Le Rubriche di RavennaNotizie - Ma Alice non lo sa

MA ALICE NON LO SA / Tutta la musica di Chris Angiolini ingegnere aerospaziale mancato. Una vita fra Hana-Bi, Bronson e Beaches Brew, le sue “finestre sul mondo”

“Ho organizzato il mio primo concerto all’età di 16 anni. Prima di fondare Bronson Produzioni ho collezionato oltre 200 live da musicista, ho avuto una piccola label e un negozio di dischi, ho curato la programmazione dei principali rock club romagnoli. A un certo punto ho deciso di mettere a frutto tutto quello che avevo imparato in una nuova esperienza. Mi sembrava mancasse qualcosa, una visione nella quale riconoscermi fino in fondo. Sono arrivato all’Hana-Bi quasi per caso, e mi sono immaginato il deserto dell’Arizona, gli Spaghetti Western e Joshua Tree. In questi 15 anni non ho mai smesso di imparare e sperimentare sempre nuove soluzioni.” (Chris Angiolini)

“Un giorno anche la guerra s’inchinerà al suono di una chitarra.” (Jim Morrison)

“Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica.” (Nietzsche)

Chris Angiolini è il patron di Bronson Produzioni, di cui fanno parte il live club Bronson a Madonna dell’Albero, lo stabilimento balneare Hana-Bi a Marina di Ravenna, il Fargo caffè (in centro a Ravenna) ed è organizzatore di festival musicali come il Beaches Brew (che si svolge a giugno) e Transmissions. Tra le altre cose (e ne ha fatte e ne fa veramente tante), Chris è stato chitarrista, dj, direttore artistico del Vidia e del Rockplanet, produttore.

Nel film Fight Club, a un certo punto c’è questa domanda: “Se ti svegliassi a un’ora diversa, in un posto diverso, ti sveglieresti come una persona diversa?” Se non ci fosse stata la musica nella vita di Chris Angiolini probabilmente lui avrebbe fatto il calciatore, oppure l’ingegnere aerospaziale… magari il mondo della scienza ci avrebbe guadagnato. Ma di sicuro Ravenna ci avrebbe perso. Perché nella vita di Chris la musica non è stata solo una passione, come si può avere la passione per il golf, le partite di burraco o le macchine sportive. La musica è ciò a cui ha dedicato la sua vita, o comunque una parte importante di essa. E da questa dedizione sono nati luoghi e eventi che ormai appartengono alla storia e al mito della nostra città. Luoghi come il Bronson e l’Hana-Bi. Platone ha scritto che “quando il tono della musica cambia, le mura della città tremano.” Ecco, Angiolini è uno che Ravenna l’ha fatta tremare attraverso il sound, le “good vibrations”, e un mood declinato in mille modi, ma sempre e comunque profondamente underground.

Lui è una persona molto riservata, per questo lo ringrazio doppiamente per aver accettato questa intervista. Ecco la nostra chiacchierata.

Chris Angiolini

L’INTERVISTA

Chris Angiolini, partiamo a ‘bomba’ sugli effetti che ha avuto la pandemia sul vostro settore. Sono stati due anni difficili per tutti, per voi in modo particolare. Lei come li ha vissuti e come sta vivendo il ritorno alla normalità?

“Sono stati anni strani, per chiunque, ognuno nella propria dimensione ha vissuto una fase totalmente nuova e inedita, abbiamo attraversato una “fase distopica” che era in qualche modo già nell’aria prima dell’affacciarsi della pandemia… Quando c’è stato il primo lockdown noi immaginavamo si trattasse di una chiusura di una quindicina di giorni, e ha prevalso una sensazione di sgomento. Ci chiedevamo “come sopravviveremo a due settimane di chiusura?” Poi due settimane sono diventati due anni… la sfida più grande è stata quella innanzi tutto di cercare di restare sani di mente. Dal punto di vista professionale, pur dovendo interrompere tutta l’attività di eventi dal vivo, siamo riusciti a portare avanti la progettualità, abbiamo partecipato e vinto un bando regionale che si chiama “La zona d’ombra” per scouting, tutoraggio e produzione di nuovi artisti. Abbiamo fatto un’edizione online di Transmissions, di Passatelli in Bronson. E qualche evento in presenza, rispettando tutte le norme ma in formula rivisitata, siamo comunque riusciti a realizzarlo.”

C’è mai stato un momento in cui dentro di lei ha pensato “non ci riprenderemo più”?

“Questo è un pensiero che fino in fondo non ho mai avuto. Negli anni noi abbiamo diversificato molto la nostra proposta. Durante il lockdown abbiamo puntato e investito molto sulla cucina al Bronson Cafè, e l’Hana-Bi in estate è stato operativo, dandoci una boccata d’ossigeno. Bisogna anche dire che il settore della musica dal vivo, degli eventi, delle discoteche stava attraversando un periodo di crisi già prima della pandemia e quindi noi già prima avevamo impostato un discorso di diversificazione e di studio di formule e modalità sempre nuove per mantenere alta la nostra capacità attrattiva. È grazie anche a questo che siamo riusciti a sopravvivere e restare in piedi anche nei periodi più bui. Ma chiaramente non ne siamo ancora del tutto fuori.”

In un’intervista a Stefano Bon, parlando dei suoi anni giovanili in cui era frontman di un gruppo rock, mi disse che a Ravenna non c’erano posti dove si facevano concerti rock, e quindi si andava al Vidia. Poi è arrivato il Bronson…

“A onor del vero bisogna dire che prima del Bronson, avevano già aperto il Kojak e il Rockplanet (che forse è il vero competitor storico del Vidia). Io sono stato dj e direttore artistico sia del Rockplanet che del Vidia, quindi il Bronson è anche frutto di queste esperienze, che sono state fondative nel mio percorso professionale e artistico.”

Bronson

Quando ha deciso di aprire il Bronson quali sono stati gli elementi di innovazione e unicità su cui ha puntato?

“Ho eliminato tutte le stratificazioni, a partire dalle liste, dai PR. Volevo che fosse uno spazio di tutti, per tutti, senza privilegi. Abbiamo curato tantissimo l’aspetto musicale, perché il Bronson nasceva prima di tutto dall’esigenza di creare uno spazio dedicato alla musica dal vivo, non tanto come posto in cui andare a ballare”.

Come è nata l’idea delle feste a tema, Anni ’80, ’90 e Anni Zero?

“Il concetto di retromania, della voglia di revival è stato analizzato in modo molto puntale dallo scrittore Simon Reynolds. Noi abbiamo intercettato questo trend e abbiamo ideato la formula di serate a tema dedicate alla musica anni ’80 e ’90. Alle feste a tema Anni Zero sono particolarmente legato perché quelli sono stati i nostri anni, il Bronson ha aperto nel 2003. Quegli anni li abbiamo vissuti sul palco e in pista: mi piaceva l’idea di raccontare e rivivere quella stagione.”

Qual è il rapporto tra le nuove generazioni e le discoteche? È vero che non vanno più di moda? Il concetto stesso di discoteca è in un certo senso vintage?

“Le generazioni più giovani sono figlie dell’era digitale, vivono in una sorta di splendido isolamento e “solipsismo iperconnesso” (che sembra un ossimoro). Stabiliscono relazioni col mondo che li circonda e con gli altri principalmente tramite i social. Però se devo riportare la mia esperienza devo dire che il Bronson è frequentato anche dalle nuove generazioni.”

Quindi non è vero che le discoteche sono roba da “boomer”?

“Direi di no, anche se ci tengo a dire che il Bronson non l’ho mai considerata una discoteca, ma un live club, dove si balla, certo, ma anche la dimensione del ballare in pista è legata a una concezione più ampia e articolata di esperienza musicale, che trova nell’esibizione live il suo centro di gravità permanente: palco e pista sono due facce della stessa medaglia. Durante il concerto della band che suona dal vivo si sprigiona un’ondata di energia, che fa inevitabilmente venire voglia, quasi bisogno fisico, di scatenarsi un po’ in pista. Io per “discoteche” intendo il Cocoricò, il Peter Pan, i club riminesi… quelli sì, forse hanno fatto il loro tempo, ma dopo due anni come questi è difficile capire come si evolverà il mondo della notte.”

Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta il Bronson per Ravenna?

“Una finestra sul mondo, che mancava.”

Tra le sue creature, Bronson, Hana-Bi, festival come Transmissions e Beaches Brew, qual è quella a cui è più affezionato?

“È un po’ come dover scegliere tra uno dei propri figli (sorride, ndr). Posso dire che Beaches Brew è l’espressione massima di tutto ciò che abbiamo seminato in questi anni, è un evento unico a livello internazionale.”

Cosa ne caratterizza l’unicità?

“È riuscito a mantenere quello spirito indipendente, di autenticità, nei confronti della musica, degli artisti e del pubblico all’interno di una location (cioè la spiaggia) che non è solo una location ma un aspetto fondante del festival stesso. Non esiste al mondo un altro happening musicale che si svolge praticamente in riva al mare, tra dune e pineta. È l’idea esotica di trovarsi in un “altrove” immaginario, dove musica e bellezze naturali vanno a costituire un tutt’uno che appunto crea una vera e propria magia e un’esperienza sensoriale a 360 gradi.”

Beaches Brew

E l’idea del festival Beaches Brew come le è venuta?

“È nata dal fatto che tutti gli artisti internazionali che venivano a suonare all’Hana-Bi, rimanendo incantati dalla location, mi chiedevano come mai non avessi mai pensato di organizzare un festival. Una reference è stato il festival Atp che si teneva in Inghilterra, che aveva una formula molto particolare perché inizialmente si svolgeva all’interno di un parco giochi abbandonato. Era un evento a numero chiuso, abbastanza di nicchia. Noi ci siamo ispirati a questa formula con la differenza che il nostro è un evento a ingresso libero e ovviamente gratuito. Il Beaches Brew ha una vocazione internazionale, anche perché del team organizzativo fanno parte non solo italiani: abbiamo un codirettore artistico olandese, un ufficio stampa newyorkese, insomma lo spirito di coesione e contaminazione è un aspetto centrale di questo festival.”

Chi sono i musicisti con cui ha collaborato che le hanno lasciato un segno indelebile e sono stati anche fonte di ispirazione?

“Fonte di ispirazione sicuramente è Miles Cooper Seaton (venuto a mancare lo scorso anno): è colui con il quale ho iniziato a fantasticare su un festival in spiaggia che poi è diventato il Beaches Brew. Poi Vic Chesnutt una figura mitica, iconica del panorama underground americano. E cito anche Jason Molina, purtroppo morto di cirrosi epatica molto giovane. Questi artisti sono stati per me grande fonte di ispirazione per la loro energia e la loro profondità. Negli ultimi anni ho collaborato e sto collaborando con artisti che ammiro moltissimo come Moor Mother, Jerusalem In My Heart e Martin Bisi.”

Se nella sua vita non ci fosse stata la musica che mestiere avrebbe fatto?

“Chissà, forse avrei fatto il calciatore, ho sempre giocato a livello amatoriale fino a 42 anni… ma per rispondere più seriamente io avevo iniziato a studiare ingegneria aerospaziale e sono perito aeronautico.”

Lei subisce ancora il fascino della console e veste i panni del dj in chiusura di alcune serate: quali sono le canzoni più gettonate che le chiedono di mettere?

“Io non ho mai esaudito nessuna richiesta, perché mi chiedono pezzi che proprio non ho.”

Ma tutte le volte che alle feste Anni ’90 le ho rotto le balle chiedendole di mettere Narcotic dei Liquido, lei però mi ha sempre accontentata!

“Solo perché la canzone era già in programma! (sorride, ndr)”

È sempre un’emozione stare dietro la console anche dopo tanti anni?

“Sì, è sempre un’emozione, si ha come la percezione di far parte di qualcosa di più grande, di aver acceso l’interruttore giusto che sprigiona energia, ed è sempre emozionante vedere la pista piena, far ballare le persone. È quasi un momento di catarsi”.

Qual è il suo genere musicale preferito in assoluto?

“Ci penso sempre ma faccio fatica a dare una risposta perché amo la musica a 360 gradi. Se dovessi indicare un genere su tutti direi il post punk, che ha molti aspetti multidisciplinari al suo interno.”

Lei in anni giovanili ha fatto parte anche di un gruppo, poi abbandonò quella strada, come mai?

“Sì, ero chitarrista in un gruppo che si ispirava allo scenario hardcore post punk newyorkese. Quell’esperienza poi si esaurì perché non siamo riusciti a fare il salto decisivo. Era ancora un’epoca pre internet, poi il web ha cambiato tutto, e consente oggi possibilità di cui noi ai tempi non disponevamo.”

Suonava solo la chitarra, non cantava?

“Non ho mai cantato.”

Non canta nemmeno sotto la doccia?

“No neanche! (ride, ndr) cantare non è proprio il mio forte.”

Ha mai avuto il timore di inciampare, magari non volendo, in qualche forma di eliterismo e di “circolo chiuso” nell’impostare e programmare le sue iniziative?

“Io credo che tutti i nostri spazi siano sempre stati accessibili a tutti, io stesso mi sento sempre a disagio in luoghi dove percepisco codici e atteggiamenti troppo “di nicchia”. Io punto sull’idea di apertura, il nostro pubblico non è uniforme, per questo la nostra programmazione non è rivolta solo a una determinata e specifica tipologia di fruitori, ma cerca di essere variegata e poliedrica proprio per raggiungere e coinvolgere un pubblico che sia il più ampio possibile. La cosa importante allo stesso tempo è restare fedeli alla nostra identità, senza però mai perdere di vista l’inclusività, l’accoglienza, che stanno alla base del nostro modus operandi.”

C’è un aspetto del suo lavoro che proprio non le piace?

“Ovviamente la cosa che mi piace meno sono tutti gli aspetti burocratici che spesso hanno risvolti a dir poco kafkiani.”

Lei ha fatto molti viaggi negli Stati Uniti. Cosa le hanno lasciato?

“Gli Stati Uniti rappresentano la culla e il mito della controcultura, non solo musicale, ma anche letteraria, cinematografica, artistica. Uno dei luoghi più affascinanti che ho visitato è stata la Henry Miller Library in California, a Big Sur. Si respira un’atmosfera unica. E poi i deserti… sono sempre qualcosa che mozza il fiato.”

Si stancherà mai della musica Chris? Non si immagina da anziano in qualche spiaggia esotica magari vicino al classico Chiringuito?

“No, penso che non mi stancherò mai. Sperimenterò sempre formule diverse, mi getterò sempre in nuove avventure. La musica non è una strada a senso unico, ma è fatta di mille sentieri, io ne ho esplorati alcuni, ma la curiosità fa parte di me: e quindi continuerò a esplorare.”

Come direbbe Ligabue “fin quando fa male, fin quando ce n’è…” Chiudo citando una frase di Pete Townshend “Il rock non eliminerà i tuoi problemi. Ma ti permetterà di ballarci sopra.” E mai come ora abbiamo tutti un gran bisogno di ballare.

Chris Angiolini

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di RavennaNotizie, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

  1. Scritto da Andrea Carella

    Grandissimo! Massimo rispetto fratello

    che invidia!!!

    Bro (Andrea Carella)