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ROMAGNA E ROMAGNOLI NEL MONDO / 47 / La parabola di Felice Orsini, nato da ex ufficiale napoleonico ad autore del fallito attentato a Napoleone III

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Felice Orsini nacque a Meldola il 10 dicembre del 1819 da Francesca Ricci e da Giacomo Andrea, originario di Lugo, ex ufficiale napoleonico (aveva partecipato alla campagna di Russia), che lo affidò alle cure del ricco zio Orso Orsini a Imola, perché attendesse agli studi.

Felice, ancora adolescente, mostrò irruenza e un’indole avventurosa; da anticlericale convinto, divenne ben presto un acceso sostenitore dell’indipendenza della sua terra, la Romagna, dal dominio dello Stato Pontificio. Nel 1836, non ancora diciassettenne, uccise a colpi di pistola Domenico Spada, domestico e uomo di fiducia dello zio. Felice attribuì la cosa a un incidente ma dal processo emerse, o almeno questa fu l’iniziale parere del tribunale, che aveva compiuto il gesto perché, essendo innamorato di una serva, era insofferente alla presenza dello Spada che lo sorvegliava. Grazie all’intercessione dello zio Orso, amico del vescovo di Imola Mastai Ferretti (il futuro papa Pio IX), fu condannato (a 6 mesi di reclusione) solo per omicidio colposo. Poté non essere tradotto in carcere perché, in atto di pentimento, manifestò l’intenzione di entrare in seminario presso gli Agostiniani di Ravenna. Ovviamente l’anticlericale Felice non tenne fede a quella promessa, e si trasferì a Bologna, dove si laureò in legge e si iscrisse alla Giovine Italia.

Nel 1843 partecipò ai moti di Romagna, e poco dopo fondò una nuova società segreta, la “Congiura Italiana dei Figli della Morte”, cosa per la quale fu condannato all’ergastolo da scontare nel forte laziale di Civita Castellana, da cui uscì nel luglio del 1846 per l’amnistia di Pio IX. Spostatosi a Firenze, luogo natale della madre, prese parte in quella città alle agitazioni politiche del 1846–47 e nel 1848 si aggregò al corpo dei “Cacciatori dell’Alto Reno” del comandante bolognese Zambeccari, con cui partecipò alla prima Guerra d’Indipendenza.

Agli inizi del 1849 fu eletto deputato all’Assemblea Costituente della Repubblica Romana e operò come suo commissario in diverse città (Ancona, Terracina e Ascoli). L’intervento dell’esercito francese a sostegno del Papa lo costrinse a fuggire nel 1850 a Nizza, allora compresa nel Regno di Sardegna, dove si occupò di studi politici e geografici, attese ad affari di commercio e pubblicò Memorie e documenti intorno al governo della repubblica romana. Per incarico di Mazzini (1853–54) tentò di sollevare Sarzana, la Lunigiana e la Valtellina. Durante un viaggio clandestino nell’Impero asburgico come agente mazziniano, venne arrestato nel dicembre del 1854 in Ungheria dagli Austriaci, che lo condussero prigioniero nel castello di Mantova (28 marzo 1855). Dal carcere, grazie all’aiuto di amici e alla complicità di qualche guardia, riuscì ad evadere l’anno seguente e fuggì in Inghilterra. L’episodio, che fece fare una pessima figura alla fama di rigore e sicurezza dei penitenziari e delle fortezze austriache nel Quadrilatero del Lombardo-Veneto, suscitò scalpore a livello internazionale.

Felice Orsini

Ritratto di Felice Orsini

Felice Orsini, assurto quindi a notorietà, si stabilì a vivere a Londra, dove accettò le proposte di un editore per scrivere le proprie memorie, che pubblicò nei volumi Austrian Dungeons in Italy del 1856 e Memoirs and Adventures dell’anno successivo. Nella capitale inglese conobbe un rifugiato francese, il chirurgo Simon François Bernard, che gli parlò di un’idea elaborata da tempo: un attentato a Napoleone III. La sua eliminazione, secondo Bernard, avrebbe tolto al Papa e allo Stato Pontificio la protezione francese, così da permettere l’azione indipendentista, unificatrice e libertaria in Italia, oltre a scatenare una “rivoluzione” in Francia che si sarebbe dovuta estendere al nostro Paese.

Orsini rimase affascinato dalla prospettiva e, rompendo i legami con Mazzini, decise di dare corpo al progetto del chirurgo francese, cominciando ad organizzare l’attentato. Per metterlo in atto ideò e confezionò cinque bombe a mano con innesco a fulminato di mercurio, riempite di chiodi e frammenti metallici. Quindi raggiunse Parigi, dopo avere reclutato alcuni altri congiurati (Giovanni Andrea Pieri, Carlo Di Rudio e Antonio Gomez). La sera del 14 gennaio 1858, verso le ore 20.30, il gruppetto di attentatori riuscì a lanciare le bombe contro la carrozza dell’Imperatore che stava arrivando, tra una fitta folla, all’ingresso dell’Opéra Le Peletier per assistere a un’opera lirica. Orsini, Di Rudio e Gomez riuscirono a scagliare gli ordigni; Pieri era invece stato fermato poco prima da un controllo di polizia.

L’attentato causò una strage: 12 morti e 156 feriti. Incolume invece il suo bersaglio, Napoleone III, protetto dalla propria carrozza blindata.

Attentato a Napoleone III

Attentato a Napoleone III

L’attentato a Napoleone III in stampe dell’epoca

Nella confusione, Orsini e i suoi complici in un primo momento riuscirono a dileguarsi, ma vennero rintracciati e arrestati poche ore dopo grazie al fatto che il Gomez, fermato in una trattoria italiana, cedette, confessò e fece i nomi degli altri. Orsini venne arrestato nell’abitazione in cui alloggiava. Non solo l’Imperatore non era stato eliminato, ma l’attentato gli provocò sostegno, tanto che poté mettere successivamente in atto una forte campagna repressiva che portò all’arresto di suoi oppositori e di molti repubblicani francesi.

Attentato a Napoleone III

Gli attentatori a processo

Il processo agli attentatori si svolse principalmente in febbraio e fu di breve durata. Gomez, che aveva confessato e favorito la cattura degli altri, fu condannato ai lavori forzati. Di Rudio, in un primo momento condannato a morte, vide la propria pena commutata in ergastolo nell’inferno penitenziario della Cayenna, da cui riuscì a fuggire (con una vicenda che ricorda il film Papillon) riparando poi in America, dove combatté nella Guerra di Secessione e in seguito nelle cosiddette “guerre indiane”: fu tra l’altro fra i pochi superstiti del massacro del 7° Cavalleggeri del colonnello Custer avvenuto ad opera degli indiani nel 1876 a Little Big Horn.

Carlo Di Rudio

Carlo Di Rudio

Pieri e Orsini invece vennero condannati alla pena capitale. In attesa che questa venisse eseguita, il romagnolo, dal carcere della Roquette, inviò una lettera al sovrano francese in cui scriveva: «Sta in poter Vostro fare l’Italia indipendente o di tenerla schiava dell’Austria e di ogni specie di stranieri. Gli Italiani vi chiedono che la Francia non permetta che la Prussia intervenga nelle future e forse imminenti lotte dell’Italia contro l’Austria. Io scongiuro Vostra Maestà di ridare all’Italia quella indipendenza che i suoi figli perdettero nel 1849, proprio per colpa dei Francesi. Rammenti Vostra Maestà che gli Italiani (e tra questi il mio padre stesso) accorsero a versare il sangue per Napoleone il Grande, dovunque a questi piacque di condurli; rammenti che sino a che l’Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell’Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d’un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre».

Esecuzione di Orsini

L’esecuzione di Orsini

Napoleone III ne fu favorevolmente colpito e autorizzò la pubblicazione della lettera, servendosene anche per creare intorno alla guerra contro l’Austria un largo consenso nazionale. I giornali presentarono Orsini come un eroe. In Italia, Camillo Benso conte di Cavour, vista la popolarità che aveva raggiunto la missiva, sfruttò a sua volta la situazione per aumentare la pressione politica sulla Francia affinché aiutasse il Piemonte e non lasciasse nelle pericolose mani dei rivoluzionari l’iniziativa di unificare l’Italia. Ciò condusse in seguito agli accordi di Plombiers.

Felice Orsini fu ghigliottinato a Parigi il 13 marzo del 1858, e il suo corpo fu inumato in una fossa comune nel cimitero di Montparnasse.

PER APPROFONDIRE

D. Ciociola, L’attentato di Felice Orsini a Napoleone III. Ricostruzione storico-critica, Loffredo, Napoli 1966.

G. Manzini, Avventure e morte di Felice Orsini, Camunia, Milano 1991.

R. Cappelli, Il processo a Felice Orsini. L’ultimo martire risorgimentale o il primo terrorista internazionale?, Il Ponte Vecchio, Cesena 2008.

A. Venturi, L’uomo delle bombe. La vita e i tempi di Felice Orsini terrorista e gentiluomo, Hobby & Work, Milano 2009.

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