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Le Rubriche di RavennaNotizie - L'Ombelico d'Oro

L’OMBELICO D’ORO / I Denara, 4 allegri architetti vivi, che vogliono “vivere la tomba della Darsena” a due passi dal cimitero, con una Dogville di legno made in Ravenna

"Spesso ci dimentichiamo che la Darsena è fatta di due lati. Vogliamo che la parte sinistra rimanga una banchina fatta di relitti e ruggine?" - Per chi ne volesse sapere di più o donare qualcosa per realizzare il progetto, c'è il crowdfunding gestito dai Denara: https://www.eppela.com/projects/8568

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Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale lassativa per tempi stitici. Riassunto delle puntate precedenti. Lo scorso febbraio, a Palazzo Rasponi dalle Teste, andavo a vedere la mostra di progetti architettonici intitolata Un ponte dal passato al futuro. La sale erano piene di rendering bellissimi ed elefantiaci: ponti sospesi sulla stazione di Ravenna per collegare la Darsena al centro, banchine galleggianti per musicisti, parcheggi multipiano in vetro e cemento, piscine a bordo Candiano. Titillata da un concorso di idee per il futuro “Hub intermodale della stazione di Ravenna”, la fantasia degli architetti galoppava a briglia sciolta, delineando progetti buoni per il 2050, nella migliore delle ipotesi; progetti che lasciavano però a bocca asciutta il mio desiderio di vivere qui e ora la Darsena, poetica e fatiscente così com’è.

Tornato a casa, scrivevo un pezzo tirando per la giacchetta gli unici architetti che conosco, i Denara: progettate qualcosa voi! Di semplice però, che si possa fare subito, che si possa tirare su assieme, dal basso. Una casa in Darsena, che dico, un condominio in Darsena, aperto a tutta la città. Un ritrovo pubblico senza camerieri, senza obbligo di consumazione o orari di chiusura, dover poter conoscersi, parlare, cantare, fare all’amore.

Un progetto un po’ bohémien, da farsi sulla rive gauche del Candiano, quella del Cimitero, dove non si disturba nessuno se si tira fino a tardi a fare delle chiacchiere. Insomma, un’utopia. E tale pensavo rimanesse fino a qualche giorno fa quando, sorpresa, leggo la risposta pubblica dei Denara. Ma non solo mi hanno risposto: hanno preso così seriamente la questione che hanno addirittura scritto un Manualetto, dove riflettono sul progetto, sull’idea di architettura che lo sostiene e illustrano fase per fase la costruzione dei loro moduli, come fosse l’assemblaggio di un mobile Ikea. Potete trovarlo qui. Manualetto

Da quel momento mi prende la frenesia. La parola “fattibile” mi rigira nel cervello, e decido di incontrarli per capire meglio il loro progetto e fare l’unica cosa in mio potere: dargli la giusta risonanza. “Giusta” perché è la prima volta, almeno a mia memoria, che un gruppo di giovani architetti ravennati, in modo del tutto autonomo, si prende a cuore l’affaire Darsena e scrive un progetto senza scopo di lucro per risolverlo.

“In un mondo dove non è stato fatto altro che fabbricare, abbandonare e spesso uccidere le costruzioni meno meritevoli, allora occuparsi di Architettura oggi significa forse ragionare su ciò che è già stato fabbricato, sul perché sia stato abbandonato, sul come sia morto, e infine, e qui il punto chiave, se sia possibile resuscitarli questi morti, ma resuscitarli oggi, s’intende. La Resurrezione dell’Architettura, o insomma, il Riuso, per usare un termine più comune”. Boeri? Gregotti? No. Scrivono così, a esergo del loro Manualetto, Nicolò Calandrini (’92), Francesco Rambelli (’93), Mirko Boresi (’93) e Federico Lucchi (’96), fondatori nel 2020 dello studio Denara, che si occupa di architettura, design e folklore.

Al cuore del loro progetto, il “riuso” di uno spazio urbano abbandonato. E devo dire che in tempi di centri commerciali monstre alle porte della città, palazzetti dello sport di dubbia utilità e supermercati che si diffondono in centro come varianti Omicron, sono parole che mi suonano particolarmente care. Ma in che cosa consiste il progetto?

Cito sempre dal Manualetto. “Non bisogna di certo essere architetti per comprendere che oggi il lato con più potenzialità della Darsena, quello iconico, quello meno inflazionato, è il tristemente noto lato morto; né bisogna essere architetti per comprendere che ciò che manca a questa parte per tornare in vita è unicamente uno spazio a misura d’animale politico, ombreggiato di giorno e illuminato la sera. Basterebbe uno spazio piccolo, intimo, paragonabile a una camera da letto, un quattro per quattro metri, niente di più. Certo, una camera non basterebbe, non sarebbe a misura della cittadinanza, ma tante camere, le une a fianco alle altre, potrebbero essere una soluzione. Con quali materiali? È ovvio: i più semplici, maneggevoli e reperibili in commercio se dobbiamo realizzarlo oggi. In che modo? Olio di gomito e semplici incastri. Ma ovviamente in questa fase, i problemi da risolvere sembrano altri, e sembrano tanti. Realizzare un progetto simile richiederebbe molto tempo se si passasse dai canali ufficiali: per questo preferiamo scommettere su ampia partecipazione e volontariato poiché pensiamo che quando si lavora insieme su qualcosa del genere ci si possa davvero sentire parte di un fare insieme. Anche solo aderendo all’iniziativa si contribuirebbe all’inizio del cambiamento dello spazio urbano che ci appartiene. Un progetto di questa natura non viene di certo regalato, c’è da tirarsi su le maniche per poterlo costruire e utilizzare. Per questo crediamo sia fondamentale attivarsi oggi, immediatamente, tramite una raccolta di firme, per capire l’effettivo interesse che la proposta può suscitare, revisioni di perfezionamento del progetto (cerchiamo ingegneri, geometri, periti, maestranze, che abbiano voglia insieme a noi di agire in questa città), crowdfunding, reperimento dei materiali necessari, la compilazione della richiesta di occupazione di suolo pubblico (anche se non ci è chiarissimo perché dovremmo pagare per usufruire di uno spazio che sarà tutt’al più adibito ancora al pubblico), incontri con l’obiettivo di mettere in piedi le camere già per questa estate o magari la prossima, perché non c’è fretta: se siamo insieme, non c’è fretta. Noi per ora siamo solo in quattro, ma è già un inizio.”

Una serie di strutture in legno, quindi, grandi come una stanza da letto standard, leggere, facili da costruire e a impatto ambientale pressoché nullo. Delle stanze pubbliche vista Darsena, davanti all’ex Silos Granari e a pochi metri dall’acqua, dover poter leggere, riunirsi, ascoltare e fare musica, ascoltare e fare cultura, in un luogo altrimenti morto o mortifero. Davvero, è già un inizio.

Ex Silos Granari

Casa come Città

Casa come Città

Casa come città

L’INTERVISTA

Ma come è venuta l’idea di questi moduli in legno?

Nicolò Calandrini: «L’idea viene dal nostro progetto Casa come città, realizzato l’anno scorso per Almagià Creative Hub e parzialmente ispirato a Dogville di Lars Von Trier. Siamo partiti dall’idea di “abitare” uno spazio usualmente non abitabile. Da lì l’intuizione di una casa aperta, disegnando la planimetria di un appartamento sulla banchina della Darsena e riempendola con oggetti d’arredo. Allora ci siamo concentrati sul salotto; per questo progetto invece abbiamo pensato quasi automaticamente a una camera matrimoniale. A livello normativo, una camera da letto è un 4×4, per un totale di 16 metri quadrati. Un modulo classico dell’architettura».

Francesco Rambelli: «Quando si parla di “abitare”, si parla sempre di addomesticare lo spazio. L’idea è quella che la cittadinanza vada a dormire in Darsena, che abbia la possibilità di viverla in maniera “civile”. Abbiamo pensato a una serie di moduli di 16 metri quadri che vadano a costituire un braccio vista Darsena, per una lunghezza totale di 180 metri suggeriti. Quella è la lunghezza del braccio mancante del nostro Cimitero monumentale, che com’è noto ha una struttura “a C”; è ed lì vicino, a poche centinaia di metri dall’ex Silos Granari. Giochiamo così una contrapposizione: al cimitero ci stanno i morti, in questo braccio “distaccato” ci sono i vivi. Ci vogliamo vivere».

Nicolò Calandrini: «In architettura c’è sempre bisogno di un riferimento. E dal punto di vista urbanistico, il legame col cimitero è venuto naturale. Sulla Darsena, il cimitero è l’edificio civile più grande. Leggendo il tuo articolo, intitolato “abitiamo la tomba Candiano”, l’aggancio è stato immediato. Si tratta di chiudere un ciclo di morte e resurrezione di uno spazio urbano. In più, c’è da dire che lavorare coi moduli ti permette una grande agilità. C’è bisogno di un palco? Puoi ricalibrare i moduli già presenti per costruire un piccolo spazio aperto per ogni evenienza, puoi spostarli. È veramente un progetto al servizio della comunità».

Che materiali avete scelto?

Francesco Rambelli: «Il legno. Un materiale domestico, caldo, facilmente manovrabile. Pensa banalmente all’Ikea: il legno è un materiale che non spaventa, tutti l’hanno bene o male usato. Per l’acciaio e per il metallo è un altro discorso, spaventano. In più, ci sono i teli di copertura, per colmare il difetto d’ombra tipico della Darsena. Non volevamo far vivere questo progetto solo di notte. Se vuoi leggerti un libro a mezzogiorno, caldo a parte, puoi stare lì sotto».

Nicolò Calandrini: «Il nostro progetto è in fondo una linea, proprio come la passerella in legno che è già stata costruita dall’altro lato del Candiano. Ma non si tratta di realizzare una passeggiata, una linea che ti porti da un luogo a un altro. Questo dovrebbe essere uno spazio adatto per fermarsi e vivere».

Come mai scegliere proprio quel punto esatto della Darsena, davanti all’ex Silos Granari?

Francesco Rambelli: «Perché è l’unico punto della Darsena in cui c’è un vero contatto con l’acqua. Quasi sempre la banchina è troppo alta per far vedere l’acqua. In quel punto, invece, ti puoi sedere e vedere il canale. Ci puoi anche pescare, se vuoi. Lo spazio è perfetto».

Quali sono le prossime mosse da fare, secondo voi?

Nicolò Calandrini: «Con questo Manualetto abbiamo partecipato a un bando regionale, ma si tratta di tempi molto lunghi, non ci sono ancora date precise. Indipendentemente da questo, ci piacerebbe attivarci subito per trovare degli sponsor, per avere fondi e visibilità. Naturalmente vorremmo aprire un dialogo con l’Autorità Portuale. Un altro punto che mi sembra di fondamentale importanza è aprire una call pubblica e capire chi potrebbe essere interessato a darci una mano: architetti, ingegneri, semplici volontari».

Francesco Rambelli: «L’idea del crowdfunding è per noi fondamentale per capire l’interesse cittadino che può esserci a sostegno di questo progetto. Ci piacerebbe anche organizzare delle call ad artisti e cittadini per far sì che diventi un luogo speciale di cultura e di ritrovo, totalmente autonomo e autogestito. Insomma, vorremo restituire qualcosa alla nostra città. Siamo in una fase della vita in cui possiamo ancora permetterci questo tipo di libertà».

Come vi immaginate il progetto finito?

Nicolò Calandrini: «Mi immagino una grande festa. Sarebbe bello vedere, per una volta, anche il lato opposto della Darsena illuminato».

Francesco Rambelli: «Spesso ci dimentichiamo che la Darsena è fatta di due lati. Vogliamo che la parte sinistra rimanga una banchina fatta di relitti e ruggine?»

Per chi ne volesse sapere di più o donare qualcosa per realizzare il progetto, questo è il link della pagina di crowdfunding gestita dai Denara: https://www.eppela.com/projects/8568

Insomma, come mi dice Mirko Boresi alla fine della chiacchierata, bisogna solo iniziare: martello, chiodi e seghetto. E stare a vedere che succede.

Rendering Denara

Rendering Denara

Rendering Denara

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Commenti

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  1. Scritto da leo

    evviva si

  2. Scritto da Libero

    Grandioso mi pare un’idea geniale. Bisognerà solo vedere come la prenderanno i nostri amministratori. Non vorrei vi invischiassero nella burocrazia.

  3. Scritto da Aldo

    Intanto si potrebbe smantellare il vecchio consorzio agrario chiuso da anni

  4. Scritto da Emanuele

    È stupendo! Significa che Ravenna non è morta! Ma i burocrati zombie sono in agguato: loro odiano le fughe in avanti e, non vorrei dirlo, sono disposto a scommetterci troveranno mille scuse e mai soluzioni. Purtroppo ci sono abituato. Ammazzano l’entusiasmo, uccidono ogni espressione di innovazione. E nella nostra città sono ad ogni angolo e in ogni casa.

  5. Scritto da Richard Feynman

    SI SI SI SI SI