Don Luigi Ciotti: per realizzare la giustizia sociale è necessario saldare il Cielo e la Terra

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La festa del Partito Democratico di Ravenna si è svolta nel segno dello slogan “riaccendiamo l’Italia”. A questo “appello” hanno risposto non solo politici ma anche autorevoli esponenti della società civile, tra questi Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, associazione promotrice di principi quali l’inclusione e la giustizia sociale, con un impegno che si propone di fondere l’accoglienza e la cultura in un’unica dimensione, educativa e di proposta politica.

Ordinato sacerdote nel 1972 da padre Michele Pellegrino, suo padre spirituale, che gli ha insegnato cosa fosse la parrocchia “di strada”, luogo di povertà e di fragilità, di domande e provocazioni dalle quali imparare, don Ciotti con i progetti del Gruppo Abele è riuscito a dare opportunità a persone con dipendenze, oltre che a ragazze vittime di prostituzione, malati di aids, immigrati ed a tutti coloro si trovano in stato di povertà e fragilità esistenziali. Egli ha creato un centro studi di ricerca, informazione e formazione, una casa editrice, due riviste, nonché percorsi educativi rivolti ai giovani, alle famiglie e agli operatori.

Il Gruppo Abele, nel corso degli anni, ha ampliato il suo ambito di azione, estendendo la propria attività dalla mediazione dei conflitti allo studio delle nuove forme di dipendenza, dai progetti di cooperazione allo sviluppo, oggi concentrati in Africa, allo strumento delle cooperative sociali per dare dignità e lavoro a persone con storie di disagio sociale alle spalle, investendo peraltro il settore culturale e formativo, con iniziative e progetti di vario genere, legati da un filo comune: fornire alla società validi strumenti per la riflessione, lo studio e l’azione sui temi riguardanti il lavoro sociale.

Connotato costante dell’impegno sociale di Don Ciotti è la perseveranza nel “cercare di saldare il Cielo e la Terra, la salvezza celeste con la dignità e la libertà terrena”. Costante anche la denuncia e l’azione di contrasto al potere mafioso, da qui la nascita dell’associazione “Libera”. È del 2008 la denuncia di quanto sarebbe potuta essere pericolosa l’introduzione del reato di immigrazione clandestina nel nostro sistema giuridico e nel 2014 Famiglia Cristiana lo ha insignito della onorificenza di italiano dell’anno. Nello stesso anno officia insieme a Papa Bergoglio la messa in memoria di tutte le vittime innocenti della mafia.

Nel suo intervento alla festa nazionale di Ravenna, Don Luigi Ciotti ha affermato con fermezza, che “è la cultura che dà la sveglia alle coscienze”, lanciando dal palco della sala Benigno Zaccagnini del Pala De André un messaggio forte al nuovo Governo: la lotta alla povertà e la necessità dell’apertura dei porti.

A Don Luigi Ciotti abbiamo posto qualche domanda.

In che modo il Gruppo Abele, di cui lei è fondatore, promuove l’inclusione e la giustizia sociale nella nostra società?

“Essere sulla strada oggi vuol dire entrare in contatto con le contraddizioni vive del nostro tempo e con le conseguenze che queste riversano addosso alle persone: il tracollo del mercato del lavoro che impoverisce individui e famiglie; le disuguaglianze che sottraggono risorse e opportunità, soprattutto alle persone più vulnerabili e alle donne; una migrazione bersagliata da una nuova grave ondata di razzismo; i contesti di deprivazione e marginalità sociale in cui bambini e giovani si trovano a crescere. Occuparsi di povertà significa non limitarsi a constatare l’esistenza delle crisi, ma mettere in campo forze ed energie per farne occasione di inclusione sociale e quindi significa stare non accanto ma con quanti queste disuguaglianze le subiscono, processi di libertà reali che si traducano in percorsi di riscatto sociale”.

Lei è pellegrino in tutta Italia: quanto il messaggio di Papa Francesco sta, a suo giudizio, entrando nel tessuto più profondo della “chiesa di strada”, sempre più in prima linea?

“È stato affidato a noi il compito di essere moltiplicatori di questa coscienza e di questo messaggio. Papa Francesco ne è perfettamente cosciente e sottolinea con forza che le parole sono azioni, nonché responsabilità e devono pertanto mettere in moto, ovvero, risvegliare le nostre coscienze. Una visione di Chiesa che ci invita a guardare verso il cielo senza distrarci dalle responsabilità che abbiamo verso la terra. Dobbiamo fare la nostra parte. È assolutamente necessario trovare un modo per stimolare la comunità cristiana ad assumersi le proprie responsabilità affinché il cambiamento investa ognuno di noi. Dobbiamo divenirne parte integrante.”

Quali sono le periferie esistenziali nella nostra società?

“Il disagio che tutti lamentano essere la condizione normale delle periferie, nella sua etimologia – “dis” prefisso privativo (che toglie qualcosa) dunque: lontano. E “agio” da adiacens, vicino, prossimo… – significa essere privati di relazioni di prossimità, come se l’altro non fosse a portata di mano, quindi periferico perché non prossimo, sotto la linea dello sguardo quindi “invisibile”. La “periferia esistenziale” ha a che fare con l’esistenza cioè con la vita. È la vita resa povera, ultima, marginalizzata, schiacciata, annullata, calpestata… la vera periferia oggi. La povertà e il disagio, che segnano le periferie esistenziali non sono una malattia  ma una condizione che possiamo cambiare. La vita è viva. La vita va custodita, coltivata e fatta crescere fino alla sua pienezza. È la nostra sfida quotidiana. Per questo non esiste più un centro ed una periferia ma ovunque ci sono storie di marginalità, di isolamento, di solitudine, di disagio, di fatica, ovunque ci sono persone ignorate, là è “periferia esistenziale” ed è dove deve stare la Chiesa”.

Che cos’è la comunità di accoglienza? 

“L’accoglienza è il cuore della democrazia, è il richiamo alla capacita di mettere in campo responsabilità differenti ma concorrenti ad un unico fine condiviso. Tenere dentro al protagonismo sociale tutti i cittadini, consegnare loro una vera cittadinanza, attivare ciascuno nel farsi carico della comunità, sono azioni che hanno possibilità di riuscita solo se sostentate da relazioni, l’atteggiamento di ascolto e l’apertura all’accoglienza non sono un “di più”, ma il cuore stesso della democrazia. Apertura senza pregiudizi, capacita di non esclusione, volontà di instaurare percorsi comuni, sono esperienze fondamentali di democrazia, nel passato come nel presente del nostro Paese. Contro ogni forma di malattia sociale che ha proprio nel disinteresse, nella superficialità e nella passività rispetto al bene comune i suoi modi di evidenza”.

Quali sono i punti di riferimento nella sua vita e nel suo impegno politico e sociale?

“I punti di riferimento del mio agire sono il Vangelo e la Costituzione. C’è molta politica nel Vangelo e molto Vangelo nella Costituzione. Entrambi hanno come loro centralità vitale il principio dell’uguaglianza, al quale dovrebbero ispirarsi tutte le azioni politiche e sociali”.

A cura di Mirella Madeo

 

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