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Dire il dolore del mondo. Recensione di “Luș”, il concerto spettacolo del Teatro delle Albe

Qualche riflessione attorno a “Luș”, poemetto in romagnolo scritto da Nevio Spadoni per il teatro, che vede in scena Ermanna Montanari, Luigi Ceccarelli e Daniele Roccato per la regia di Marco Martinelli, in scena all'Alighieri di Ravenna fino al 4 dicembre

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Bêlda è in bilico. Si sporge a cercare la luce, si lascia sfiorare il volto da un raggio timido, ma è come se le sue gambe pesassero troppo, ancorate nelle tenebre. La sua voce sale, si alza nella speranza di un chiarore, ma il suo corpo è avvinto dalla lunga catena dei mali, legato per sempre alla terra. “Cosa è mai capace di fare, la terra?”, si chiede, insmida, la nostra Bêlda.

 

Il mondo di Bêlda è una foresta di simboli, un microcosmo di corrispondenze, dove tutto rimanda a tutto. Come un’unica matassa ingavagnata, dove si scioglie un nodo, un altro si forma, inevitabilmente. E allora arriva lo scoramento, il bisogno di cercare una luce in mezzo alle strade “stropicciate dalla nebbia”.

 

Come una spugna, Bêlda (Ermanna Montanari), la strega del villaggio – che come tutti i villaggi che si rispettino, deve leggersi “mondo” – ha assorbito i mali della sua gente. Li ha ascoltati, li ha curati con le sue parole, con le sue erbe: il suo logos ha inciso sulla carne dei malati, guarendole. Ha cercato di sciogliere i molteplici fili del male, ma ne è rimasta avvinta.

I compaesani ridono di lei, ingrati. La mostrano a dito per le vie, la evitano come un cane rognoso, dicono che è cattiva perché ha fatto il malocchio a un prete, reo di aver dissepolto sua madre, in odor di adulterio, dal camposanto del villaggio.

 

E adesso i legacci dei mali, quei fili di sangue che ci accomunano tutti (“dniz a e’ mel, a sì tot precis”), si moltiplicano; “la febbre di questo tempo” la avvinghia, le spegne il respiro, le si appiccica addosso. Proprio come il rosso di Margherita Manzelli, che ha disegnato l’abito e le opere che scorrono sullo sfondo, colorandole col suo vero sangue e col mercurocromo.

 

Non c’è più redenzione, solo una voce carica dei mali del mondo. Che strepita, sussurra, scoppia, implode, lancia invettive splendide proprio perché scaturite da amore e umana compassione. Una voce che scortica e commuove come un “aratro arrugginito”, per richiamare una delle similitudini più belle uscite dalla penna di Nevio Spadoni, che può competere con certi correlativi oggettivi di Pascoli.

 

È questo il centro ideale dello spettacolo: il tentativo di dire con voce umana il dolore del mondo. Non si tratta di descriverlo, né di cauterizzarlo con la catarsi: si tratta piuttosto di farlo parlare con la sua voce, per quanto assurdo ciò possa suonare. Il corpo, i timbri, i gesti di Bêlda: tutto concorre a rendere udibile e visibile questo dolore: i suoni gutturali del dialetto delle Ville Unite, l’eloquio che spesso si sgretola in semplici latrati affannati, come durante la formidabile “Litania dei mali”. Cosa potrebbe mai dire il male se parlasse, se non un’interminabile elenco di malattie, insensato e inquietante come la loro esistenza?

 

Ed è così che durante la visione di Luș, l’idea di trovarci di fronte a una strega cede il passo ad un’altra intuizione. Forse, in realtà, Bêlda è una santa che ha cercato di curare il mondo ma non ce l’ha fatta. Per necessità o per vocazione, ha cercato di redimerlo, di vincere quei lacci di sangue che lo univano al male, ma nessuno l’ha capita. Si è ammalata ed è rimasta sola, cerca una luce. Di chi stiamo parlando, di Cristo o di Bêlda?

 

Ma non bisogna dimenticare che Luș, scritto in romagnolo, con quel diacritico che rende la “s” retroflessa, come il sibilo di un serpente ferito, è uno spettacolo a due voci. La prima, quella di Ermanna Montanari, che dopo anni di ricerca vocale, e diretta magistralmente da Marco Martinelli, arriva in questa pièce a toccare vertici di una potenza e di una efficacia rare.

 

La seconda è quella dello splendido contrabbasso di Daniele Roccato. Ciò che Ermanna ha fatto della sua voce, Luigi Ceccarelli, addetto al trattamento elettronico del suono dal vivo, lo fa col contrabbasso di Roccato. Ed è impressionante vederlo ampliare a dismisura le potenzialità sonore di questo strumento, fino a dissolverlo in sferzate prepotenti come il garbino, fino a decostruirlo in frammenti incoerenti, in un crepitio di voci che immaginiamo canzonare Bêlda.

 

Dopo le tante parole spese dai maggiori critici teatrali italiani negli ultimi due anni, è inutile aggiungere altro, se non un caldo invito a non farsi scappare questo spettacolo-concerto, per la prima volta a Ravenna: Luș rappresenta senza dubbio uno dei migliori lavori del Teatro delle Albe, nonché il più bel testo teatrale scritto dal nostrano Nevio Spadoni.

 

 

Luș

concerto spettacolo di Ermanna Montanari, Luigi Ceccarelli, Daniele Roccato

testo: Nevio Spadoni

musica: Luigi Ceccarelli, Daniele Roccato

voce: Ermanna Montanari

live electonics: Luigi Ceccarelli

contrabbasso: Daniele Roccato

regia: Marco Martinelli

spazio scenico e costumi: Margherita Manzelli, Ermanna Montanari

disegno abito di Bêlda: Margherita Manzelli

animazione dello sfondo con opere originali di Margherita Manzelli

a cura di: Margherita Manzelli, Alessandro e Francesco Tedde

regia del suono: Marco Olivieri

disegno luci: Francesco Catacchio

direzione tecnica: Fagio

elaborazione e tecnica video: Alessandro e Francesco Tedde – Antropotopia

elementi di scena realizzati dalla squadra tecnica del Teatro delle Albe: Alessandro Bonoli, Fabio Ceroni, Enrico Isola, Dennis Masotti, Francesca Pambianco

sartoria: Laura Graziani Alta Moda

ufficio stampa: Silvia Pacciarini, Rosalba Ruggeri

promozione e organizzazione: Silvia Cassanelli, Silvia Pagliano

produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Teatro delle Albe/Ravenna Teatro

 

Visto al Teatro Alighieri, il 2 dicembre 2016

Iacopo Gardelli

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