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ROMAGNA E ROMAGNOLI NEL MONDO / 32 / Carlo Nicola Cima in missione in Estremo Oriente, Orazio Della Penna in Tibet

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Carlo Nicola Cima nacque a Rimini nel 1650. Entrato nel collegio agostiniano, esercitò l’ufficio di missionario in diverse città italiane, prima di essere inviato come visitatore nelle missioni del suo Ordine in Morea. In seguito la Congregazione di Propaganda Fide lo mandò in estremo Oriente, e nel 1697 intraprese, in compagnia di altri religiosi, un lungo viaggio avente la Cina come destinazione. Si trattò di un percorso lungo, difficile e avventuroso, con un’esperienza di naufragio vicino all’isola di Formosa. Giunse ad Amoy il 16 ottobre del 1698; grazie all’ausilio dei gesuiti francesi, dopo avere appreso i rudimenti della lingua locale e avere ottenuto dal vescovo di Pechino (Bernardino Della Chiesa) l’autorizzazione ad esercitare l’attività missionaria in territorio cinese, fu proposto come medico all’imperatore K’ang-hsi, che in seguito lo assegnò alla chiesa del Tung-t’ang. Ebbe dunque modo di accedere alla corte imperiale di Pechino, dove rimase un anno e mezzo prima di raggiungere la provincia del Fuchien prima, le Filippine poi.

Religiosi Cina

Del suo operato nelle Filippine e in altre aree delle cosiddette Indie Orientali, che durò fino al 1704 o 1705, non si hanno molte notizie se non che fu anche nell’isola di Sumatra, in Malabar (sulle coste indiane) e in Siam (l’attuale Tailandia). Tornato in Europa, risiedette per diversi anni a Venezia dove, passando agli Agostiniani Scalzi, prese il nome di Agostino. Fu proprio a Venezia, dopo il suo ritorno dall’estremo Oriente, che il Cima presentò una relazione relativa ai propri viaggi, e ai contatti che durante quelli aveva instaurato, con l’intento di indurre la Serenissima ad inserirsi ulteriormente nei proficui traffici commerciali con quelle aree. La relazione del Cima era infatti ricca di particolari relativi ai principali centri commerciali delle Indie orientali, con dettagli inerenti i porti, i traffici, le merceologie principali, i prezzi. Il tutto contestualizzato con elementi relativi alle varie situazioni politiche dei territori menzionati, le possibilità – o viceversa le difficolta – di interscambi e di transiti, ecc. Non mancavano comparazioni e citazioni dei sistemi europei operanti in zona, come l’inglese Compagnia delle Indie, assunta ad esempio di efficienza organizzativa.

Il prezioso testo del Cima ha per titolo Relazione distinta delli Regni di Sciam, China, Tunchino e Cocincina ed è, come detto, pieno di notizie utili ed interessanti, che però la Serenissima degnò di poco interesse, avendo ormai perso, all’epoca, mordente, forza e intraprendenza nel ruolo di «regina dei mari».

Della Penna

Orazio Della Penna

Francesco Orazio Della Penna, al secolo Luzio Olivieri, nacque nel Montefeltro, a Pennabilli, nel 1680. Entrato nell’ordine Cappuccino, nel 1712 venne chiamato a far parte di una missione di Propaganda Fide con destinazione il Tibet, che la Congregazione già da un decennio aveva individuato come sede di spedizioni «in direzione della sorgente del fiume Gange verso il regno del Tibet». Per questo nella zona erano arrivati già in precedenza alcuni missionari italiani, come padre Domenico da Fano, che dopo alcuni anni, a causa delle condizioni di vita durissime, al limite della fame, era tornato a Roma nel 1711. Si era organizzata una nuova missione, quella a cui prese parte il Della Penna, che, partito nel 1712, era giunto nel 1714 a Katmandu, in Nepal, e vi era rimasto per circa un anno prima di raggiungere Lhasa, insieme ad alcuni confratelli, nell’ottobre del 1716. Lì i religiosi italiani si erano insediati nel monastero-università di Sera, dove appresero la lingua locale ed ebbero libero accesso alla biblioteca, seguiti da un lama istruito che fece loro da guida culturale.

In quella lontana località il monaco cristiano ebbe modo di vivere a contatto con monaci di un’altra religione, depositari di un’antica e diversa cultura. Durante la sua permanenza, il religioso romagnolo poté conoscere il Dalai Lama e intrattenere stretti contatti con lui, ricevendone anche la dotazione di un terreno su cui erigere, a nord-est della città, un convento e una chiesa cristiana dedicata all’Assunta. Il Della Penna continuò a studiare la lingua, giungendo alla compilazione di un dizionario Tibetano-Italiano che nel 1732 arriverà a comprendere circa 33.000 vocaboli.

Nella loro permanenza in quella remota regione i nostri monaci si guadagnano stima e sono rispettati e molto conosciuti. Orazio Della Penna viene chiamato il Lama testa bianca e rimane in Tibet, insieme a padre Giovacchino di S. Anatolia, per circa 10 anni, durante i quali approfondisce studi e conoscenze e traduce diverse opere, fra cui il celebre Libro tibetano dei morti, segnalandosi, all’interno della lunga attività delle missioni di Propaganda Fide in quell’area, come colonna portante della missione e come unico tibetologo degno di questo nome.

Ma a Roma pare che si siano dimenticati dei religiosi cristiani che risiedono e lavorano in quella località sperduta; così padre Orazio Della Penna, gravato anche da problemi di salute, parte per l’Italia e giunge a Roma nel 1736 per chiedere attenzione ed aiuto. Li riceve grazie al cardinale Belluga, che stanzia nuovi fondi e predispone una missione diplomatica, con la spedizione di due brevi pontifici indirizzati al Dalai Lama. La rinnovata missione parte dall’Italia nel 1738 e, dopo un lungo viaggio che fa tappa in India, padre Della Penna e altri tre confratelli giungono a Lhasa nel gennaio del 1741. Lì, dal settimo Dalai Lama, ricevono un documento che garantisce loro libertà di culto e di proselitismo. Con rinnovata energia e maggiori fondi e mezzi a disposizione riparte dunque un tentativo di evangelizzazione, che porta alla conversione di una ventina di tibetani, ma a quel punto le difficoltà e lo scontro non tardano a manifestarsi, a causa della inestricabile connessione tra vita civile e religiosa che esisteva in Tibet: i convertiti al cristianesimo rifiutano di ricevere la benedizione del Dalai Lama e di partecipare alle preghiere lamaiste a cui erano obbligati a titolo di corvée dovuta allo Stato, e la faccenda assume aspetti politici ancora più che religiosi; intervengono i tribunali che, dopo un lungo processo, nel maggio del 1742 condannano cinque cristiani alla fustigazione sulla pubblica piazza.

Lhasa

Lhasa, Tibet

A quel punto intorno ai missionari italiani si fa il vuoto e, anche se il Della Penna riesce a farsi ricevere dal Dalai Lama, nel 1745 i monaci cristiani sono costretti a lasciare il Tibet riparando in Nepal, mentre il loro convento viene distrutto dalla folla: si salva solo la campana, che viene trasportata nel Jo-bo-k’an, dove tutt’ora è appesa (la vide nel 1943 Heinrich Harrer, che ne scrisse nel suo celebre Sette anni in Tibet). In Nepal, a Patan, Orazio della Penna muore il 20 luglio dello stesso anno, all’età di 65 anni, 33 dei quali dedicati alla missione in Tibet.

La mattina del 15 giugno del 1994 il XVI Dalai Lama, Tenzin Gyatso, ha visitato Pennabilli, il paese d’origine del Della Penna, e ha scoperto una lapide commemorativa sulla facciata della sua casa natale, oltre a piantare un gelso e a fare udire ai convenuti il suono registrato della campana del Jo-bo-k’an.

Generico agosto 2021

Lapide

Il Dalai Lama in visita a Pennabilli nel 1994; la lapide scoperta a Pennabilli dal Dalai Lama in ricordo di Orazio Della Penna

PER APPROFONDIRE

S. Zavatti, Esploratori e viaggiatori romagnoli, «La Piê», XL (1971), n. 3, p. 122.

F. Surdich, Fonti sulla penetrazione europea in Asia, Bozzi, Genova 1976.

F. Surdich, Cima, Nicola Agostino, in Dizionario biografico degli Italiani, XXV, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1981, pp. 527-529.

E. Marini, Dal Montefeltro al Tibet inseguendo il rintocco di una campana. Sulle orme di Orazio, il Lama bianco, «Airone», XIV (1994), n. 128, pp. 104-117.

F. Orazio Della Penna, Breve notizia del regno del Thibet, a cura di R. Ragghianti, Mimesis, Milano 2011.

G. Conti, La Romagna e l’altrove, Il Ponte Vecchio, Cesena 2012, pp. 49-51 e 55-57.

 

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