Caro Fabrizio ti scrivo: eri un capitano vero, di quelli che non abbandonano l’equipaggio se la nave rischia di affondare

Roberta Emiliani è stata per 10 anni - dal 2006 al 2016 - portavoce del Sindaco di Ravenna Fabrizio Matteucci

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Caro Fabrizio,

mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su di te, ci provo, anche se so che non sarà una cosa semplice: quando domenica scorsa ho ricevuto quella telefonata non volevo crederci, il dolore per un lungo momento ha cancellato i ricordi, che adesso invece si rincorrono, si accavallano e io non so da dove cominciare.

Allora inizio dal principio, da quel pomeriggio di quattordici anni fa, quando eri stato eletto da poche settimane e mi invitasti nel tuo ufficio per farmi la proposta di collaborare con te: non ti preoccupare, mi dicesti, non ho grandi pretese, un comunicato stampa ogni tanto… Sapevo per certo che era una bugia, ma ho accettato con entusiasmo e con un po’ di incoscienza.

Ho trascorso quindi gli ultimi dieci anni della mia vita lavorativa facendo parte del tuo staff, cercando di raccontare con parole che fossero in qualche modo le tue parole l’impegno, la fatica, l’intensità di quello che hai sempre definito il mestiere più bello del mondo: il sindaco.

In questi giorni in tanti ti hanno dedicato un pensiero, mostrando per te un affetto che ti avrebbe fatto un gran piacere.
Al lungo elenco di aggettivi aggiungo che eri un gran lavoratore: arrivavi in ufficio prestissimo (a meno che non avessi incontri o riunioni fuori dal palazzo) ed eri l’ultimo a tornare a casa, anche se non staccavi mai, neppure quando eri con tua moglie Simona e tuo figlio Sayo.

Per fare in modo che le cose non ti passassero di mente o, come dicevi, “per farci avanti coi lavori”, inviavi via mail appunti per comunicati stampa, lettere, interventi. Il tutto in orari nei quali un ventenne di solito torna dalla discoteca e, se non ricordo male, non lo facevi solo con me.

Avevi grande rispetto per chi lavorava al tuo fianco e ne riconoscevi l’impegno con generosità.
Ricordo un tuo messaggio via whatsapp il giorno delle elezioni per il tuo secondo mandato, in cui ci ringraziavi tutti noi del tuo staff, a prescindere dal risultato che sarebbe arrivato nella notte: risultato che avrebbe premiato il tuo, il nostro lavoro.
Ci tenevi che ci sentissimo tutti parte di una squadra, anzi, di una famiglia ed eri un capitano vero, di quelli che non abbandonano l’equipaggio se la nave rischia di affondare.

Ascoltavi chiunque con attenzione, spesso chiedevi pareri, consigli, poi alla fine eri tu che ci mettevi la faccia, che ti assumevi la responsabilità.

Non è un caso che durante i tuoi due mandati di sindaco, Ravenna si sia riappropriata di due piazze cittadine e che, fra mille polemiche, sia nata la moschea: tutto questo era coerente con la tua idea di una comunità pacifica e dialogante.

E nella tua idea di comunità ci stava anche che nessuno doveva sentirsi solo nel dolore.

Fra le centinaia di persone venute in questi giorni a salutarti c’era anche la signora Luciana, la mamma di Raffaele Rozzi, l’ingegnere chimico morto a Bilbao tredici anni fa, nel tentativo di salvare due colleghi di lavoro. Dopo che era accaduta la tragedia, andavi a trovarla sempre sotto le feste di Natale e hai continuato a farlo anche dopo, quando eri tornato semplice cittadino.

Ma tu eri così: il tuo interesse per le persone era autentico, il ruolo che ricoprivi non c’entrava nulla.

Caro Fabrizio,

mi rendo conto che sto facendo la tua agiografia, ma le tensioni, i momenti di stizza, tutte quelle cose insomma che capitano quando si lavora, e noi lavoravamo tanto, con te passavano in secondo piano, anche perché tu facevi in modo che tutto scivolasse via presto.

Dei dieci anni che hai trascorso a Palazzo Merlato gli ultimi sono stati i più difficili, quelli in cui forse ti sei sentito più solo.
Certo, tu eri una persona che mascherava tutto dietro il sorriso, ma a volte la tua amarezza faceva capolino, anche se ti tenevi tutto per te: avevi scelto di essere tu la spalla sulla quale noi venivamo a piangere e, comunque, non eri uno che si piangeva addosso.

Da vero signore quale tu eri, quando hai capito che era arrivato il momento, hai fatto un passo indietro con discrezione, dimostrando anche in questo frangente una sensibilità rara. La piega che la politica aveva preso in questi anni non ti piaceva: arroganza e cinismo erano due parole che avevi cancellato dal tuo vocabolario.

Ad un certo punto un’ondata di dolore ti è piombata addosso.

Il 4 settembre del 2012 ci lasciava Gabrio Maraldi, tradito dal suo grande cuore.
Tre anni dopo, a novembre, ci lasciava anche Enrico Liverani, entrato nella tua giunta dopo la scomparsa di Gabrio, che era candidato a prendere il tuo posto allo scadere del tuo ultimo mandato.

Gabrio era l’uomo forte della tua giunta, al quale avevi affidato le deleghe più delicate. Era la persona con la quale ti confrontavi prima di prendere decisioni importanti e, forse, se non se ne fosse andato così presto, avremmo scritto un’altra storia.

Con Enrico avevi in comune la sensibilità, l’attenzione per gli ultimi, l’eleganza e la gentilezza nei modi, la passione per la lettura.
Hai sofferto tantissimo. In entrambi i casi hai voluto che ci fosse qualcosa che li ricordasse: la sala della giunta intitolata a Gabrio; la biblioteca dell’ospedale, di cui sei stato uno dei primi volontari, dedicata a Enrico.

Con i bambini e i ragazzi avevi un rapporto particolare: forse perché nei dieci anni in cui sei stato primo cittadino hai visto Sayo, tuo figlio, passare dall’infanzia alla giovinezza in un soffio, senza potergli stare accanto quanto tu avresti voluto.

Portavi sempre in tasca una versione che avevo adattato della fiaba dell’arcobaleno, in modo di poterla avere a portata di mano quando andavi in visita alle scuole elementari.

Poi, copiando l’idea del sindaco di Alfonsine, avevi deciso di incontrare i ragazzi appena diventati maggiorenni l’ultimo venerdì di ogni mese.
Quando, per rompere il ghiaccio, tu rivolgevi a loro la fatidica domanda: secondo voi, quanti anni ho? non ti andava sempre liscia e se qualcuno sparava un numero alto facevi finta di rimanerci male.

Eri ironico e autoironico.
Quando sulla scia degli allerta meteo non sempre azzeccati (ma non li facevi mica tu) che rilanciavi puntualmente sulla tua pagina di Facebook cominciarono a circolare i manifesti taroccati di film con te nelle vesti dell’eroico protagonista, eri il primo ad andarli a cercare e a ridere divertito.

Infine l’ultimo ricordo è più recente, risale a circa tre settimane fa, quando siamo andati a pranzo tutti insieme, tu e noi che eravamo il tuo staff.
Per tutti hai portato lo stesso regalo che, in realtà, era una cosa che ti avevamo regalato noi: la copia a colori di un album di foto scattate in situazioni un po’ irrituali, un racconto dietro le quinte degli anni che abbiamo condiviso in Comune.

Alla luce di quello che è successo, quel regalo insolito ci ha turbato: ma forse semplicemente volevi che anche noi avessimo il ricordo di quel lungo tratto di strada percorso insieme.

Grazie Fabrizio,

grazie di tutto: anche se il tuo modo di lasciarci ci ha fatto soffrire continueremo a volerti bene lo stesso.

Fabrizio Matteucci
Fabrizio Matteucci
Fabrizio Matteucci

Nelle foto, tratte dal profilo Facebook dell’ex Sindaco: Fabrizio Matteucci insieme ai 18enni nei primi mesi del 2016, con Michele de Pascale nel giorno del passaggio di consegne, in piazza con le “magliette gialle”, con la moglie Simona e il figlio Sayo

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