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MA ALICE NON LO SA / A tu per tu con Stefano Bon, appassionato di astrologia, romanziere, animatore di ScrittuRa Festival, un sogno rock infranto

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London calling, yes, I was there, too / And you know what they said? Well, some of it was true / London calling at the top of the dial / And after all this, won’t you give me a smile? / I never felt so much alike, alike, alike, alike” (The Clash, London calling)

“Ma quando sei più vecchio, niente di ciò che hai fatto quando eri giovane ha più la minima importanza. Questo lo so adesso, anche se allora non lo sapevo. Semplicemente, eravamo giovani.” (cit. Richard Ford)

“Quo vadis, baby?” (Marlon Brando, Ultimo tango a Parigi)

Stefano Bon è nato a Ravenna nel 1963. Dal 1981 al 1994 è stato cantante e autore di testi del gruppo rock The Streamers. Esperto di musica, teatro, letteratura, ha scritto testi teatrali ed è autore di tre romanzi, il più recente “Così come sei” è edito da Clown Bianco. Bon cura insieme a Matteo Cavezzali la rassegna letteraria “ScrittuRa Festival”.

Lui è un tipo scanzonato, irriverente, provocatorio, istrionico. La vita la affronta con piglio leggero. A volte leggerissimo. Come tutte le persone di grande intelligenza sa che il segreto sta nel non prendersi troppo sul serio. La sua frase preferita: “Piangi e piangerai da solo, ridi e tutto il mondo riderà con te.”

In lui persona e personaggio si intrecciano in un equilibrio perfetto. Come ogni scrittore che si rispetti , non sfugge alla tentazione di viversi come personaggio che si muove nel romanzo della vita. Ma non è un personaggio in cerca di autore, perché è proprio lui l’autore, che gioca con il sé personaggio, lo prende in giro, lo stuzzica, ma non lo perde mai di vista. Come diceva Pirandello “La vita è un palcoscenico dove si gioca a fare sul serio.” E del resto, ormai siamo tutti sul palcoscenico. In platea non è rimasto più nessuno. Ecco la nostra chiacchierata.

Stefano Bon

L’INTERVISTA

Stefano, lei dall’81 al ’94 è stato frontman degli Streamers, gruppo rock della scena post punk e new wave. Che ricordo ha di quegli anni?

“Innanzi tutto quelli sono stati anni bellissimi perché corrispondono agli anni della mia giovinezza. Era un periodo di fermento culturale e musicale, nella zona c’erano un sacco di band e c’erano possibilità e potenzialità che forse non sono state sfruttate in pieno, col senno di poi. A Ravenna non c’erano discoteche o locali dove fare concerti, il Bronson è venuto dopo. Quindi il nostro luogo di ritrovo era il Vidia di Cesena. A quei tempi non c’erano i mezzi di oggi, il nostro valore non è stato compreso in toto. Io scrivevo i testi in inglese, a quei tempi sarebbe stato inconcepibile fare pezzi rock in italiano, altri gruppi di quegli anni che abbiamo incrociato, come quello di Morgan e di Manuel Agnelli, invece, forse hanno raggiunto il successo proprio perché hanno iniziato a scrivere testi in italiano. Ci hanno visto più lungo di noi, insomma.”

Come mai quell’avventura finì?

“Io ho sempre bisogno di fare cose nuove, buttarmi in nuove esperienze. Quell’avventura aveva fatto il suo corso, è stato naturale a un certo punto prendere altre strade, per ognuno di noi.”

Gli altri ragazzi del gruppo li sente ancora o vi siete persi di vista?

“Sì, ogni tanto li sento, alcuni non abitano più a Ravenna, fanno ancora musica ma non a livello professionale, solo per divertimento.”

Era bello, giovane e suonava in un gruppo rock. Chissà quante ammiratrici aveva in quegli anni…?

“Beh, soprattutto avevo 20 anni ed era il periodo dei club, delle discoteche. In questo io ero un rocker anomalo: frequentavo club molto alla moda, dalla Baia imperiale al Paradiso e altri locali del riminese, poi il Pineta di Milano Marittima. C’erano locali aperti tutti i giorni della settimana, una vera e propria movida. A me piaceva occupare più spazi, dai rockclub di nicchia ai luoghi del divertimento più da fighetti.”

Era politicamente impegnato in quegli anni?

“Sono sempre stato di sinistra, ma non sono mai stato legato a un partito. Sono stato troppo giovane per il ’77 e troppo vecchio per altri movimenti venuti dopo, come quello della Pantera.”

Nei suoi romanzi l’amore è un tema ricorrente. Lei ha più sofferto o fatto soffrire per amore?

“Ho sempre cercato di non fare soffrire, ma a volte è stato inevitabile. Però non ero uno di quelli che si vantava con gli amici delle conquiste, a me questo non interessava.”

È riuscito a esprimere se stesso più attraverso la musica o la scrittura?

“Nel gruppo ho scritto sempre io i testi, che erano molto “visuali”: io vedevo quello che scrivevo nei versi delle canzoni, e questo lo faccio anche nella scrittura dei romanzi. Vedo le cose che scrivo, quindi pur cambiando il mezzo di espressione questa è stata sempre una costante, sia nell’attività di compositore di testi musicali che di romanzi. Una forte componente visiva sta alla base del mio processo creativo, nelle diverse modalità in cui di volta in volta lo declino.”

Stefano Bon

Quanto c’è di autobiografico nei suoi libri?

“Tutti i libri sono autobiografici, in qualche modo. Anche quelli che parlano di draghi e fate. Io scrivo di sentimenti, di relazioni, e per farlo attingo dal mio vissuto.”

Ha già altri libri in cantiere?

“Sì, due. Uno è già concluso e sta già girando tra gli editori. Racconto la storia di un uomo attraverso le varie fasi della sua vita, dall’adolescenza alla maturità. L’altro è ancora in forma embrionale ed è la storia della vita di una coppia.”

Insieme a Matteo Cavezzali da alcuni anni organizza la rassegna letteraria ScrittuRa Festival. Tra tutti gli scrittori che ha incontrato c’è qualcuno a cui la lega un ricordo particolare?

“Luis Sepulveda, un uomo che ha combattuto e vinto mille battaglie ma alla fine ha perso quella contro il nemico più infido, cioè il Covid. La sua morte per me è stato un grande dolore. Poi David Grossman, la cui vita è stata segnata dalla morte del figlio. Un grandissimo uomo oltre che un grandissimo scrittore.”

E uno scrittore che ancora non è venuto ma vorrebbe portare?

“Richard Ford, il mio scrittore preferito. È venuto solo una volta in Italia al Salone poi c’è stata la pandemia di mezzo…”

Facciamo il gioco del se fosse. Se fosse una canzone, quale sarebbe la sua?

“London calling dei Clash.”

Un film?

“Ultimo tango a Parigi di Bertolucci.”

Un libro?

“Le Mille luci di New York di Jay Mc Inerney uscito nel 1986 quando io avevo 24 anni, così come il protagonista del libro. Mi sono ritrovato molto in quel personaggio.”

Lei è molto attivo sui social, li vive con leggerezza e con un mood scanzonato, senza mai prendersi troppo sul serio. Traspare che su Facebook si diverte molto e alcune sue rubriche come il “chissenefrega of the day” sono diventati dei veri e propri tormentoni. Cosa ci dice in proposito?

“All’inizio ho anche trovato da dire, su Facebook si sono rotte delle amicizie e se ne sono costruite altre. I social sono un mezzo, e come tutti gli strumenti non sono buoni o cattivi in sé, dipende dal modo in cui si utilizzano. Sono lo specchio della società, e ne riflettono il meglio come il peggio. Una cosa che ho imparato è che a volte per salvare delle amicizie nella realtà, con alcune persone è meglio non avere rapporti su Facebook.”

Quanto provincialismo a suo avviso c’è ancora nella nostra città?

“C’è ancora molto provincialismo, è la forza e il limite di Ravenna. In un certo qual modo, la città è restia ai collegamenti. Un articolo del New York Times di qualche anno fa definiva Ravenna una città che non si trova per caso, non si raggiunge facilmente, e questo veniva valutato come un elemento di ricchezza e una peculiarità intrinseca: si arriva a Ravenna dopo averla cercata. La città si lascia scoprire e bramare come una donna che per mostrarsi vuole essere corteggiata. Ravenna è una città ben amministrata (che non è poco), ma che però non vola. Non ci sono straordinari voli di fantasia, ma questo un po’ in tutta Italia, un trend che dura ormai da 20-30 anni. Il nostro comune amico Filippo Donati dice spesso che i ravennati non amano i turisti, e io penso che abbia ragione.”

Tra gli scrittori e scrittrici ravennati chi sono i suoi preferiti?

“Matteo Cavezzali, il suo libro su Gardini non è solo un romanzo ma un reportage di quelli che fanno i giornalisti americani, mixando la fiction al saggio. Poi Eraldo Baldini, eccellente sia come scrittore che come studioso e antropologo, divulgatore straordinario di usi e tradizioni romagnole. Infine mi piace moltissimo Simona Vinci, che è di Budrio, tra l’altro una grande amica sia mia che di Eraldo.”

Lei è anche un appassionato e uno studioso di astrologia. C’è stata una polemica sui social in questi giorni sul tema astrologia e scienza, cosa ne pensa?

“L’astrologia è un insieme di simboli che fanno parte della storia dell’uomo. Non si deve confondere con gli oroscopetti che escono sui giornali. Come dice la mia amica Melissa Panarello: ci sono gli oroscopi e poi c’è l’astrologia. Anche la Chiesa ha dichiarato “non credete all’astrologia”, già per loro dovremmo credere all’omone con la barba bianca che in sei giorni crea il mondo… L’astrologia è uno studio sulle potenzialità, basata su calcoli matematici e astronomici, ed è una disciplina molto complessa e affascinante da studiare, per me è un arricchimento personale, va a toccare la mitologia, l’antropologia, la simbologia… Impostare il dibattito a livello di scienza-antiscienza è una stupidaggine sia per la scienza che per l’astrologia. E studiare l’astrologia non significa essere contro la scienza, grandi scienziati come Galileo e Keplero erano anche astrologi, basti pensare a questo.”

Chiudiamo con un giochino di quelli che piacciono a lei: l’incipit più bello della storia della letteratura. Moby Dick, Anna Karenina o Lolita?

“Tra questi tre sono per il “Chiamatemi Ismaele” di Melville.”

Stefano Bon

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Commenti

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  1. Scritto da Rusty

    Intervista compiacente. Va bene i Clash, va bene Richard Ford, va bene McInerney, ma è anche juventino e non è stato detto. Peccato.