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Una Moira al contrario. L’artista ravennate Lucia Nanni sulla mostra “Lacrime”

Il resoconto di un incontro con l'artista ravennate Lucia Nanni, in arte Bubilda, e sulla sua mostra “Lacrime”, conclusa da qualche giorno e celebrata da un omonimo volume uscito per Angelo Longo Editore

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Le tre Moire. Tra le figure più oscure e affascinanti della mitologia greca, queste tre anti-grazie, figlie di Necessità, siedono nell’Ade, filando i nostri destini. Una fa scorrere il filo della vita, l’altra lo avvolge sul fuso e l’ultima decide quando tagliarlo. È una decisione inappellabile, un decreto definitivo, che misura una volta per sempre quanto mondo ci spetta di vivere.

 

Mi piace pensare a Lucia Nanni, in arte Bubilda, come a una Moira al contrario, una dea ostinata e benigna che disfa come Penelope il lavoro svolto dalle tre vecchie: eccola che srotola il fuso, riprende in mano il corso del filo e lo lavora per ridare la vita.

 

Almeno, questa è l’impressione che si ha visitando la sua mostra, Lacrime, appena conclusa al Museo Arcivescovile e al Museo Nazionale di Ravenna. Le sue opere, fragili e delicati intrichi di fili, ondeggiano appesi dentro le gallerie, dialogano con cippi, lapidi e iscrizioni latine; come quelle riportano tra i vivi esistenze passate.

 

Lucia è un’artista del ricamo. Con il suo pennello, una macchina da cucire, disegna volti e corpi con abilità straordinaria. Per questa mostra ha scelto di far rivere un’intera comunità, quella dei morti dell’Ossario del cimitero di Ravenna. Un lavoro paziente durato quattro anni e realizzato grazie all’appoggio dell’Assessorato delle Politiche Giovanili di Ravenna, del Comune di Cotignola, della Diocesi Ravenna-Cervia e del Museo Nazionale di Ravenna. Un fatto più unico che raro.

 

La incontro una mattina chiara, di quelle che a novembre si contano sulle dita di una mano, per visitare con lei la mostra itinerante. Passiamo attraverso alcuni dei luoghi più belli della città, il chiostro del Museo Nazionale – la luce che filtra come pioggia dai tassi secolari – o la Cappella di Sant’Andrea, e Lucia mi racconta del suo lavoro.

La sua è la loquacità tipica delle persone timide che parlano non per schiudersi all’altro, per per coprirsi, per nascondersi; forse per pudore, forse per preservare qualcosa dell’ego. Inizia dove deve iniziare, raccontandomi la storia dell’Ossario, poi il discorso prende svolte impreviste e si dirama, procede a zig zag come i fili sul tulle dei suoi 240 ritratti.

 

 

 

«Ho trovato l’Ossario uno dei luoghi più vivi di questa città sepolcrale», mi spiega ridendo. «È un luogo con una stratificazione sociale complessa: ci trovi di tutto, spesso senza sapere il perché». Lucia tratteggia l’Ossario come un cimitero degli esclusi: ci rimane chi, anche da morto, non ha i soldi per andarsene: orfani di vivi, poveri, dimenticati o condannati all’oblio dalla storia. Le altre famiglie pagano per spostare i loro morti in luoghi più consoni. Chi non ce la fa, rimane qui. Morti senza un nome, morti sans-papiers.

 

«Credo che dalla cura per l’aspetto cultuale si possa giudicare lo stato di salute di una società. Noi conosciamo tutte le società antiche proprio per questo aspetto: come trattavano i loro morti. Vedo certi cimiteri del nostro Appennino, su da Santa Sofia – più sono piccoli e più mi piacciono – che stanno venendo pian piano smantellati. Buttano le croci di ferro battuto e lapidi in un angolo, e le lasciano così. È triste.»

La popolazione dell’Ossario racconta a suo modo la storia di una Ravenna sconosciuta per noi. Il suo più vecchio residente è del 1817, per il quale non abbiamo neanche un’immagine (le fotografie erano ancora di là da venire) e i più giovani sono morti negli anni ’90 nel Novecento. Lucia è partita da questa terra desolata, dalle facce dei suoi cittadini, dalle fotografie che a volte scompaiono senza un perché, trascinate via dell’incuria, dagli elementi, o dalla grazia di un discendente. Le conosce tutte, le frequenta come un’amica di vecchia data, sembra che abbia parlato con ognuno di loro. Arriva a ricostruirne le storie mischiando fantasia agli indizi iconografici: il collo del vestito indossato, un taglio di capelli.

 

«Bisogna interrogare le cose», mi ripete spesso, «bisogna lasciarle parlare. Sono un amante della storia della moda e dei costumi. Spesso mi basta vedere un particolare del vestito o dell’acconciatura delle persone nelle foto per capire il periodo della loro vita.»

Lucia ha chiamato con un nome tutte le persone che ha ritratto. C’è la Miss, la cui inaspettata bellezza non è valsa a evitarle l’Ossario; c’è l’Anarchico, col suo gran fiocco al collo; c’è il Calabrese, un vecchio che, semplicemente, non può essere di qua; c’è Kafka e c’è Brecht, ci sono i loro sosia; c’è la coppia di repubblichini, lui e lei, finiti qui assieme; c’è la famiglia dalla storia tragica, la madre con gli occhi spalancati da pazza, il padre ombroso e taciturno, le figlie che guardano in basso; c’è il Pugile, ritratto a ridosso di uno scoglio, forse istriano; e c’è la Segretaria, gli occhi velati dalla pesante montatura gattesca.

 

Sono tutti appesi al filo di una storia probabile. La loro verità si è persa nel tempo: non ci resta che qualche dettaglio isolato per ricostruire le loro vite. È l’impegno, il rispetto e l’affetto di Lucia per questa verità perduta a rendere il suo lavoro incredibilmente commuovente. «Ci sono volti mongoli, volti di donne sformate dalla fatica nei campi, volti che non esistono più. Poi ci sono i volti sempiterni, ciclici, che starebbero bene su ogni cosa e su ogni vestito. Ricostruire queste storie vuol dire avere il rispetto di questi morti, perché ci parlano di noi, di persone ancora vive. Dialogare con questi morti significa conoscere una fetta di una società che non esiste più. Per questo ho tentato semplicemente di lasciar parlare loro, senza mettere nulla di me.»

 

Al Museo Nazionale vedo appese accanto ai ritratti delle foto di persone vive, che tengono in mano le sue opere. «Sono i miei testimoni», mi risponde con naturalezza. Per il tempo di uno scatto, Lucia ha fatto adottare a delle persone viventi i morti remoti dell’Ossario, dando loro un’altra famiglia. Mi indica la sua panettiera, la barista di fiducia, il pescatore dei capanni, in fila uno dopo l’altro nelle foto di Luca Gambi, che ha collaborato con lei per questa sezione della mostra: tutti ritratti sorridenti mentre stendono davanti a loro quei volti esili di stoffa.

 

La Miss

 

La sua conoscenza della storia locale è profonda. Lucia mi parla della Ravenna decadente fin du siècle con la stessa sicurezza della docente, ma con la passione dell’artista. Pensa a Henry James a passeggio tra le strade nebbiose e fangose della Ravenna ottocentesca, cita Freud che sconsolato, visitando la città, sbottò in un alquanto giustificabile: “E questo sarebbe l’Impero?”. Mi racconta della strana vita del conte Rutilio Pignatta, fanatico non troppo diverso dai foreign fighters di oggi, appartenente alla Setta degli Accoltellatori che terrorizzò la città negli anni ’70 dell’Ottocento. «Mi è parso di riconoscerlo in una foto dell’Ossario, e ormai ha deciso che è lui.»

 

«Ravenna era una città senza servizi», mi spiega, «ci sono studi di Pier Paolo D’Attorre illuminanti questo aspetto davvero singolare. Tutti dipendevano dal lavoro delle campagne. Una città per ladri, puttane e famiglie decadute, insomma. Qui non c’era niente, non c’era ancora industria, se non quella dei canapini, che ho voluto omaggiare attraverso l’uso di tele di canapa grezza.»

Rimango perplesso. La canapa era un materiale importantissimo, e grazie a Lucia scopro il perché: il suo ordito è fittissimo e tiene bene il freddo. Era usato al tempo per i corredi ma anche per i sacchi dei militari. «I canapini erano importantissimi perché svolgevano un ruolo sociale molto forte: lavoravano casa per casa, una e vera e propria filiera. Ho lavorato questa canapa usata che ho scovato in un magazzino a Medicina. Se la fori con uno spillo senti un suono che sembra quello di una pelle viva, da quanto è resistente la sua trama.»

 

Camminiamo lungo Via Cavour, in direzione di Piazza Arcivescovado. Provo a chiederle qualcosa sulla sua formazione e sulla sua vita, e Lucia mi dà fiducia. Mi racconta dei suoi studi a Bologna, in filosofia, e del rapporto con lo zio scenografo, Stefano Iannetta. «Grazie a lui ho sempre avuto a che fare con la materia, ho sempre disegnato e pitturato. Ho una mano veloce, abituata allo schizzo: per fare un viso ci metto qualche ora. Per le figure intere si parla di giorni, però.»

Mi confessa delle sue passioni, dei suoi oggetti feticcio. «Mi piace alimentare il mio cervello con cose diverse, come la biologia, ad esempio. Credo che un cervello che voglia funzionare bene debba mangiare cose diverse. Vado pazza per gli insetti, per i cotton fioc, e per le borse dell’acqua calda. Spesso questi tre elementi ricorrono nelle mie opere.»

 

Quindi mi racconta un po’ del suo modo di lavorare, del fatto che per realizzare la sua mostra cucisse spesso di notte, e di come la compagnia assidua con questi morti l’abbia un po’ esaurita. Le chiedo perché sia così raro trovare delle sue foto su internet. «Io sono come una carmelitana: mi piace annullare il mio io. Non mi piace comparire, sono un grande nascondimento. Anche quando lavoro ho quasi una fobia del contatto con i materiali e non voglio che nulla di me traspaia. Per questo ho usato per molto tempo la tecnica dello sgocciolamento. Adesso uso la macchina da cucire, che mi dà disciplina. Su due cose sole sono disciplinata: l’educazione di mio figlio e il mio lavoro. Della macchina da cucire mi piace il suo rumore martellante, il fatto che debba sottostare ai suoi spazi e alle sue particolarità: è lei che detta la direzione del disegno e il suo ritmo.»

 

 

Ma quello con la macchina da cucire non è un sodalizio soltanto artistico. Lucia si mantiene anche cucendo, disegnano abiti e forme da indossare. Mi parla dell’evoluzione della moda femminile, di come si sia standardizzata nel tempo, producendo oggi forme scontate e bidimensionali: «Non ci sono nascondimenti, non c’è il rispetto del volume del corpo. A me piace produrre qualcosa che venga abitato. La moda di un tempo era più affascinante, credo. Penso a certi abiti degli anni ’20 o ’30: la donna si veste come un maschio, con questi pantaloni a vita alta, queste gambe lunghissime, i capelli tagliati corti: l’intelligenza della donna veniva davvero valorizzata.»

 

Nelle sale del Museo Arcivescovile, sotto gli sguardi fragili dei volti che ha cucito, azzardo una domanda personale, ispirata un po’ dalla sua mostra, un po’ dai luoghi che abbiamo attraversato. Le chiedo se creda in qualcosa, ad una permanenza della vita dopo la morte. Lucia rimane un po’ imbarazzata, poi scoppia a ridere. «Non si può chiedere ad un’amante di Heidegger una cosa del genere! C’è un essere che si mostra e si svela come e quando vuole lui.»

 

Ci si avvicina una custode che, non appena riconosciuta Lucia, le fa vedere delle foto che ha fatto quella stessa mattina ai suoi ritratti. Le dice che sono venuti bene con la luce soffusa, che si godono meglio con la luce del primo mattino. Anche lei sembra conoscere tutti i morti dell’Ossario, anche lei utilizza gli stessi nomi che ha dato loro Lucia. Sorpreso, le chiedo come è stato il rapporto col pubblico per questa mostra, inaspettatamente “pop” nonostante il soggetto.

«Mi piace che questo lavoro sia pop. Le mie opere sono avvertite spesso come auto-referenziali, perché non sempre ho le forze di comunicare agli altri il significato di quello che faccio. Ma le persone, i visitatori, soprattutto quelli anziani, che hanno vissuto o vivono il significato del cimitero, mi hanno detto che si sono commossi davanti ai miei ritratti.»

 

 

Ci dirigiamo verso l’uscita, ormai è ora di pranzo. Lucia passa dalla libreria del Museo e mi porge il catalogo della mostra. «Sentivo il bisogno di un catalogo che raccogliesse queste storie. Per me questo libro è la cosa più importante: le opere rimarranno per me e per gli altri, forse: ma volevo che le storie di queste persone dell’Ossario finissero in un libro. Ed è stato così grazie alla Longo. Ho voluto che ci fosse anche un apparato saggistico, e sono riuscita a mettere assieme gli interventi di Massimiliano Fabbri, Roberto Balzani e Giovanni Gardini, che è stato anche il curatore della mostra.»

 

Prima di salutarci, Lucia fruga nella sua borsa e mi porge un libriccino. Si tratta di un sunto moderno di un vecchio e improbabile manuale di fisiognomica firmato da Johann K. Lavater, il Compendio dell’Arte di conoscere gli uomini dai tratti del Volto. «Sono sicura che lo troverai delizioso», sorride, prima di partire sulla bicicletta. Sfoglio il libro mentre m’incammino verso casa, e mi viene da sorridere anche a me.

 

 

BUBILDA from miriam dessì on Vimeo.

 

 

 

A cura di Iacopo Gardelli

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