggendo i componimenti di Blok si può scoprire qualcosa di più sui rapporti complessi fra Europa e Russia – un bottino forse anche più prezioso del primo.

Blok

Blok ritratto da Kostantin Somov, 1907

Il grande cataclisma

Facciamo dunque qualche passo in avanti nella biografia di Blok. Tornato a casa dall’Italia, Blok ripiomba nella stessa accidia che l’aveva spinto a partire. Si trascinerà fra feste zigane, alcol, prostitute per quasi un decennio, rischiando di dissipare definitivamente il tuo talento. Le poesie di questo periodo pullulano di invettive contro la vita borghese, contro la sua vacuità, e sono pervase da un continuo flirt mortifero che regala alcuni momenti indimenticabili (consiglio la lettura della poesia Notte, strada, fanale, farmacia, che fa parte della raccolta Danze della morte).

Infarcito di teologismi e balzane teorie metafisiche, Blok è convinto che stia per verificarsi uno stravolgimento completo dell’ordine cosmico, e che questo cataclisma sia necessario: nell’estate del 1917 scrive sulle pagine dei suoi taccuini: “Sento che sta per succedere un grande evento, ma non mi è dato sapere esattamente cosa sia né quando accadrà”.

Una frase che non è certo il massimo della precisione per un vaticinio, ma che a posteriori, se collocata sullo sfondo della Rivoluzione d’Ottobre, ci impressiona profondamente.

Non deve quindi sorprenderci troppo che Blok, borghese e a suo modo decadente, abbracci con entusiasmo la rivoluzione comunista: la sua adesione al bolscevismo non è squisitamente politica, ma screziata di teologia e millenarismo. Ciò che gli importa davvero non è tanto la vittoria della classe proletaria, quanto l’eradicazione della noia borghese che lo attanaglia da più di quindici anni, e la “catarsi completa dell’umanità”, come scrive Ripellino.

D’altra parte, anche ai bolscevichi faceva comodo avere al fianco un nome del suo calibro. Blok era allora al culmine della sua fama: tutti, da Majakovskij all’Achmatova, da Pasternak alla Cvetaeva lo considerano maestro assoluto di stile. Gli verranno offerti incarichi in vari teatri, case editrici, istituzioni culturali proletarie: e tutto ciò contribuirà alla fine della luna di miele fra Blok e la rivoluzione.

Grazie alla sua fama, c’è rimasta qualche testimonianza di questo periodo, scene che non stonerebbero in un film. Ad esempio Majakovskij, in un ricordo del 1921, racconta di averlo incontrato nei giorni della Rivoluzione davanti al Palazzo d’Inverno. “Smilzo con un pastrano soldatesco si scaldava a un falò, e alla domanda se gli piacesse ciò che era accaduto: “Bene” rispose, rammaricandosi solo che gli avessero bruciata la biblioteca in campagna.”

Annekov

Jurij Annekov, illustrazione per I dodici, 1918

È in queste temperie, nel gennaio del 1918, che Blok scriverà la sua opera più famosa e commentata, il poema I dodici, con cui riuscirà a inimicarsi in un colpo solo i suoi vecchi sodali borghesi e i bolscevichi. Da questo momento in poi, tutto andrà degenerando. La disillusione per una rivoluzione “burocratizzata”; la rozzezza della nuova classe dirigente; le privazioni e i dubbi; la solitudine intellettuale prenderanno il sopravvento su ogni poetico entusiasmo.

Racconta Lunačarskij, fra i più colti funzionari bolscevichi: “Aveva in orrore i marxisti, perché gli sembrava che essi trattassero la vita quasi come un problema di matematica, di meccanica”. “Il marxismo mi dà un senso di freddo”, pare gli avesse confessato durante un incontro privato – una massima che pare precorrere la satira di Lubitsch in Ninotchka. Blok si chiude in un silenzio definitivo, non scriverà quasi più nulla se non qualche articolo e qualche saggio, svilupperà i primi sintomi della malattia che lo porterà alla morte nell’agosto del 1921.

Un episodio ci dice molto su come Blok abbia trascorso i suoi ultimi giorni, e adombra il futuro sinistro della Rivoluzione. L’11 febbraio 1921, Blok è invitato alla Casa dei letterati per l’anniversario puskiniano. Questo è un frammento, bellissimo, del suo discorso: “Non fu la pallottola d’Anthès ad uccidere Puškin. Lo uccise la mancanza d’aria… Pace e libertà. Sono necessarie al poeta, perché egli possa disciogliere l’armonia. Ma ti tolgono anche la pace, anche la libertà. Non la pace esteriore, ma quella creativa. Non la libertà dei bambini e dei liberali, ma quella creativa, la libertà segreta. E il poeta muore, perché l’aria si fa irrespirabile; la vita ha perduto senso.”

Dieci anni dopo, Majakosvkij non scriverà parole troppo differenti prima di uccidersi. Blok sente di essere arrivato alla fine. È un vecchio arnese simbolista in mezzo a una rivoluzione proletaria; la vita ha ripreso a scorrere con lo stesso, medesimo tedio.

Filonov

Pavel Filonov, Il banchetto dei re, 1912-1913

L’Europa fra le zampe della Russia

Fra le sue ultime poesie, ce n’è una che oggi ci parla in modo assolutamente straordinario. S’intitola Gli Sciti: è del 30 gennaio del 1918, scritta nel pieno della Rivoluzione. Anche questo componimento è pervaso da teorie millenaristiche che profetizzano il futuro dei continenti.

Gli “sciti” del titolo sono i russi: i guerrieri barbari che, nel corso della storia, hanno dato le loro vite per difendere i civilizzati europei dalle incursioni dei mongoli. La Russia quindi come terra di mezzo, con un piede in Asia e uno in Europa; da sempre alleata all’Occidente e da sempre ammiratrice della sua cultura, ma ormai pronta ad uscire da questo stato di minorità.

Blok lo scrive apertamente: è ora che l’Europa, la vecchia, decadente, borghese Europa, si assoggetti alla nuova vitalità rivoluzionaria russa, che da parte sua è pronta ad accoglierla “in un festino fraterno di pace e lavoro”. Come sempre in Blok, anche questo poema è profondamente ambiguo. La Sfinge russa guarda all’Europa con “esecrazione” e “amore”; lo scheletro europeo, fra le sue zampe “carezzevoli”, rischia tuttavia di cedere; l’amore russo è un amore che gli stati d’Europa, ormai sfibrati, hanno dimenticato, un amore primigenio “che brucia e distrugge”.

Blok pare riprendere e risolvere, sul piano simbolico, una frattura intellettuale che ha accompagnato la nascita e la crescita della cultura russa, ovvero lo scontro fra occidentalisti e slavofili. Bref, i primi consideravano l’apertura verso le conquiste culturali e sociali europee assolutamente imprescindibili per il futuro della storia russa; i secondi auspicavano un recupero delle tradizioni russe per trovare una propria strada culturalmente irriducibile a influenze esterne.

Per Blok, la Russia rivoluzionaria, nutrita delle conquiste liberali e sociali europee, doveva diventare la protettrice dell’Occidente, la sua “sfinge da guardia” pronta ad accogliere e nutrire gli stati europei, condannati alla dissoluzione. Ma in caso di rifiuto, in caso di guerra, la minaccia è aperta: “sappiamo essere perfidi”. Non ci difenderanno più, si volgeranno dall’altra parte, verso Est, lasciando che “l’unno” devasti le terre d’Occidente. D’altra parte, ci dice all’inizio della poesia, i destini sono segnati: voi siete milioni, noi “nugoli”.

Sarebbe un grande errore d’interpretazione leggere questa poesia schiacciandola sulla Russia imperialista e putiniana di oggi. La Sfinge di Blok è una sfinge bolscevica, convinta di aver realizzato la definitiva utopia marxista, ovvero di aver compiuto la storia occidentale. La Sfinge di Putin è una potenza autoritaria, classista, reazionaria, che della cultura occidentale, destinata a tramontare, salva solo il capitalismo.

Ma la descrizione poetica del rapporto tormentato fra Russia e l’Occidente, questa mutua frenesia che si nutre allo stesso tempo di complessi d’inferiorità e superiorità, di slanci e risentimenti – beh, questa descrizione mi pare che valga ancora adesso.

Voi siete milioni. Noi nugoli, e nugoli, e nugoli.

Provatevi a combattere con noi!

Sì, gli Sciti noi siamo! Noi siamo gli Asiatici

dagli occhi guerci e cùpidi!

Per voi i secoli, per noi una sola ora.

Noi, come servi obbedienti,

facemmo da scudo fra due razze ostili –

i Mongoli e l’Europa!

(…)

Oh, vecchio mondo! Prima di soccombere,

finché ti struggi d’un dolce tormento,

fèrmati, sapientissimo come Edipo,

dinanzi alla Sfinge dell’antico enigma!…

La Russia è la Sfinge. Esultando e affliggendosi,

e irrorandosi di sangue nero,

essa ti guarda, ti guarda, ti guarda

con esecrazione e con amore!…

Di amar così come ama il nostro sangue

ormai tra voi nessuno è più capace!

Avete obliato che esiste un amore,

che brucia e che distrugge!

(…)

Noi amiamo la carne – e il suo gusto e colore

e l’afoso, mortale odore della carne…

È colpa nostra forse se scricchia il vostro scheletro

fra le nostre pesanti, carezzevoli zampe?

(…)

Venite a noi! Dagli orrori della guerra

venite agli abbracci pacifici!

Finché non è tardi – la spada nel fodero,

compagni! Diventeremo fratelli!

Se no – non abbiamo da perdere nulla,

anche noi sappiamo essere perfidi!

Nei secoli sarete maledetti

dalla tarda, malata discendenza!

(…)

Ma noi – d’ora in poi – non vi faremo da scudo,

d’ora in poi non entreremo in battaglia!

Osserveremo la mischia mortale

coi nostri occhi stretti!

Noi lasceremo che l’Unno feroce

frughi nelle tasche dei cadaveri,

incendi città, spinga in chiesa le mandrie,

cuocia la carne dei fratelli bianchi!

Per l’ultima volta – vecchio mondo, ravvediti!

A un festino fraterno di pace e lavoro,

per l’ultima volta – a un radioso festino

ti invita la lira barbarica!