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Davide Ranalli, Sindaco di Lugo: ecco perché io voto No al Referendum di domenica

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Pubblichiamo qui nella rubrica delle opinioni, il lungo post del Sindaco di Lugo Davide Ranalli apparso oggi su Facebook, in cui egli motiva il suo No al Referendum di domenica e lunedì.

DAVIDE RANALLI: PERCHÈ VOTO NO

Nelle scorse settimane ho già avuto modo di esprimere, pubblicamente, la mia adesione ai comitati del No. A pochi giorni dal voto sul Referendum Costituzionale ho voluto con questo post argomentare le ragioni. Per chi vuole.

Siamo chiamati a decidere sul taglio dei parlamentari. Il procedimento parlamentare fu avviato dalla precedente maggioranza Giallo-Verde, richiamando la necessità di contenere i costi della politica: basta poltrone per politici inutili, nella migliore delle ipotesi. Si fosse trattato solo di costi, i parlamentari avrebbero potuto riportare i loro appannaggi in linea con quelli degli altri Stati, senza spese per lo Stato, con un semplice provvedimento della Camere e del Senato. Tuttavia, qualora prevarranno i Sì al Referendum di domenica prossima, per la riduzione del numero dei parlamentari, occorrerà modificare i Collegi elettorali, rendendoli di un terzo più grandi. In tal modo, se nella Provincia di Ravenna ci fossero tre collegi, uno verrebbe abolito.

Da oltre un trentennio la politica in Italia è debolissima. E per contro, come è del tutto logico, i poteri forti, le consorterie, le lobbies hanno una notevole capacità di incidere – non positivamente – su questioni che attengono agli interessi generali.
Altri, per conseguenza, hanno minori capacità di rappresentare sé stessi e i propri interessi; in particolare, i territori meno strutturati, più periferici, più deboli. Viene quasi da pensare con rimpianto alla stagione in cui si modificava la Costituzione sulla base di una spinta, di nuovo proveniente dalla destra e dal populismo, del tutto opposta a quella attuale, in cui vi era una tale esagerata attenzione per i territori da sconfinare nel localismo.

Quella che siamo chiamati a decidere è dunque una questione che attiene alla rappresentanza politica, e in ultima analisi alla democrazia. E prerogativa del Parlamento dovrebbe essere proprio quella di rappresentare il Paese, tutto. Alcuni costituzionalisti vicini al PD sostengono che il taglio migliori la funzionalità del Parlamento. È un argomento sbagliato e contraddittorio. Se 400 deputati lavorano meglio di 600, perché non ridurli a 200 o a 100. Non solo. È un argomento che risente del clima ideologico che il Paese sconta da trent’anni almeno. Ormai l’unico parametro utilizzato per affrontare qualunque tema è l’efficienza. All’efficienza deve piegarsi ogni altro principio, criterio, valore. Tuttavia, l’efficienza così declinata coincide con la misurazione dei costi: è efficiente un servizio, un’attività, una funzione che costa poco.

Ma non è quanto prescrive la nostra Costituzione. Nei principi fondamentali non vi è mai un riferimento, né diretto, né indiretto all’efficienza nel modo in cui viene assunta. Semmai, vi è il contrario. Nell’art. 1 si stabilisce che sia il popolo il depositario della sovranità popolare. Costerebbe meno un sistema autocratico. Nell’art. 2 la Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, la cui effettiva tutela è quanto di più costoso in termini economici e quindi meno efficiente vi sia. Per non parlare dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L’art. 3 si spinge a dire che lo Stato ha il dovere di intervenire in favore di chi non ha possibilità economiche, per consentirgli di essere pari agli altri. Nell’art. 4 lo Stato arriva a riconoscere il diritto al lavoro. Figuriamoci se possa essere efficiente un principio che limita la facoltà di licenziare o che imponga allo Stato di promuovere le condizioni per il lavoro. Per non parlare dei servizi che dipendono dalla Stato, nel quale si dovrebbe attuare il più ampio decentramento amministrativo, assurto a principio fondamentale nell’art. 5 e letteralmente fatto a pezzi: non ce lo possiamo permettere! E così di seguito.

L’argomento dell’efficienza esteso a ogni settore della vita dell’uomo è una aberrazione che ci proviene dalla cultura aziendalista che ha pervaso di sé il mondo, a destra e a sinistra. Nessuno nega l’importanza del lavoro e anche dell’impresa, sebbene è chiaro che l’impresa sia il luogo nel quale la democrazia è assente. Ma ci sono spazi nella vita delle persone che sono e devono restare fuori dagli schemi brutali del produrre, del vendere e comprare. Ci sono ambiti nei quali dovrebbe prevalere l’umanesimo: la famiglia, i figli, la scuola, la cultura, la spiritualità, la socialità, lo sport vissuto come pratica quotidiana, e il divertimento.

E, a maggior ragione, il parametro per la permanenza o la modificazione della composizione del Parlamento deve essere estraneo a una mera valutazione di tipo rozzamente economicista. Al contrario, è efficiente un Parlamento che rappresenta i valori del proprio popolo, le sue ambizioni, i suoi bisogni, le sue ansie e le sue paure, perché Esso è il luogo della Politica, della elaborazione teorica, del confronto sui destini di un Popolo. Abbiamo assistito nel corso degli anni a vari tentativi, alcuni dei quali giunti a conclusione, per modificare la Costituzione, spinti da motivazioni sottese, ma mai espresse, che discendevano dall’incapacità di svolgere fino in fondo politiche radicalmente riformiste, che avrebbero dovuto attuarsi con gli ordinari strumenti di governo.

Con l’affermarsi del neoliberismo radicale, la stessa costituzione materiale del paese ha cominciato a divaricarsi e a distanziarsi dalla Costituzione repubblicana. L’introduzione del pareggio di bilancio, per esempio, è quanto di più distante dalle necessità di affermazione dello stesso impianto costituzionale, potendo giungere a limitare l’attuazione dei diritti fondamentali.
E anziché ritornare ai suoi principi fondamentali, si è preferito flessibilizzare la Costituzione con una legislazione ordinaria dissonante. Un esempio può essere dato dal proprio consenso alla riduzione dei parlamentari, a fronte dell’introduzione – con legge ordinaria – di una nuova legge elettorale.

Il taglio dei parlamentari non è una scelta tragica, va detto. Tuttavia, è sbagliato per le ragioni che hanno spinto i proponenti a votarla, con argomentazione di chiaro impianto populista; è sbagliato, laddove si argomenta – in modo più politicamente corretto – essere il primo passo per una riforma i cui contorni non sono per nulla definiti; è sbagliato soprattutto perché la Costituzione, che dovrebbe stare in cielo e fra la gente, venga strumentalizzata per modeste e talvolta ridicole ragioni di bottega, di cui domani ci saremo dimenticati.

Di positivo c’è che finalmente ci siamo tornati ad occupare della Costituzione, e di ciò che ancora oggi vuole dirci, dopo ottanta anni di vita. E abbiamo cominciato a capire che i grandi valori in essa ricompresi sono spesso in contrasto con le ordinarie e talvolta miserabili scelte che oggi si attuano. Sono ancora lì ad ispirarci i grandi filoni ideali che tradussero la volontà di una Italia più giusta e moderna e il sacrificio di tanti che si opposero con indicibili sacrifici alle scelte che anche allora parevano dettate dalla necessità.

Da lì siamo partiti nel 1948, affrontando e risolvendo problemi giganteschi e spaventosi, a loro dobbiamo tornare nel 2020, con lo stesso spirito, per affrontare e risolvere problemi altrettanto gravi e complessi.

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Commenti

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  1. Scritto da Giovanni lo scettico

    Io voto SI contro i privilegi, i vitalizi e i 12.400 Euro al mese dei parlamentari.

  2. Scritto da Il rosso

    Scusa Giovanni ma il voto referendario di domenica non cancella ne il vitalizio non riduce i privilegi e nemmeno gli stipendi limita solo la democrazia, pertanto è bene riflettere attentamente prima di consegnare alle segreterie dei partiti le sorti del paese.