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Claudio Spadoni: qualche precisazione in merito alla lettera dell’Associazione Dis-ordine ‘Difendiamo i musei’

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Vedo con qualche ritardo la lettera dell’Associazione Dis-ORDINE, ‘Difendiamo i musei’, che mi ha molto interessato e che mi induce a qualche precisazione. A partire da quanto si sostiene circa il ‘Patrimonio Musivo’, là dove si chiama in causa la scarsa valorizzazione di alcuni mosaici. A cominciare da quello trasposto dal dipinto di Balthus, ‘La camera turca’ “collocato – si scrive – a fianco dei bagni pubblici del MAR.” Affermazione davvero stupefacente in quanto proprio a Balthus era stato riservata una ‘nicchia’ nel quadriportico della Loggetta, ove era esposta (ora non più) buona parte della raccolta musiva, e non nel corridoio di accesso ai bagni. In posizione analoga, rispetto agli altri bagni nel lato opposto del piano terra, è l’ultima saletta dedicata alle mostre. Per dire, vi sono passati dipinti dei Carracci, dei Preraffaelliti, dei Macchiaioli, sculture di Martini, di Leoncillo, fra i tanti altri. Quanto a Balthus, senza voler sminuire la trasposizione musiva eseguita da mani diverse, ricordo bene le perplessità dell’artista in Classense, e le sue educate osservazioni critiche prima di firmare il mosaico sollecitato dal maestro Muti. Che poi si asserisca che i mosaici di Antonioni e Villa abbiano subito “la stessa sorte” è sorprendente, essendo esposti nella stessa parete di Adami, Vedova, Ontani, Sartelli, Gilardi, vicino a Paladino e Giosetta Fioroni. Si volevano degli altari ad hoc solo per quelli citati?

Secondo capitolo: la collezione di opere acquisite durante le direzioni di Guberti e Bandini quando Ravenna sarebbe stata – sta scritto nella lettera – una rara e virtuosa protagonista con il coinvolgimento dei maggiori artisti, curatori e critici europei del momento come ben documenta la rivista di quegli anni La Tradizione del Nuovo”. Senza voler sminuire quelle stagioni – ci mancherebbe – vorrei osservare che consultando tutti i numeri della rivista (nel timore di vuoti di memoria) non ho trovato traccia di figure europee di qualche importanza. Unica eccezione una mostra di artisti austriaci, per buona parte abbastanza giovani e sconosciuti, come poi sono rimasti, così come il curatore, tale Schober del museo di Graz, che se ricordo bene ospitò poi una mostra di artisti bolognesi e romagnoli. Sulle favoleggiate presenze straniere forse l’estensore della lettera ha confuso i tempi, quando giungendo ai tempi del  MAR nei comitati scientifici e come collaboratori per mostre e cataloghi figurarono studiosi come Michel Laclotte, direttore del Louvre, Fred Licht del Guggenheim, Daniel Soutif del Centre Pompidou, Edouard Pommier ispettore generale dei musei  di Francia, Jean Louis Prath della Fondazione Maghaet, per dire solo di alcuni fra i diversi altri, così come per gli artisti, dai grandi romantici inglesi, ai Preraffaelliti fino ai ‘Nuovi selvaggi’ tedeschi.

Sulla collezione dei gessi, che appartengono all’Accademia, non si può che concordare sulla necessità di un riordino dopo le dispersioni e le perdite dovute anche a ripetuti e maldestri trasferimenti. In quegli anni, come direttore dell’Accademia inviai alcune lettere all’amministrazione, rimaste purtroppo lettera morta. Trovo invece davvero sorprendente l’affermazione che non esistano “né un inventario aggiornato… né una catalogazione del nostro patrimonio”.  Se non è andato tutto perduto recentemente – posso parlare solo del tempo della mia direzione del MAR – dai mosaici alle altre opere in dotazione del museo, comprese le svariate decine acquisite gratuitamente, tutte erano catalogate secondo una prassi quasi d’obbligo,  in stretto contatto con la Soprintendenza e le direttive dell’Istituto dei Beni Culturali. Qui, il difetto di informazione anche sulle normative è davvero sconcertante. Ne riderebbe il “grande Emiliani”, che ha seguito il MAR fin dalla sua nascita divenendone poi Presidente onorario e collaborando a tutte le mostre storiche. Per quella di Corrado Ricci, pur avendo poco partecipato per ragioni di salute, mi espresse il desiderio di figurare comunque come curatore con me della mostra e del catalogo. Un maestro e amico indimenticabile.

Claudio Spadoni

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Commenti

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  1. Scritto da Vince

    Diciamo che quello lanciato da Dis/Ordine era un allarme sullo stato delle raccolte museali comunali di Ravenna. Domanda: siamo sicuri che ci sia l’inventario della gipsoteca? Bene ha fatto Spadoni a precisare ma lui non c’e più al MAR. Se le cose stanno così perché non è intervenuto Tarantino? Ora è lui il responsabile di tutto. Fornisca le garanzie che tutto va bene, è il suo lavoro.

  2. Scritto da jack

    Da un certo punto di vista posso capire la lettera del Dis/Ordine, specie se la intendo come un amaro sfogo per una situazione espositiva ravennate ormai ridotta al lumicino, ma poi penso alla faccia di Balthus quando con il pennarello doveva apporre la sua firma ad un mosaico francamente mal riuscito per mille ragioni che non sto qui a spiegare. Ecco, è da questo fotogramma che inizia la risposta alla (ex?)collocazione delle opere musive nella loggetta : mosaici e cartoni accalcati in uno spazio non idoneo per profondità di visione realizzati tutti più o meno dagli stessi mosaicisti che hanno partecipato alla realizzazione de “La camera turca”, mosaico realizzato a sua volta in uno spazio non idoneo. Può anche darsi che la (ex?) collocazione attuale sia la più indicata in quanto mal illuminata nasconde alcuni peccati veniali.Per quanto riguarda i gessi dell’accademia esistono diversi inventari, uno fatto prima dello stoccaggio di molte opere nella “casa dei gatti” e se si chiamava così ci sarà stato un motivo,pensando poi che i gessi sono sensibili all’umidità e pieni di stoppa, è facilmente intuibile che non tutto è stato salvato. Poi gli altri sono sparsi nelle varie scuole artistiche nonostante nessuno ormai da tempo li usi da modello. L’unico modo di conservarli e valorizzarli sarebbe quello di costituire una unica gipsoteca, ma dove e con che denari?
    Sarebbe bello vedere il prof Spadoni nuovamente coinvolto nelle vicende culturali della città, almeno potremmo tornare a cercare insieme “Il fantasma della qualità”