Scuola, per i ragazzi con disabilità la dad è due volte più dura e difficile da capire

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La scuola è stata pesantemente colpita dalla quarantena da Covid 19. Impreparata e forse impossibilitata a far diventare di fruizione comune un ambito sperimentale come la didattica a distanza. Questo discorso tanto più vale per il campo della disabilità. Gli insegnanti di sostegno che abitualmente seguono da vicino i ragazzi con disabilità, da remoto possono fare ben poco per i loro allievi, isolati dai loro compagni, ritornati a carico completo delle famiglie. Si tratta di bambini e adolescenti con sindrome di Down, deficit cognitivi, disturbi della personalità come schizofrenia, bipolarismo, soggetti diversissimi per condizioni di salute e problemi d’apprendimento ma accomunati da due bisogni fondamentali: una didattica pensata sui loro specifici problemi e il bisogno, identico per tutti i giovani, di essere inclusi in un gruppo per costruire la propria personalità.

Per loro la scuola non era solo un luogo di apprendimento di nozioni, ma un universo dove imparare ad avere una socialità, a pensarsi come soggetti indipendenti dalla protezione familiare, ad acquisire abilità pratiche per altri ovvie, per loro no. Ci sono insegnanti di sostegno che accompagnavano ragazzi con deficit cognitivi a fare la spesa, insegnando loro a maneggiare i soldi e a contare il resto, oppure che spiegavano loro come si compila un bollettino postale. Per le famiglie di questi alunni la scuola svolgeva allo stesso modo funzioni fondamentali che non si trovano in alcun piano dell’offerta formativa. Inoltre, facendosi carico dell’allievo per la mattinata (talvolta anche per il pomeriggio), la scuola permetteva ai genitori di lavorare, di avere una socialità, accudire gli anziani, alleggerendo il carico di tempo e di preoccupazione.

Ora la didattica a distanza vanifica questo patto tacito fra famiglie con figli disabili e scuola, gettando tutto il peso del benessere dei ragazzi sulla prima. A questo quadro dalle tinte fosche, si aggiunge l’incertezza su quando e con quali modalità si tornerà alla “normalità”. Ci si è posto da più parti il problema su come intervenire per limitare il più possibile i danni ai ragazzi che hanno una qualche difficoltà da questa nuova fase di discontinuità scolastica. Il punto di riferimento, relativamente agli studenti con disabilità, rispetto alla didattica a distanza, rimane il cosiddetto PEI, Piano educativo individualizzato. I docenti di sostegno devono mantenere l’interazione a distanza con l’alunno e tra questi e gli altri docenti o, ove non sia possibile, con la sua famiglia, mettendo a punto materiale personalizzato da far fruire con modalità specifiche di didattica a distanza concordate con la medesima. È espresso compito del Dirigente scolastico, d’intesa con le famiglie e per il tramite degli insegnanti di sostegno, verificare che ciascuno studente sia in possesso degli strumenti necessari per procedere nel proprio percorso educativo e, laddove vi sia necessità da parte dell’alunno di strumentazione tecnologica, il Dirigente scolastico deve immediatamente attivare le procedure idonee per assegnare, in comodato d’uso, eventuali strumenti presenti nella dotazione scolastica oppure, in alternativa, richiedere appositi sussidi didattici.

In questa ottica assolutamente collaborativa, l’insegnante di sostegno può dare supporto agli altri docenti. Nella maggior parte dei casi infatti insegnante di sostegno ed insegnanti curricolari sono co-titolari, pertanto dovrebbero lavorare insieme, ma a volte si verificano circostanze nelle quali è l’insegnante di sostegno quello maggiormente abilitato ad agire, in quanto conosce meglio i processi di apprendimento dei propri allievi. Tutto questo si può fare anche con materiali su cui lavorare ed interagire con gli studenti disabili a distanza, cosa tutt’altro che semplice. Ho sentito, a tal proposito, le testimonianze di alcune mamme di bambini autistici del ravennate, i quali fino a qualche tempo fa frequentavano regolarmente, seguendo le lezioni in presenza.

Mi raccontano, con amarezza, dinamiche e disagi della nuova didattica di questi giorni. “La scuola per i nostri figli era un punto di riferimento importante – mi confidano -. Prima del lockdown, avevano tutti dei comportamenti molto affettuosi, gli abbracci e i baci erano entrati a far parte del loro universo comunicativo, e con il passare del tempo le reazioni negative, frequenti all’inizio del percorso scolastico, si erano piano piano attenuate, con grande soddisfazione dei docenti”. “A scuola svolgevano attività in piccoli gruppi: tagliare, incollare, disegnare, colorare, ascoltare la musica, ballare e andare in palestra”. “Poi improvvisamente una mattina, questi bimbi si sono svegliati in un mondo diverso: un mondo dove non si andava più a scuola, ma si doveva restare tutto il giorno a casa, una realtà dove le uniche interazioni erano quelle con noi genitori. Le abitudini nei ragazzi autistici sono difficili da modificare ed i cambiamenti improvvisi possono mandarli in confusione, infatti così è stato – proseguono le mamme – . Non comprendendo la ragione di questa reclusione forzata, i bambini hanno ripreso a manifestare i comportamenti che avevano faticosamente abbandonato, ed i loro cambiamenti repentini ed incontrollati dell’umore sono successivamente sfociati in gesti aggressivi nei confronti dei genitori e degli oggetti attorno a loro”.

“Per i nostri figli la didattica a distanza è difficile da seguire, ma soprattutto da capire. Certune patologie, come l’autismo, necessitano infatti di contatto fisico, di una gestione educativa e didattica in presenza. Il Pc e la piattaforma online non possono sostituire – mi dicono – il rapporto diretto con il docente, che per loro rimane comunque fisicamente assente”. “I docenti ci hanno anche inviato alcuni video divertenti nei quali erano loro stessi protagonisti, in maniera da far sentire la loro vicinanza, per dire loro ‘noi ci siamo’. Ma la situazione non resta per niente facile: i ragazzi con disturbo autistico sono particolarmente indifesi dal punto di vista sociale e comunicativo, e questa situazione ha tolto loro le sicurezze di base sulle quali si reggeva una situazione che era arrivata ad essere relativamente stabile”.

“La vera inclusione per questi studenti – proseguono – si può realizzare soprattutto con un lavoro di vicinanza quotidiana e di contatti fisici reali con le persone che li circondano, altrimenti i vincoli affettivi si allentano e le interazioni familiari quotidiane possono degenerare. Purtroppo questa emergenza ci ha condizionato tutti indiscriminatamente, alterando gli equilibri personali e le nostre modalità di vivere rapporti sociali, sino a sostituire il contatto fisico con il contatto virtuale. E questa situazione – concludono – non è comprensibile allo stesso modo da tutti”.

A cura di Mirella Madeo

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