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CAVE CANEM / Si educa quando si è disposti a cambiare se stessi

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La questione dell’educazione dei tempi che viviamo è il tema questa rubrica CAVE CANEM. È proposta da docenti ed educatori cui interessa il rapporto con gli studenti, con la realtà e con l’attualità. Attraverso il legame con i ragazzi di UPpunto – che ospitiamo già da diversi mesi – è nata dunque l’idea di tenere questa nuova rubrica mensile che si intrecci alla loro e che tratti dell’emergenza educativa, quanto mai attuale e scottante, soprattutto in questo periodo. LA REDAZIONE

CAVE CANEM: “Si educa quando si è disposti a cambiare se stessi”  di Benedetta Mercati*

Chat di prof. Mi arriva la canzoncina sul Covid nella scuola, quella che dice: “Se alle scuole dell’infanzia c’è anche solo un positivo…” Bellina, più chiaro che il dpcm. La inoltro, come da prassi, a collega di musica. È divertente, insegnala che almeno non mi fanno altre domande su dad e quarantene, che non se ne può più. Una faccina che ride (più di cortesia che per rispondere), e ciao.

Ma meno male non va sempre così. C’è chi mi fredda: eh no, non ci rido. La collega di musica non ci sta all’ironia facile, non trova da riderci. Gusti diversi? Snob? Rigida? Non lo so, e non è questo il punto. È che è interessante. Se non altro per una risposta nuova e contro corrente.

Mi piacciono le persone che non accondiscendono, mi interrogano. Ne è nato un dialogo vero. Con a tema il problema del vivere per i nostri alunni. Un fatto piccolo e normale, ma che mi ha ricordato quanto sia bello il lavoro dell’insegnante. È bellissimo il lavoro dell’insegnante, ti costringe sempre a cambiare. Questo ti riaccende, ti rimette in pista. Non ti cambiano i ragazzi perché studiano, fanno domande intelligenti, si comportano bene (questo è il fantastico mondo dei Puffi, se un educatore si aspetta che succeda così, sarà perennemente depresso). Sei tu che se cambi, magari puoi coltivare più pazientemente e attendere altrettanto pazientemente un passo nel percorso di uno studente. Riguardo i lavori dei ragazzi, ripenso alle loro domande con un affondo nuovo. E ho voglia di essere in classe il lunedì mattina, per cercare di rispondere, di aiutarli a grattare sotto la superficie, di costruire su quell’accento di verità che ho visto almeno una volta in loro.

Al confronto, il testo del nuovo ddl sulla scuola, mi sembra già vecchio. Ho letto i passaggi del ddl sull’introduzione sperimentale delle “competenze non cognitive”, che ora passerà al Senato, contro la dispersione scolastica. E cosa sarebbero queste “competenze non cognitive”? Il testo esemplifica con parole come “amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura mentale”. Aspetti ai quali, in una situazione particolarmente difficile come la pandemia, saranno dedicate delle ore di scuola. Già il fatto che certi aspetti dell’umano si trattino come “competenze” e soprattutto “non cognitive” dovrebbe sollevare delle perplessità solo a livello concettuale. Ma, ahimè, ormai ci siamo abituati al pedagogichese nella scuola.

Temo, come già accade, che si arrivi, dagli alti intenti degli esperti, a una nuova e dannosa riduzione in burocrazia. Tradotto: molto – e stucchevole – didattichese, regole poche chiare e nuova burocrazia, fiumi di soldi per progetti, formazione degli insegnanti. Che cosa arriverà direttamente ai ragazzi? Potrà esserci un cambiamento? Non so se si possa cambiare un aspetto umano ope legis. Nell’educazione è sempre un rapporto che cambia, come nel dialogo con la collega che, pur partito dal niente, mi ha sorpreso. E come noi anche i ragazzi: uno può essere disposto a cambiare non perché convinto da discorsi o progetti scolastici, ma perché vede cambiare –  e ripartire – chi gli sta davanti.

* Benedetta Mercati insegna a Ravenna alle medie.

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