La didattica a distanza sta funzionando? La parola alle insegnanti

Si fa presto a dire didattica a distanza, ma scuole e famiglie erano pronte alla rivoluzione copernicana che si sono trovate ad affrontare con l’emergenza coronavirus? A più di un mese ormai dalla chiusura degli istituti scolastici – in Emilia Romagna le lezioni sono sospese da lunedì 24 febbraio – si possono tracciare i primi bilanci. Tra i problemi affrontati da insegnanti, studenti e famiglie, ci sono la difficoltà ad usare strumenti con i quali c’era poca dimestichezza, la smisurata dose di creatività necessaria a preparare lezioni da fruire in modo virtuale, ma anche linee adsl carenti, traffico dati insufficiente su smartphone e tablet e la mancanza di supporti tecnologici per connettersi, considerato che non tutte le famiglie dispongono di un pc dedicato ai figli, soprattutto quando i figli sono più di uno.

Al netto dei problemi su linee e supporti, che la scuola ha tentato di affrontare mettendo a disposizione pc e tablet in comodato d’uso gratuito agli studenti che ne avessero necessità e stipulando convenzioni con i principali gestori di telefonia a beneficio di chi una linea adsl ben funzionante non l’aveva, dalle testimonianze raccolte tra alcuni insegnanti del ravennate, appare evidente una cosa: il vero discrimine nel funzionamento della didattica a distanza, sta nella preparazione degli insegnanti all’uso delle nuove tecnologie.

“La scuola italiana aveva già avviato da anni corsi di formazione per preparare gli insegnanti alla didattica digitale – afferma un’insegnante di lettere di scuola superiore -. Quelli che si erano già formati hanno aiutato i colleghi “scettici” verso questi strumenti, che non avevano formazione sul tema. Io ero pronta, quindi ho iniziato subito il dialogo educativo a distanza con i miei studenti”.

Sulla stessa falsa riga è anche il commento di una maestra di primaria: “nel corso degli ultimi dieci anni sono stati attivati dalla scuola tanti corsi di formazione con adesione volontaria da parte dei docenti. Perciò, ci sono insegnanti con un certo tipo di preparazione ed altri che ne sono quasi a digiuno. Credo che, indipendentemente da quanto si ritengano utili tali strumenti e dal loro utilizzo in classe, sia nostro dovere professionale e sociale formarci ed aggiornarci”.

Gsuit, Classroom, Argo, Google Meet, ma anche mail e whatsapp, sono tanti gli spazi virtuali a disposizione di insegnanti e studenti per tenersi in contatto e proseguire con la didattica. C’è chi fa videolezioni in streaming, chi sfrutta “lavagne virtuali” e si ingegna per trovare modi inediti per comunicare con la classe e chi si limita a postare compiti sul registro elettronico. La disponibilità dei libri è un’altra delle difficoltà che gli alunni della primaria in particolare, si sono trovati a fronteggiare, considerato che non tutti gli istituti comprensivi hanno concesso il recupero dei testi lasciati in classe prima del lockdown totale (inizialmente le lezioni erano sospese ma le scuole aperte, attualmente gli edifici scolastici sono interdetti a chiunque). Ci sono così famiglie costrette a scambiarsi fotografie delle pagine per poi stamparle e permettere in qualche modo ai bambini di restare al passo con quanto proposto dagli insegnanti.

Ma com’è la relazione con gli studenti da casa? “C’è chi ha reagito bene: studenti che hanno sempre partecipato con difficoltà o poco attenti e disinteressati, hanno piano piano trovato una modalità più consona al loro carattere. Devo dire che la didattica a distanza ha addirittura avvicinato alcuni studenti a materie che prima trovavano faticose”, dice l’insegnante delle superiori: “È faticoso per tutti, ma almeno si riesce a mantenere un contatto di cui si sente davvero il bisogno. Io ho 4 classi e tutti gli studenti partecipano e interagiscono. Ovviamente gli studenti più giovani all’inizio hanno avuto bisogno di supporto, ma poi ci siamo organizzati”.

“Più complesso – aggiunge – è il rapporto con i ragazzi che avevano già difficoltà in classe, che seguivano piani didattici personalizzati: sono stati contattati e si sta cercando di adeguare la didattica a distanza alle loro richieste e potenzialità, molti sono riusciti a seguire se c’era la famiglia di supporto. Ci sono i docenti di sostegno che stanno facendo un lavoro straordinario. È vero che comunque lo studente in difficoltà arriva a seguire il percorso a distanza un po’ più tardi”.

“Io – spiega la maestra di primaria – avevo già creato le mie “classi virtuali”, spazi in cui condividevamo materiale e di cui facevamo esperienza in classe, a piccoli gruppi. Con l’avvio forzato della didattica a distanza ho dovuto spingere sull’acceleratore e già dalla seconda settimana siamo riusciti ad andare a regime. Per la maggior parte degli alunni non è stato difficile, grazie al precedente lavoro fatto in classe in presenza. Per altri è stato necessario anche il supporto dei rappresentanti di classe e di altri genitori che si sono resi disponibili ad aiutare le famiglie anche solo con delle “consulenze” telefoniche”.

“Se invece vogliamo parlare di reale ricaduta sull’apprendimento – continua -, sono ancora perplessa: non credo che questa modalità consentirà a tutti di fare i progressi che si sarebbero fatti in un contesto educativo adeguato. Certo, non c’è alternativa, me ne rendo conto, però tutto ciò che si sta affrontando in questo periodo non può essere considerato come svolto, direi piuttosto parzialmente svolto. Gli argomenti affrontati in questa situazione di emergenza, sono scelti in base alla loro fattibilità, perciò si opta per contenuti semplici ed accessibili agevolmente anche e soprattutto da studenti con maggiori necessità, come quelli certificati BES, DSA, L.104, per i quali è leso uno degli aspetti più significativi, cioè la socializzazione e per i quali, mai più di adesso le figure degli insegnanti di sostegno e di eventuali educatori risultano importantissime”.

Dal punto di vista delle insegnanti intervistate, la comunità scuola sta lavorando, anche se è ovvio che le scuole, nell’ambito dell’autonomia, stanno lavorando in maniera diversa: “qui a Ravenna direi che ci sentiamo parte di una comunità”, afferma la professoressa. “Ci sono materie come quelle umanistiche e logico scientifiche per le quali il lavoro è più semplice. Quelle laboratoriali, artistiche, musicali, hanno dovuto studiare un’alternativa didattica che è complessa. I docenti stanno cercando percorsi alternativi. Alcuni sono costretti ad utilizzare programmi e software particolari che non tutti gli studenti hanno. Complessivamente però credo si possa dire che il programma sta andando avanti, anche se non si dovrebbe parlare più di programmazione vera e propria. Si tentano anche forme di valutazione del lavoro fatto, che verte però più sul dialogo educativo che sulle modalità della classica prova in sé e per sé”.

E come valutereste voi, da insegnanti, questa fase a distanza? “È un’esperienza faticosa: il lavoro del docente che lavora alla preparazione delle lezioni e all’incontro con lo studente online richiede un impegno di ore, ci vuole molta creatività. Spero che tutto questo diventi un momento di creazione di un patrimonio che utilizzeremo anche in futuro. La classe comunque manca a tutti, sia a noi docenti che ai ragazzi.”, conclude la professoressa.

“Le esperienze che mi raccontano anche altri colleghi, in linea di massima, sono simili alla mia – è il commento dell’insegnante di primaria -: si evidenzia una sterilizzazione del ruolo della “maestra” che da sempre è una figura che si occupa anche della relazione con la comunità scolastica, che educa. Diciamo che il nostro ruolo in questo momento storico non è comodissimo e neanche particolarmente gratificante perchè privato del contatto quotidiano che è necessario per svolgere un buon lavoro e per consentire una crescita dei nostri studenti a tutto tondo”.