Le Rubriche di RavennaNotizie - L'opinione

Guido Ceroni: non è una guerra, ma proviamo a trasformare una calamità in un’occasione per migliorare

Più informazioni su

Come è inevitabile e giusto, si susseguono le riflessioni su quel che accadrà – al mondo, alle società, all’Italia – dopo che, prima o poi, la pandemia passerà. Non mi avventuro, naturalmente, in previsioni: perché non ne ho strumenti a sufficienza, perché si rischia comunque di fare della fantapolitica da quattro soldi. E, soprattutto, perché non sappiamo molto di quel che potrà essere in larga parte del mondo: quanto e quando. Penso all’Africa, di cui al momento poco si parla, al sud America, all’India, che da sola vale un miliardo e trecento milioni di persone.

Però qualche considerazione mi sento di farla: intanto sulla natura e sulle prime conseguenze che il virus sta avendo, almeno in Italia, e anche in Europa.

Si discute se questa si possa considerarla “una guerra”. Certamente no: se si pensa ad un “nemico esterno”; se si considera che restiamo segregati ma che comunque non viviamo nelle trincee o sotto le bombe; che per noi – anche i più svantaggiati – le condizioni di esistenza sono incomparabilmente migliori di quelle del tempo di guerra; che – al momento – il numero delle vittime è incomparabilmente minore. E poi che, pur con tutte le restrizioni, le limitazioni, gli obblighi e i controlli che ci sono imposti, non vi è nulla di simile a qualche “legge di guerra”: non la censura, no il coprifuoco, non la pena di morte per chi sgarra. Al massimo ci becchiamo una multa.

Quindi, evitiamo paragoni azzardati. Ai nostri tempi, quando ero bambino, di fronte ai miei capricci, mi veniva detto: “a te ci vorrebbe la guerra!”. Si dovrebbe dirlo ora a chi fa paragoni fuori luogo.

Però, però, qualcosa di vero c’è. In primo luogo nella nostra percezione. È la prima volta da settantacinque anni che – almeno in Italia, nell’occidente – siamo coinvolti in una situazione di emergenza generale e grave. Ci sono state emergenze anche più gravi (i terremoti, in diverse zone d’Italia) ma comunque limitate nello spazio ad alcune comunità. Ma questa è la prima volta che un’intera comunità nazionale (e non solo) si sente collettivamente minacciata da un “nemico”, che non è un “nemico esterno” ma non per questo è meno subdolo e pericoloso: anzi.

Per la prima volta siamo sottoposti collettivamente a misure restrittive, limitative delle nostre libertà; abbiamo dovuto cambiare rapidamente i nostri modi usuali di vivere, abbiamo dovuto troncare o almeno sospendere legami di vicinanza, di cura, che sono spesso essenziali al nostro vivere comune. Certo, avere un figlio in trincea o in prigionia è diverso dal non poterlo visitare, ma è un cambiamento subitaneo e brutale. Pensiamo solo al legame affettivo, visivo, e di cura tra nonni e nipoti, così tipico della nostra “società familistica” che ad un certo punto si interrompe.

Abbiamo dovuto acquisire forzatamente abitudini e stili di comportamento che non ci sono usuali: quando mai si son visti italiani fare ordinatamente la fila? Che traccia lascerà tutto questo è difficile dire. C’è chi dice che “cambierà tutto”, c’è chi dice che “non cambierà un bel nulla”. Forse succederà un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. D’altra parte – a proposito di guerre – anche la fine dell’ultima guerra, che segnò certamente una cesura profonda rispetto al “prima”, non segnò certo una cesura in tutto. Certo lo segnò nelle istituzioni (la Repubblica, la Costituzione) e nella politica, in parte nel costume, nella (lenta) ricostruzione e ricrescita del Paese. Ma certo le sacche di continuità furono enormi: non solo nello stato, ma anche in molti costumi e “vizi” degli italiani: così ci fu la Costituente, ma anche il mercato nero; il voto alle donne, ma anche una subordinazione che durò ancora decenni; certo la crescita economica e un maggior benessere, ma quanto lento, sudato, incompiuto, parziale!

Quindi, pensare a cambiamenti epocali nel nostro “spirito pubblico” lo vedo difficile: sarebbe già importante che a chi spetta (genitori, educatori, istituzioni) quel tanto di disciplina che ci siamo (forzatamente) imposti venga presentato come un valore positivo a cui dare seguito nel futuro, e non una scocciatura da subire. Attenzione: ho parlato di disciplina, non di obbedienza. La disciplina consapevolmente assunta è cosa diversa dall’obbedienza passivamente vissuta. E gli italiani – che hanno talvolta subìto ampiamente la seconda – non hanno brillato (salvo rari e brevi momenti) nella prima. Sarebbe importante se la modesta virtù del fare la fila diventasse la più importante virtù di non parcheggiare in seconda fila o nelle piazzole per i disabili. Per non parlare poi – ma qui siamo parecchio avanti – il pagare le tasse senza barare.

Però, intanto, proviamoci: proviamo a trasformare una calamità in una occasione. Ma è ora che dobbiamo farlo. Ora che il fuoco è acceso, ora che il ferro è caldo, ora che le emozioni sono vive e drammaticamente “positive”. Non disperdiamo quel tanto di solidarietà, di spirito di comunità che è balenato. Certo, non basta il tricolore o l’Inno di Mameli ai balconi per fare di una moltitudine una comunità, ma almeno è un segno: fissiamolo nella memoria, facciamolo diventare parte di un comune sentire. Facciamo di queste settimane un periodo di “educazione civica” svolta dal vivo, in tempo reale. Falso è dire che non c’è bisogno di eroi, di simboli, di riti. Le comunità si reggono anche su questi, anzi essi sono un collante importante. Ha ragione da vendere Papa Bergoglio quando ha parlato in questi giorni degli eroi veri e silenziosi a cui guardare. E a chi, se no? O dovremo tornare passivamente – scampato il pericolo – ad ammirare come soli eroi le star del calcio?

Si dice che l’emergenza possa produrre (più o meno manipolate) pulsioni autoritarie e predisponga all’accettazione passiva di tali pulsioni. Temo sia vero, almeno potenzialmente. Ma se vogliamo trovare gli anticorpi a questo pericolo, dobbiamo cercarli nello spirito di autodisciplina, nello spirito di comunità, in quel poco o tanto di responsabilità e di maturità che si intravede in queste settimane. Non che questo basti, se la politica non fa responsabilmente un robusto passo avanti. Ma è vero anche il contrario: se non vogliamo che la “buona politica” resti pane per spiriti illuminati, occorre che la maturazione di un migliore senso comune faccia anch’essa un passo in avanti non meno robusto.

Guido Ceroni

Presidente dell’Università “Bosi Maramotti” per la formazione degli adulti

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di RavennaNotizie, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

  1. Scritto da gardella davide

    Sig. Ceroni,
    Ha scritto delle code straordinarie che condivido totalmente, io da disoccupato oramai 63enne cosa posso fare per date una mano a questo paese cosi dilaniato da un nemico invisibile? Aggiungerei allé sue parole anche il rispetto per l’ambiente dato che nei mesi scorsi ho raccolto lungo le vie cittadine e strade migliaia di pacchetti di sigarette e bottiglie di plastica e lattine, per poi ritrovare partedelle stesse nei soliti luoghi,

  2. Scritto da Riccardo

    D’accordo con Guido, ma con qualche osservazione. Un po’ “esterno” questo nemico lo è: viene dalla Cina, che non ha rispettato la propria parola di chiudere i mercati schifosi come quello di Wuhan, come aveva promesso dopo la epidemia precedente. Inoltre, per due mesi è stata zitta, e probabilmente ha ‘aiutato’ a morire il medico cinese che, contravvenendo agli ordini dall’alto, ha denunciato la situazione. Poi, è vero che non c’è aperta censura, ma la TV esalta in coro un presunto “modello italiano” (piuttosto cinese), tace sui pesanti ritardi (il governo era già informato dai servizi segreti da gennaio perlomeno e, come nel caso dei 5G, ha fatto orecchie da mercante) e non approfondisce su quanto fatto con successo in altri paesi (Taiwan, Corea del Sud), che avevano previsto come affrontare un’altra epidemia già dal 2003, né informa sui perché e come di opzioni diverse seguite in paesi europei come Svezia o altro. Cioè, parecchia disinformazione.