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Le Rubriche di RavennaNotizie - L'Ombelico d'Oro

L’OMBELICO D’ORO / #3 Il mosaico intimo di Takako Hirai, che parte dall’amore per la natura e gli scarti e finisce per essere consolante

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Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale aptica per tempi ciechi. Si riprende questa settimana l’indagine sul mosaico contemporaneo ravennate: la terza puntata del nostro affondo è dedicata a Takako Hirai, mosaicista giapponese classe ’75, dal 2005 residente a Ravenna.

Succede a volte che un’opera assomigli al suo autore. Osservi un quadro e lo trovi rumoroso, caotico, infantile; poi ne conosci l’autore e ti dici: tutto torna. Anche le opere di Takako Hirai hanno questa qualità. C’è in loro qualcosa della gentilezza e della discrezione di questa artista. Ammiri una veduta naturale di Takako Hirai, i suoi colori tenui, e ti senti pervadere da un senso di calma e meraviglia nei confronti della bellezza della natura. I suoi mosaici, spesso composti da tessere ricavate da materiali naturali, nascondono figurine umane appena visibili, spiritelli fatti della stessa sostanza delle foglie e delle cortecce.

Takako Hirai

Ritratto, Biennale del Muro dipinto 2021, Dozza, foto Gianni Innocenti

Takako Hirai

Vene, 2018, dettaglio

Takako Hirai

Giardino Segreto 2

Takako mi accoglie nel suo atelier e mi mostra qualche lavoro. Alcuni pezzi di Giardino segreto, in un angolo dello studio, si muovono e luccicano alle minime correnti d’aria. Vene, un mosaico del 2018, è appeso alla parete. Sembra un’opera astratta, ma Takako mi corregge subito. «Ho composto questo mosaico partendo dagli scarti del calcare che si usa per fare i mosaici. Di solito si usa la parte bianca della pietra; queste parti invece vengono scartate perché non si tagliano bene. I colori che vedi sono quelli delle venature interne dei sassi. Polveri di antichissimi esseri viventi, conchiglie e gusci di milioni di anni fa, residui minerali. Io le espongo soltanto, faccio vedere la bellezza di queste pietre. Per me è sempre commovente. Anche questo lavoro, che potrebbe sembrare astratto, in realtà lo chiamo realistico, perché mi sono limitata a ricomporre ciò che aveva già fatto la natura».

Legame con la natura, riflessione silente, solitudine. Elementi che tornano anche nel sorprendente Bucoverde, un’installazione in fieri nel piccolo giardino appena fuori dal suo studio. Nel titolo c’è tutto: si tratta di un buco scavato durante il lockdown e seminato con quelle che siamo soliti chiamare erbacce. «Ho fatto Bucoverde per calmare la mia sofferenza interiore, per consolarmi e alleggerirmi di un peso. – dice – Ho scavato il buco e poi ho trapiantato qui alcune piantine selvatiche raccolte in giro, dal fiume, dalla strada. È diventato un vero santuario delle erbacce. Sono già due anni che continuo ad osservarle, e le fasi di questo lavoro sono state fotografate da Marco Parollo. Quando andavo a scuola, in Giappone, ci facevano sradicare le erbacce dai cortili. Ma io non capivo come mai. Per me erano belle anche quelle. Noi usiamo questa categoria, “erbacce”, e non vediamo più la bellezza di ogni singola pianta. Dentro questo buco ci sono io, con i miei pensieri, le mie preoccupazioni, i miei dubbi. A volte siamo così fragili che ci viene il dubbio: abbiamo diritto di vivere? Non sarebbe meglio togliere il disturbo? La forza vitale di queste piante, il loro istinto naturale mi ha ispirato. A volte noi umani eliminiamo questi istinti, li soffochiamo. Guardando questo buco, la sua forza, la sua trasformazione col passare dei mesi, cerco di ricordarmi chi sono».

Takako Hirai

Ritratto in lavoro, bucoverde 2020, foto Marco Parollo

Takako Hirai

Ritratto in allestimento 2021, natureinquiete castagnomiraglia, Camaldoli, foto Marco Parollo

L’INTERVISTA

Da dove vieni?

«Da Kumamoto, nel sud-ovest del Giappone, vicino a Nagasaki».

Come sei arrivata a Ravenna?

«Sono venuta per imparare il mosaico. In Giappone ho studiato pittura all’Università di Hiroshima. Da studente, per una gita, sono venuta in Italia. A Roma, in una chiesa, ho visto un mosaico per la prima volta, e sono rimasta molto colpita. Era una cosa bellissima. Quando mi sono laureata mi sono detta: mi piacerebbe imparare. Sto parlando di vent’anni fa, quando su internet, in giapponese, non si riuscivano a trovare molte informazioni. Studiando ho letto il nome di Ravenna. E va bene, andiamo là».

Prima di vedere il mosaico, volevi diventare una pittrice?

«Ho sempre dipinto piuttosto bene, spesso mi facevano i complimenti. Ma non sapevo cosa esprimere con la pittura. Fin da piccola mi è sempre piaciuto lavorare con le mani, ma nessuno pensava che sarei andata all’università per studiare arte. Non ero così tanto fissata di diventare artista, semplicemente mi piaceva dipingere ed era ciò che facevo meglio di tutte le altre cose. Così mi sono detta: continuo. Quando ho finito l’università sono andata in una residenza artistica, in montagna, ma non capivo ancora chi ero. Dipingevo quello che mi sembrava bello. Poi mi sono detta: voglio imparare un mestiere, il mosaico, diventare un’artigiana di questa tecnica. E quindi sono venuta qui a Ravenna».

E poi cos’è successo?

«Nel 2003 sono arrivata qua. Ho provato a cercare un modo per imparare il mosaico, ma non trovavo i contatti giusti. Non ero interessata a fare l’Accademia, a studiare, volevo imparare la tecnica. Come prima cosa ho fatto una scuola di lingua per imparare l’italiano. Chiedevo informazioni. Chiacchierando con una ragazza tedesca, sul balcone, venne fuori che volevo imparare mosaico, e quella ragazza mi ha presentato una mosaicista bravissima: così ho conosciuto Arianna Gallo, di Koko Mosaico, che in quel periodo non esisteva ancora. Lei mi ha insegnato personalmente: non c’erano ancora i corsi estivi per stranieri. È stata lei la mia prima maestra. Come nel passato, sono andata a bottega da lei: ho lavorato per Koko Mosaico dal 2005 al 2011. Poi sono diventata libera professionista».

E la tua famiglia? Era d’accordo?

«Fin da piccola la mia famiglia mi ha fatto fare quello che volevo, sono stata tanto fortunata. Quando ho detto che volevo andare a vivere a Ravenna per fare mosaico, non erano molto contenti. Perché non continui pittura? Perché devi rimanere a Ravenna, perché non torni? Ancora non sapevano niente del mosaico. Ma io volevo rimanere. Così, per far capire bene cosa stavo facendo, ho cominciato a mandare tante mail con le spiegazioni e le foto dei lavori e delle mostre a cui partecipavo. Col tempo si sono convinti anche loro e adesso mi dicono di portare avanti la mia attività, mi sostengono come possono. Qui mi sono trovata molto bene, mi sono ambientata, era una situazione nuova per me, molto stimolante. Di solito dicono che i ravennati sono chiusi, ma io non ho mai avuto questo problema, mi hanno accolto tutti subito».

Cosa distingue il tuo lavoro da quello degli altri mosaicisti? Da dove parti, che tipo di tecniche usi?

«Quando lavoravo in laboratorio a Koko Mosaico a me piaceva vedere questi materiali, come i sassi, il vetro tagliato. Mi affascinano i materiali naturali. Mi piace il tatto del mosaico, soprattutto. Toccare queste pietre, questi sassi che vado a raccogliere. Poi mi è venuta l’idea che con questa tecnica potevo esprimere meglio le cose che non riuscivo a esprimere con la pittura. Il mosaico è strano: può essere piatto come la pittura, ma anche tridimensionale come la scultura. Questa posizione intermedia mi affascina moltissimo. Si possono ampliare le possibilità d’espressione».

Nel tuo lavoro il mondo naturale è importantissimo.

«Sì. Ho bisogno di manifestare che faccio parte della natura. Non voglio separare l’uomo dalla natura. Le parole sono state inventate dagli esseri umani, è vero, e ci sono tanti significati della parola “natura”: fenomeno, paesaggio, presenza… Spesso con le parole “stacchiamo” artificialmente l’uomo dalla natura».

Takako Hirai

Giardino Segreto, 2020 mostra nature inquiete, Faenza, foto Marco Parollo

Takako Hirai

Giardino Segreto, 2020 mostra nature inquiete, monastero di Camaldoli, foto Marco Parollo 

I tuoi materiali sono spesso molto poveri: sassi, scarti di lavorazione…

«Sì, è vero. Io sono molto disordinata, sono un’accumulatrice seriale. A volte, per terra, raccolgo gli scarti della lavorazione, come un pezzo di vetro, lo guardo in controluce e mi dico: quanto è bello? Così mi viene l’idea di salvarlo. L’idea dei cubetti di vetro di Giardino segreto è venuta così: li volevo vedere in aria, attorno a me. Li ho appoggiati su questi lunghi steli di ferro, e così si muovono, scintillano al minimo vento. Quando ho finito questo lavoro mi sono accorta che mi consolava. Forse lavoro per stare bene? Mentre lavoro sono assillata da pensieri di vita, dalle preoccupazioni, ma quando li finisco, questi lavori mi consolano. Con questa installazione ho notato che anche tante persone stavano bene, sembravano tirare fuori dei sentimenti positivi. C’erano alcune persone che venivano a vedere l’installazione diverse volte perché cambiava con la luce e col vento. Anche i bambini si divertivano. Mi ha fatto molto felice».

C’è qualcosa che rende giapponese il tuo modo di lavorare?

«In molti lo dicono, e mi fa piacere, ma non lo faccio intenzionalmente. Spesso si parla di “zen” o di meditazione, ma io non conosco bene lo zen, è un concetto giapponese molto complesso e rischierei di dire cose superficiali».

Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?

«Mi vergogno un po’ a dirlo, ma non sono molto studiosa. Non leggo libri e riviste per avere informazioni e vado poco alle mostre. Ma sono stata sicuramente molto influenzata da Hayao Miyazaki, dalla sua filosofia e dal suo pensiero. Soprattutto la sua opera Nausicaä della Valle del vento, che ho visto quand’ero molto piccola».

Riesci a vivere del tuo lavoro?

«Purtroppo è molto difficile. A volte riesco a vendere delle opere, ma devo molto all’aiuto della mia famiglia. Spesso rimango con 7 euro per due o tre settimane di fila, ma ho imparato bene anche con quali cibi posso sopravvivere, e a volte qualche amico mi porta da mangiare. Ho il sostegno di molte persone. Credo di essere molto fortunata e molto ottimista».

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

«Ho una mostra collettiva a Carrara con altri 14 artisti giapponesi, fino a fine luglio. Poi quest’estate, ad agosto, parteciperò a una mostra collettiva in Svezia, che comprende tre paesi, Svezia, Giappone e Spagna. A questa mostra parteciperò con una fotografia di Marco Parollo a una mia installazione, Bucoverde. La mia intenzione è quella di esplorare altri linguaggi, oltre al mosaico, riprendere la pittura e le installazioni, e promuovere il più possibile il mio lavoro».

Takako Hirai

Bucoverde, dal 2020 in corso, Ravenna, foto Marco Parollo

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Commenti

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  1. Scritto da jack

    Takako, la migliore mosaicista contemporanea a cui auguro tutto il successo che merita….