I ragazzi di UPpunto a colloquio con Cristina Mazza Ricci, maestra elementare a Los Angeles, contea ‘viola’

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Dopo la pausa estiva, torniamo a ospitare volentieri sul nostro quotidiano online – ogni lunedì – l’iniziativa patrocinata all’Associazione Amici di Enzo e portata avanti da un gruppo di studenti del Liceo Classico e del Liceo Scientifico di Ravenna, di Istituti Tecnici di Ravenna, di diversi ragazzi dell’Istituto Politecnico di Grumello del Monte della Fondazione IKAROS e della Scuola di Apprendistato Upprendo di Bergamo della Fondazione Et Labora. LA REDAZIONE

CRISTINA MAZZA RICCI: vita di una maestra italiana a Los Angeles

Cristina, moglie di Luca Ricci, astrofisico ravennate che abbiamo intervistato a giugno, è un’insegnante che, come suo marito, svolge la sua professione in America. Nella seguente intervista, Cristina ci illustra l’assetto scolastico americano, ci spiega come svolge il suo ruolo e quali sfide deve affrontare dopo la pandemia, che come in Italia, è virulenta anche negli Usa e a Los Angeles, dove vive con Luca.

Come è nato in te il desiderio di voler fare l’insegnante?

“Il desiderio cosciente mi è arrivato in quinta superiore, ma guardando indietro alle esperienze della mia infanzia mi sono resa conto che ho avuto tanti segnali anche quando ero più piccola. Il momento esatto in cui ho capito davvero cosa volessi fare è arrivato in quinta liceo, quando il mio professore mi chiese di aiutare qualche mia compagna per l’esame di maturità. Durante questi incontri alcune compagne mi hanno chiesto come fosse possibile che, quando io spiegavo loro le cose le capivano, invece quando le spiegava il prof no e me lo hanno proprio domandato. Lì mi sono resa conto che forse era qualcosa per cui ero davvero portata e che potevo mettere a disposizione degli altri. Adesso io insegno in una scuola elementare, ma finite superiori la mia idea era quella di insegnare alle medie o alle superiori. Avevo scelto di fare fisica perché ai tempi dava la possibilità di insegnare scienze e matematica, sia alle medie che alle superiori. Poi al secondo anno di fisica ho partecipato ad uno spettacolo teatrale per ragazzini delle elementari in cui dovevamo recitare spiegando loro esperimenti di fisica. E lì mi sono innamorata pazzamente dei bambini della primaria. Al secondo anno di università mi era venuta l’idea di mollare tutto e iscrivermi a scienze della formazione primaria, ma ho deciso di completare il mio percorso ed andare poi a insegnare alle medie. Finito il master mi sono trasferita in Germania dove non ho potuto prendere l’abilitazione, poi successivamente mi sono trasferita qui negli Stati Uniti dove ho avuto l’opportunità con la mia laurea di insegnare alle elementari.”

Come hai scelto di trasferirti negli Stati Uniti per insegnare?

“Non ho deciso, qualcun altro ha deciso per me. Io ho semplicemente seguito le necessità lavorative di mio marito. Per noi era sempre stato chiaro che il suo lavoro era più vincolante. Io come insegnante avrei potuto insegnare dovunque. Io poi ho trovato la mia strada. In Germania ho fatto la tata in famiglie bilingue. Qui ho iniziato come insegnante in corsi pomeridiani e facendo la tata, poi sono diventata maestra. Se fosse stato per me non sarei andata all’estero, all’ultimo anno di liceo avevo deciso di mettere via l’inglese. Poi in realtà ho scoperto una grande propensione. Eppure, ora mi trovo a fare il lavoro che avrei voluto fare, ma che in Italia non avrei potuto farlo.”

Quali materie insegni nella tua scuola?

”È una domanda molto complessa, cercherò di essere sintetica. La mia scuola è una scuola di immersione linguistica, esistono programmi all’interno della scuola pubblica che sono stati creati per facilitare l’inserimento dei bambini immigrati. Il programma nasce con l’obiettivo di facilitare l’insegnamento di una lingua straniera per i bambini statunitensi. Nella classe ci sono idealmente metà bambini madrelingua inglese e metà bambini di un’altra lingua. Ci sono vari modelli, nella mia scuola i bambini iniziano nel 90% con una lingua che non è l’inglese, le percentuali si vanno ad equiparare fino a che in quinta non si arriva ad un 50%. La mia scuola offre italiano, francese, spagnolo, tedesco e inglese. I miei alunni hanno iniziato in prima con il 90% in italiano e il 10% in inglese. In italiano insegno grammatica, lettura, scrittura, scienze e arte. In inglese fanno le altre materie. Idealmente una classe dovrebbe essere composta da metà bambini americani e metà bambini italiani, ma non è quasi mai così. Esistono realtà molto diverse, bambini i cui genitori non parlano in inglese, bambini i cui genitori parlano inglese e un’altra lingua, bambini che conoscono già tre lingue o addirittura quattro.”

Quali sono le differenze di approccio tra la scuola italiana e la scuola americana?

“Innanzitutto, bisogna fare un passo indietro, purtroppo la scuola americana non esiste, bisogna pensare agli Stati Uniti come un’Europa o quasi. Ogni stato fino a qualche anno fa aveva regole proprie, solo dal 2012 circa 41 stati hanno adottato gli stessi programmi ministeriali. Adesso c’è un’unificazione parziale. Le differenze sono anche a livello di scuola, negli Stati Uniti le scuole private hanno molta più libertà, alla fine però i ragazzi devono fare degli esami che attestano che stanno seguendo un’istruzione adeguata. Un’altra cosa che in Italia accade molto raramente è l’home schooling. Molti genitori decidono di non mandare i propri figli a scuola e di insegnargli a casa tutto il programma. Ogni anno però questi bambini devono sostenere degli esami per dimostrare allo stato che stanno studiando. La scuola superiore negli Stati Uniti è vista più come luogo di ritrovo piuttosto che luogo in cui si impara. Molto di ciò che si vede nei film è vero! I rapporti che si instaurano tra insegnante e alunni nascono perché gli studenti seguono un’idea e si attaccano poi a un professore. È tutto talmente caotico e individualistico che anche le relazioni con gli adulti vengono cercate per avere un punto di riferimento. Un problema grandissimo qui è la disparità tra le scuole. È un circolo vizioso. Alcune scuole hanno acquisito un certo livello di eccellenza, le famiglie che possono permettersi quel tipo di istruzione si trasferiscono nel quartiere più vicino a quella scuola per permettere al proprio figlio di frequentarla. Quei quartieri diventano quartieri di in certo tipo, i prezzi delle case si alzano, le scuole diventano sempre più desiderate e il preside ha la facoltà di accettare solo gli insegnanti migliori. Questo porta a un divario sociale non indifferente.”

Come pensi che il ruolo dell’insegnante cambierà dopo questa emergenza sanitaria?

“Esperienza personale, mia e dei miei colleghi. C’è una grossissima differenza tra la mia generazione e quella degli insegnanti a 5-10 anni dalla pensione. Gli insegnanti più anziani stanno facendo una grande fatica e non riescono ad accettare il riprogrammare, il ripensare, il rimettersi in gioco. Hanno cercato di trasferire l’esatto modello ma in digitale. Molti provano invece ad andare oltre alle nuove limitazioni, cercano nuove soluzioni. Personalmente sto usando dei programmi che richiedono coinvolgimento, perché questo è l’obiettivo. Per molti è stata l’opportunità di aprirsi e trovare nuovi strumenti che potrebbero anche essere integrati in futuro ad una didattica in presenza. Alternare poster (carta) e sito internet, collaborare su un documento digitale, esplorare con Google Earth.”

Secondo te, in che modo gli insegnanti possono fare la differenza in un momento delicato come questo?

“All’inizio ero preoccupata perché sarebbe mancata l’interazione con i bambini e la sicurezza che loro stessero effettivamente seguendo senza ‘imbrogliare’. Ero così preoccupata a trovare queste soluzioni che ho dato meno importanza all’aspetto della relazione. Nonostante ciò, e nonostante la situazione, la sorpresa più bella è stata ricevere messaggi dai bambini che mi ringraziavano per aver reso la matematica divertente. La sorpresa è stata vedere i bambini così desiderosi di una relazione con l’adulto attraverso lo schermo che, volendolo davvero con il cuore, riescono a superare anche questa situazione. L’altro aspetto è che ci sono categorie di bambini che non hanno la possibilità di essere seguiti da genitori, molti hanno problemi di connessione, a volte sono i bambini stessi a preparare la videoconferenza per i genitori… Anche con questa situazione aumenta il divario tra i bambini seguiti, con certe possibilità e i bambini in situazioni più critiche. Io la sento molto questa sfida, questa responsabilità. C’è anche una situazione di impotenza dovuta al fatto che non si riesca a controllare i bambini più di tanto. Sono triplicate le ore al telefono e le riunioni con i genitori, perché se prima potevi agire direttamente sui bambini adesso è importante anche la presenza dei genitori che ovviamente in molti casi non può essere costante. Questa domanda è ancora aperta, non so fin dove l’insegnante possa spingersi per affrontare questo divario.”

Com’è l’andamento del coronavirus negli USA, in particolare nella tua zona?

“Ciascuno Stato ha le proprie norme. In alcuni la didattica è in presenza con le mascherine, in altri è digitale. Nella stessa California, ogni distretto sceglie abbastanza autonomamente. Qui a Los Angeles siamo nella stessa situazione da marzo. È diminuito un po’ ma non abbastanza da farci uscire dall’equivalente italiano della zona rossa, che qui è ‘viola’ (su una scala viola, rosso, arancione, giallo). Non vuol dire tutto chiuso ma per esempio le scuole non possono riaprire. Tutta la contea di Los Angeles è bloccata in questa situazione di zona viola, anche se, essendo un territorio enorme, si hanno situazioni anche molto differenti all’interno della stessa contea. La grossa differenza con l’Europa è stata che noi abbiamo riaperto qualcosa fin da subito perché, dopo un breve lockdown totale di tre settimane, i numeri lo permettevano. Poi i casi sono tornati a risalire ma non esponenzialmente. Ciò ha permesso parzialmente all’economia di ricominciare. Però non siamo ancora arrivati a numeri che ci consentano di riaprire certe altre cose. Di certo fino a dopo Natale secondo me rimarremo in questa situazione.”

Cristina Mazza Ricci
Uppunto

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