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L’OMBELICO D’ORO / Coconino Fest un esperimento riuscito sull’arte del fumetto, quella via di mezzo fra letteratura e cinema foto

Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale ventilata per tempi afosi. Pare che Nabokov fosse patito di fumetti. E pare anche che si arrabbiasse moltissimo quando i suoi critici, di solito così pronti nel decrittare le infinite citazioni colte disseminate nelle sue pagine, non riuscivano a cogliere i calembour dedicati ai fumetti. Come? Capite che personaggio nascondo dietro un raro lepidottero e non arrivate a indovinare l’autore di un fumetto popolare? In un passaggio di Parla, ricordo, del 1951, Nabokov camuffa dietro un gioco di parole il nome di un fumettista americano: “so glowing” è un tributo nemmeno troppo velato al celebre Otto Soglow, creatore della fortunata comic strip The Little King.

Perché nessuno, leggendo un romanzo di Nabokov, aveva pensato a un autore di fumetti? È una semplice svista innocente o questa mancanza non rivela piuttosto il pregiudizio negativo che, forse ancora oggi, la “letteratura alta” riserva per i “bassi fumetti”?

Devo questo aneddoto ad Alessio Trabacchini, editor di Coconino Press, con cui ho fatto un’interessantissima chiacchierata qualche giorno prima dell’inaugurazione del primo Coconino Fest a Ravenna. (Per chi non conoscesse Coconino: si tratta della più importante casa editrice italiana per il fumetto, nata a Bologna nel 2000, che ha deciso quest’anno, e in tutta fretta, di scegliere Ravenna come centro per questo nuovo esperimento, nella speranza, condivisa anche dal sottoscritto, di radicarsi nel territorio nei prossimi anni).

L’episodio nabokoviano era, come si può intuire, un pretesto per parlare dello statuto estetico dell’oggetto fumetto, che, anche a distanza di più di un secolo, pare non essersi risolto definitivamente. È arte? Sicuramente sì. Ma esiste una definizione condivisa di che cosa è un fumetto? È un’arte alla pari della letteratura? E la fruizione di una graphic novel è, per un lettore, un’esperienza analoga a quella di un romanzo? Esiste, ancora oggi, un pregiudizio nei confronti del fumetto in quanto arte popolare o di massa, orientata ai meno acculturati o alla semplice evasione? E perché non esiste una vera e propria critica del fumetto?

Siamo andati avanti fino alle due di notte a discutere, e naturalmente non ne siamo venuti a capo. Chi scrive aveva la presunzione di sostenere che più nessuno, oggi, potrebbe affermare un’inferiorità culturale dell’oggetto fumetto senza essere tacciato, e a ragione, di straordinaria ignoranza del campo di studio. Basti osservare il successo editoriale del genere, onnipresente sulle riviste di letteratura, nelle librerie; o citare il successo dei film Marvel, i più visti della storia del cinema probabilmente, e quasi tutti tratti da eroi dei fumetti.

Ma se si trattasse di moda? si potrebbe obiettare. Il fumettista che ambisce a una forma alta, “nobile” per così dire (e mi si perdoni l’orrore di questo aggettivo, sostituiteci un “complessa” che va più di moda), trova la stessa attenzione critica riservata a un romanziere?

Non ho gli strumenti critici adeguati per risolvere la questione. Quello che posso testimoniare, però, è stata la grande affluenza di pubblico che, nonostante i pochi giorni di organizzazione e comunicazione, ha premiato l’iniziativa di Coconino Press. Per quasi tutti gli incontri del cartellone, le sale erano piene. Vuoi per la risonanza degli artisti ospitati (Altan, Gipi, Reviati, Giovanni Truppi), vuoi per l’educazione al fumetto che in questa città, almeno dal 2005 anche grazie alla compianta rassegna Komikazen, ha messo le sue radici ben salde, si può dire che questo Coconino Fest sia partito col piede giusto.

Al netto degli incontri, penso soprattutto alla mostra Nella contea di Coconino (visitabile a Palazzo Rasponi dalle Teste fino al 31 luglio) che riesce, con le sue sale, a dare un assaggio agile ma esauriente delle tante possibilità di questo linguaggio, a partire da autori Coconino.

Altan

C’è un mostro sacro, Altan, con le tavole originali di Ada nella jungla, pubblicato nell’ormai lontano 1978. Il disegno di Altan è pulito, non c’è traccia di sbavature o imperfezioni – lo si può ammirare soprattutto nelle tavole prive di dialogo, che paiono funzionare benissimo anche senza balloon, come succede per il cinema muto. Le sue linee precise non conoscono imbarazzi: si piegano duttilmente per rappresentare seni giunonici, foglie di piante tropicali, zampette di scarafaggio.

Mirabile l’uso delle didascalie fra una vignetta e l’altra: un procedimento caro ad Altan, che rompe la sospensione dell’incredulità per farsi commento meta-narrativo. Con buona pace degli appassionati di Deadpool, qui l’autore gioca con la sua creazione, entra ed esce dalle vignette e dalla storia con almeno 10 anni di anticipo sugli esperimenti Marvel.

Zuzu

Discorso opposto per un giovane talento del fumetto italiano, Zuzu, presente in mostra con una serie di autoritratti eseguiti con tecniche differenti, dal carboncino al pennarello. Il segno di Zuzu è aggrovigliato, espressionista; a volte bidimensionale, quasi a citare Matisse. L’attenzione femminile per il corpo – in questo caso il suo corpo, con tutte le sue imperfezioni, spesso ingigantite come sotto una lente d’ingrandimento – è ubiqua, e qualche volta un po’ troppo facile, come già succedeva in Cheese, opera prima della giovane disegnatrice salernitana; ma la sua grande abilità tecnica è fuor di dubbio.

Attigue (e dal punto di vista curatoriale questa scelta è indovinata) due fra le sale più belle della mostra. La prima è dedicata a Davide Reviati che espone le tavole (alcune inedite, se non sbaglio) dal suo ultimo Ho remato per un lord, tratto da un racconto di Stig Dagerman. Mai come in questi lavori il disegno di Reviati si è fatto materico, impastato: possiamo toccare il mare in tempesta, il legno scrostato della barca, gli occhi umidi e melanconici del protagonista.

Davide Reviati

Davide Reviati

Le tavole di Ho remato per un lord grondano silenzio. Davvero, per questo peculiare fumetto, in cui testo e immagine sono accostati come due melodie in controcanto, possiamo apprezzare la cultura cinematografica di Reviati, che traduce qui il suo sapere con una sensibilità da grande regista. Il racconto è stato ri-sceneggiato in una sorta di film a disegno, in un bianco e nero sporco e neorealista. Non ci manca niente: primi piani, campi lunghi, dettagli rivelatori e onirici.

Abilità che ho ritrovato, con una qualità più surrealista, anche nei corti di Mara Cerri. Penso soprattutto a Sogni in campo, lavoro del 2020 che segue, con un tratto tremolante a pastello, l’inconscio di un giovane ragazzo che diventa grande, probabilmente negli anni ’80. Il racconto, quasi totalmente muto, procede per libere associazioni: una casetta giocattolo si trasforma in un cubo di Rubik, quasi a seguire l’evoluzione psichica del protagonista; un simpatico gattone rosso si dissolve nel paesaggio e porta sulla campagna la tinta ruggine dell’autunno. Il tratto della Cerri, magistrale in questo cortometraggio, mai del tutto in movimento e mai del tutto fermo, cattura come una fantasmagoria, fa perdere lo spettatore in un universo onirico e traballante.

Il che, ci riporta alla questione principale. Che cos’è il fumetto? Soprattutto questi ultimi due esempi, ci portano a ribadire una verità ormai invalsa fra gli specialisti. Il fumetto è una via di mezzo fra letteratura e cinema. Sospende ciò che nel cinema è in movimento e diluisce ciò che è statico nella letteratura.

Questa sua natura ibrida potrebbe penalizzarlo nei festival, nella critica, nel discorso comune – è vero. Ma è anche una delle caratteristiche che lo rende tale. Il fumetto non va giudicato sulla base delle forme della letteratura o del cinema, né deve mirare ad adeguarsi a quelle arti; ma piuttosto rubare, mescolare, ibridare, far esplodere le potenzialità inespresse che vivono sul limite degli altri linguaggi. Ogni cosa iuxta propria principia.

Paragonare Hugo Pratt a Stevenson, o Andrea Pazienza a Tondelli, o Altan a Gianni Rodari (invento), non è solo sbagliato – perché spesso, nel paragone, viene conservata la sudditanza di uno dei due termini sull’altro – ma è anche ingiusto verso il genere fumetto, poiché ne limita la sperimentazione linguistica per una surrettizia volontà di affermazione o riconoscimento.

Il fumetto è già grande, ha già raggiunto una maturazione stilistica e storica, e se la critica non se ne accorge, beh, tanto peggio per la critica. Ci penseranno i lettori.

È una non-risposta? Può darsi. Ma fa caldo, ci ripenseremo in autunno. Buona estate a tutti.