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Clima a Ravenna: cosa ne sappiamo? Un intervento dell’ambientalista Giorgio Lazzari

Quando si accenna al fenomeno FFF, Fridays For Future, non sono pochi gli scettici, che cercano di liquidarlo con facili constatazioni del tipo: ‘E salvano il mondo bucando scuola il venerdì?… così fanno solo un TDW, Three Days Weekend (in italiano… ponte-lungo)! Ma che studino anche la domenica, invece, che così forse imparano a dire meno fesserie e fare più cose concrete! Mentre da vecchio protezionista ravennate so per una esperienza lunga quasi mezzo secolo che ‘salvare il mondo’ può sembrare a molti una pia illusione e solo un proclama sterile per eccesso di ambizione, so anche che per cambiare il mondo bisogna cominciare con il cambiare noi stessi, i nostri modi di pensare, gli stili di vita, ecc. e che questo comporta un indiscusso sacrificio, non solo per noi, ma anche per i nostri compagni di viaggio sulla terra.

Ricordo bene che non a caso, anni fa, la campagna Cambiamo stile di vita del WWF Italia fallì rapidamente, non trovando riscontro tra gli stessi attivisti dell’Associazione, per i sacrifici che richiedeva per sé e per le famiglie. Allora viene spontaneo chiedermi: ‘Ma cosa sono disposti a fare questi giovani entusiasti? la settimana è lunga, e il mondo non si salva facendo sciopero un venerdì ogni tanto… E poi, quanto ne sanno dei mutamenti climatici, sono troppo giovani per confrontare la situazione attuale con quella di un ‘passato’, che per loro non può spingersi oltre un limite di pochi anni… troppo poco tempo per riconoscere questo tipo di fenomeno’.

E così, sfruttando la mia vicinanza alle ottanta primavere, ho pensato che forse potevo fare io da memoria storica per loro, ed in omaggio al principio ecologista di ‘pensare globalmente, agire localmente’ (René Jules Dubos): esaminare il cambiamento climatico che io in persona sto vivendo, e farlo per Ravenna, dove risiedo da mezzo secolo. E farlo anche nella maniera quanto più accessibile a chiunque, ma con semplificazioni comunque accettabili sul piano tecnico-scientifico, inevitabili quando si cerca di divulgare temi complessi come quello dei mutamenti climatici senza essere climatologi professionisti.

D’altra parte spero di aver trovato un modo accettabile di dimostrare ai giovani attivisti ravennati di Fridays For Future che, ebbene sì, il clima sta cambiando, sta cambiando anche qui a Ravenna, in particolare il bilancio idroclimatico estivo è in forte ed allarmante deficit; se ne parla già un po’, ma la rapidità del fenomeno è tale che parlare non basta più, bisogna conoscerlo meglio e cominciare poi a chiedersi: ‘Cosa sono disposto a fare io a Ravenna per cambiare questa allarmante evoluzione? Bisogna trovare le risposte e cominciare a metterle in pratica: facile a dirsi, molto meno a farsi. Però bisogna farlo.

Spero che una conoscenza meno superficiale del problema, ed estesa ad un crescente numero di cittadini, possa aiutarci tutti ad affrontare una sfida che, se persa, può mettere in forse la stessa sopravvivenza del genere umano. E questo, non fra migliaia di anni, come si è rischiato nei tempi preistorici, ma molto, molto prima…

Giorgio Lazzari

L’ARCA AdV

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CLIMA A RAVENNA: COSA NE SAPPIAMO? COME È CRESCIUTO IL DEFICIT IDROCLIMATICO FRA IL 1971 E IL 2018

Da quando si è cominciato a parlare di effetto serra e di mutamenti climatici l’argomento è sulla bocca di tutti, e molti ne parlano come se fossero dei climatologi professionisti… Come non climatologo e non professionista mi permetto di porre all’attenzione di chi vorrà seguirmi una semplice carrellata di dati e di grafici che riguardano il clima di Ravenna, misurato alla stazione urbana nota come Ravenna (dal portale online Dexter, ARPA.ER, www.arpae.it). Semplificando al massimo, prendiamo in considerazione due parametri fondamentali della climatologia, che servono a tracciare un bilancio elementare del sistema climatico: parliamo dell’acqua entrata (pioggia caduta = input del sistema) e di quella uscita (= output del sistema).

Per l’acqua in entrata basta far riferimento alle precipitazioni, cioè all’altezza della pioggia caduta, che viene registrata nelle stazioni pluviometriche molto semplicemente, e della quale ci basta sapere che l’altezza di un millimetro di pioggia corrisponde a 1 dm3/m2, cioè 10 metri cubi per ettaro, ragionando per superfici significative. Assumendo per semplicità una densità dell’acqua pari a 1 kg/dm3, possiamo immaginare che un 1 mm di pioggia equivale ad un volume di 10 tonnellate d’acqua per ettaro: che non è poco.

Per l’acqua in uscita le considerazioni sono un po’ meno semplici, e si ricorre alla stima della cosiddetta evapotraspirazione. ET, cioè della somma di evaporazione (fenomeno fisico dipendente soprattutto dalla temperatura ambiente) e traspirazione (legata ai cicli vegetativi della flora). Si noti che ET non è l’unico output di un bilancio idrologico. L’evapotraspirazione è la risultante del concorso di più fattori dipendenti dal clima (irraggiamento solare, temperatura, umidità e vento), dalla biologia delle specie vegetali presenti nel sistema, dalle tecniche colturali, dalla natura del terreno. L’ evapotraspirazione potenziale, indicata con l’acronimo ETP o ETp, è un’astrazione, perfezionata nel 1955, che fa riferimento a una condizione ambientale standard in cui non si considera l’incidenza dei fattori agronomici, biologici, pedologici e di una parte dei fattori climatici. Se poniamo come base temporale per la media dei valori un mese, il fattore che più di altri condiziona l’output di acqua è la temperatura. Questo dato è facilmente disponibile con una risoluzione spaziale elevata, e con serie storiche accreditate molto estese. In definitiva l’errore introdotto tramite questa semplificazione può essere tollerato permettendo in cambio la possibilità di stimare il bilancio idrico.

In questa nota si è ritenuto adeguato di poter assumere come forzante primaria dell’evapotraspirazione la temperatura, perchè essa quantifica la fonte energetica più direttamente correlata all’evapotraspirazione, ossia la radiazione solare. Per semplificare ulteriormente le nostre considerazioni, assumiamo che il valore della temperatura espressa in gradi centigradi Celsius (°C) corrisponda a metà della pioggia espressa in mm; le due misure non sono dimensionalmente congruenti, ma l’esperienza dei climatologi ha codificato questa proporzione, per cui il bilancio idrologico viene da tempo universalmente espresso nei cosiddetti diagrammi pluvio-termometrici, o termoudogrammi di Bagnouls & Gaussen.

Questi semplici diagrammi riportano in ascissa i mesi dell’anno ed in ordinata, da un lato (sx) la temperatura T in °C, e dall’altro (dx) le precipitazioni P in mm, con una scala dove ad ogni grado di temperatura corrispondono 2 mm di pioggia. Risulta evidente che si tratta di una semplificazione empirica, ma se si dovesse affrontare l’argomento con rigore scientifico andrebbero presi in esame molti altri parametri che influenzano il bilancio ed è noto che la crescente precisione delle formule adottate va di pari passo con la necessità di cognizioni scientifiche e la disponibilità di dati analitici molto più difficili da ottenere, e che di solito finiscono per restare appannaggio di una ristretta cerchia di professionisti.

Ma restando al semplice diagramma di Bagnouls & Gaussen, non a caso noto anche come climatogramma, vediamo subito i vantaggi che esso offre al non specialista: avendo assunto come convenzione che l’acqua in uscita è paragonabile a metà della temperatura, riportando i due parametri a fronte di ogni mese avremo l’immediata evidenza del bilancio idroclimatico mensile, e questo decorrente nel corso dell’anno, avendo riportato nel grafico in ordinata 12 coppie di dati, una a fronte di ogni mese leggibile in ascissa.

Si riportano di seguito i dati raccolti alla stazione meteorologica urbana, Ravenna Dexter, per circa l’ultimo mezzo secolo (dal 1971 al 2018), raccolti per decenni e poi cumulati tra il periodo 1971-2000, considerato qui come il ‘passato’ climatologico, ed il periodo 2001-2018, considerato come il ‘presente’: anche questa è una estrema semplificazione, ma può essere giustificata dall’andamento effettivo della mutazione climatica, che possiamo far risalire all’inizio del terzo millennio.

Tenendo ben presenti queste semplificazioni, e limitandoci ai semplici strumenti accessibili a chiunque fosse interessato ad una valutazione di primo approccio alla complessa realtà della climatologia, vediamo in pratica cosa ci dicono i climatogrammi per i periodi sopra indicati: Fig. 1 – Periodo di riferimento: 1971-2000, dove i valori di pioggia indicati sono la media delle medie annuali di precipitazione cumulata mensile, quelli di temperatura la media delle medie annuali delle temperature medie giornaliere.

La spezzata che unisce i punti delle piogge mostra un andamento graficamente non ben definibile, mentre quella che unisce i punti delle temperature mostra una caratteristica forma a campana, espressione grafica della variabilità della radiazione solare al passare dei mesi. Si nota che la temperatura sale progressivamente da gennaio all’estate, per poi ridiscendere a fine anno: in particolare la temperatura registrata in luglio supera di poco il valore della pioggia registrata nello stesso mese (e registrata in ordinata nel climatogramma con il valore raddoppiato, come si è detto in precedenza).

Per convenzione si assume che lo spazio compreso tra le due spezzate corrisponda ad un deficit idroclimatico, perché il superamento del valore della pioggia da parte della temperatura è stato appunto definito come situazione deficitaria di acqua, e quindi consente una stima grafica della aridità. In questo caso, che rappresenta il ‘passato’, l’aridità è quasi inesistente.

Se ora andiamo a vedere, Fig. 2, il periodo 2001-2018, notiamo subito una situazione molto diversa, ed in particolare un periodo di aridità (area rossa tra le spezzate di T e P) molto più esteso, dovuto ad una diminuzione delle piogge nei tre mesi estivi. Se ci fossimo limitati a valutare le piogge medie dei due periodi avremmo trovato una piccola differenza (630,9 mm nel ‘passato’, addirittura minore dei 655 mm del ‘presente’), ma piuttosto significativa se riferite invece ai tre mesi estivi (dai 149,8 mm del ‘passato’ a soli 112,4 mm del ‘presente’).

Il climatogramma ci evidenzia graficamente l’andamento mensile delle piogge, che nel periodo ‘presente’ oltre al picco verso il basso estivo mostra anche due picchi verso l’alto, confermando due massimi di piovosità incentrati sui mesi di febbraio – marzo e di novembre. Confrontando poi in dettaglio le spezzate delle precipitazioni nei due periodi, fig. 3, si evidenzia la presenza del surplus pluviometrico tra febbraio e marzo, ed un prolungato deficit pluviometrico, da giugno a settembre (non solo nei tre mesi estivi), nel periodo ‘presente’.

Va fatto presente che il maggior surplus tra febbraio e marzo non si traduce in una maggiore disponibilità nei mesi successivi e quindi non va a mitigare il successivo prolungato deficit. Infatti l’abbassamento del suolo dipendente dalla subsidenza antropica rende necessario un consistente drenaggio meccanico, per evitare allagamento e ristagni, per garantire un adatto franco di coltivazione nei terreni agricoli e per preservare il livello della falda superficiale sia nelle zone urbane che in quelle naturali, in particolare le pinete.

Il territorio del Comune di Ravenna è sottoposto nella quasi totalità al drenaggio artificiale tramite una dozzina di potenti impianti idrovori, che in media asportano circa 70 milioni di metri cubi d’acqua ogni anno, con variazioni di +/- 30 milioni di m3, in base alla precipitazioni annuali; anche questo prelievo influisce sul bilancio idrologico.

Il quadro della situazione climatologica va ora integrato con gli andamenti delle temperature, che hanno mostrato un aumento apparentemente poco significativo tra i due periodi: temperatura ‘passato’ = 12,67 °C, contro ‘presente’ = 14,38 °C, con aumento di 1,71 °C, che comunque rappresenta un aumento del 13 %. Con un sia pur ardito riferimento alla fisiologia umana, possiamo dire che un aumento di circa due gradi Celsius nel corpo umano fa la differenza tra uno stato normale (36-37 °C) ed uno febbrile (38-40 °C), e questo potrebbe già rappresentare un motivo di preoccupazione.

Va qui tenuto presente che un aumento di temperatura corrisponde ad un aumento di energia immessa nel sistema e che questa grandezza determina variazioni non solo direttamente proporzionali, e di questo si deve tener conto, andando quindi a valutare meglio la evapo-traspirazione. Per Ravenna si dispone dei dati di evapotraspirazione potenziale (EPT) ed ancor meglio del deficit idroclimatico DI = (P – EPT) dai tabulati di ARPAE, e da questi si possono calcolare i valori di deficit idroclimatico per i vari periodi sopra indicati (i ‘decenni’ dal 1971 al 2018) e quelli medi indicati come ‘passato’ e ‘presente’.

Schermata clima
Schermata clima
Schermata clima
Schermata clima

 

Questa arida esposizione di numeri può sembrare poco indicativa, ma la trasposizione grafica induce a considerazioni abbastanza preoccupanti, soprattutto se si considera l’andamento del deficit idroclimatico estivo, fig. 4. A fronte di precipitazioni estive in calo (dai 149,8 mm del ‘passato’ ai 112,4 mm del ‘presente’), si verifica un deficit crescente da – 256,3 mm a – 336,0 mm, pari a circa 80 mm, cioè quasi un terzo in meno. Tradotto in misure più immediate, significa che nel ‘presente’ si dispone di 800 tonnellate in meno per ettaro di superficie: forse questo dato può aiutarci meglio a comprendere la gravità della situazione, che prevedibilmente nel prossimo futuro non andrà a migliorare, bensì a peggiorare di pari passi con l’aumento della temperatura mondiale (effetto serra).

Va poi tenuto presente che questo incremento di deficit idroclimatico estivo va considerato aggiuntivo a quello del passato, che per i tre mesi estivi è valutato in 256,3 mm: una situazione quindi ben lontana dall’equilibrio idrologico. Anche ammettendo tutti limiti di un approccio relativamente empirico nella elaborazione dei dati sopra riportati, altre stime basate su metodologie più sofisticate (vedi ad es. il sito dell’Università del Maine, https://climatereanalyzer.org, che utilizza dati acquisiti dai satelliti) confermano le tendenze e non possono cambiare più di tanto la gravità di una situazione che oltre ad essere già ora preoccupante, appare però non solo fortemente sottovalutata da alcune istituzioni e da molti cittadini, ma soprattutto non sembra stimolare input significativi per le possibili, necessarie opere di mitigazione dei danni.

Desta invece molta più attenzione un nuovo scenario dovuto al cambiamento climatico: l’intensificarsi in frequenza e anche in intensità dei fenomeni estremi: pioggia, vento, caldo, freddo. In effetti, quando si manifesta un fenomeno estremo, i danni sono molto ben visibili a chiunque e notevolmente superiori rispetto a quelli dovuti alla siccità; inoltre colpiscono le strutture civili, le abitazioni, le strade, gli automezzi, le alberature urbane, ecc., (ma anche i boschi, i fiumi e le spiagge), cioè beni fisici, anche privati, assai più ‘vicini’ alla popolazione civile rispetto agli ecosistemi agricoli e naturalistici.

Va infine sottolineata la rapidità dei cambiamenti in atto, che nel solo quindicennio 2003-2018 hanno alterato molto sensibilmente la situazione del trentennio precedente. Addirittura, secondo alcune voci, l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, Gruppo Intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) nel 2021 pubblicherà una previsione dove si ipotizza un aumento fino a 5 °C al 2100, che equivarrebbe ad una apocalisse per il genere umano su tutto il pianeta.

Conclusione: abbiamo già ora un problema di clima, che con grande probabilità potrà solo peggiorare, ma ne siamo coscienti? E, soprattutto, siamo pronti ad affrontarlo?

Giorgio Lazzari

L’ARCA AdV

 

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5