Alessandra Bagnara (Linea Rosa): donne maltrattate non siete sole, anche se c’è l’emergenza

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Linea Rosa è uno dei primi centri antiviolenza sulle donne. È nato a Ravenna nel 1991 al fine di dare accoglienza e sostegno alle donne vittime di violenza. Inizialmente Linea Rosa era presente sul nostro territorio con una sola casa protetta. Attraverso una convenzione con l’amministrazione comunale di Russi, è stata aperta una seconda sede di accoglienza. Essendosi nel tempo ulteriormente ampliate le necessità del servizio, nel 2004 ha preso forma la realizzazione di una casa ad indirizzo segreto, denominata Casa Dafne, che ospita oggi donne e minori. A rispondere alle nostre domande è la dottoressa Alessandra Bagnara, responsabile dell’Associazione Linea Rosa di Ravenna.

Signora Bagnara, dal vostro osservatorio avete registrato dei cambiamenti in questo periodo rispetto a chi si rivolge al vostro servizio?

“L’emergenza Covid-19 ha prodotto importanti cambiamenti in ognuno di noi ed è evidente che anche un servizio come il nostro diretto a donne e minori che subiscono violenza ha dovuto fare i conti con le conseguenze della crisi sanitaria. Possiamo però affermare che la violenza contro le donne è un fenomeno sociale strutturale che affonda le radici in schemi culturali che vengono da lontano e che questo momento di crisi può aver solo esacerbato ma non innescato situazioni di maltrattamento”.

In che maniera, la pandemia che stiamo vivendo, ha inciso sulla casistica riguardante la violenza domestica?

“Da consolidate indagini statistiche emerge spesso che le donne vittime di violenza domestica chiedono aiuto dopo lunghe storie di maltrattamenti che durano anni e che sono composte da più episodi. Due mesi di emergenza sanitaria, se hanno inciso sulla libertà di spostamento e quindi sulla possibilità di chiedere aiuto, non hanno, a nostro avviso, avuto altri effetti su una questione così strutturata nel tessuto sociale. Sicuramente abbiamo evidenziato una importante flessione delle richieste di aiuto nei mesi di marzo e aprile ma, in corrispondenza dell’allentamento delle misure restrittive, nel mese di maggio le richieste di aiuto hanno ripreso ad arrivare”.

Con quali numeri?

“Come accennato poc’anzi il calo di richieste durante il lockdown è stato di un certo spessore, con una riduzione di oltre il 50%”.

Qual è l’utente che si rivolge a voi?

“Il nostro centro antiviolenza accoglie donne vittime di ogni tipo di violenza, con o senza figli, che vogliano intraprendere un percorso di uscita dai maltrattamenti per riappropriarsi della propria vita e garantire sicurezza per sé e per i propri figli”.

Con che tipo di richieste?

“Le richieste sono le più disparate in quanto il centro, nei suoi 29 anni di attività, si è nel tempo modificato, adattandosi a tutte le necessità delle donne che vi si rivolgevano. Attualmente all’interno dell’associazione è presente anche un servizio di sostegno psicologico, uno sportello di accompagnamento al lavoro, la possibilità di ricevere consulenze legali e, ovviamente, l’opportunità di intraprendere un percorso personale di aiuto che può passare anche attraverso l’ospitalità temporanea in una delle cinque case rifugio gestite in convenzione con i Comuni di Ravenna, Cervia e Russi”.

C’è una caratteristica che li accomuna?

“La violenza contro le donne è un fenomeno trasversale che coinvolge donne di qualsiasi stato sociale o formazione culturale. Non è quindi possibile, e neppure corretto, tracciare un identikit né delle vittime né dei maltrattanti. È importante che passi il concetto che ad ogni donna può capitare in un determinato momento della vita di essere vittima di violenza fisica, psicologica, sessuale, economica, mobbing o stalking e che deve sentirsi autorizzata a chiedere aiuto perché non è in alcun modo responsabile di quanto le sta accadendo”.

Qual è, se posso chiederle, la storia che l’ha particolarmente colpita durante la sua esperienza a Linea Rosa?

“In quasi trent’anni di volontariato sono tante le storie che porto nel cuore, storie di donne che hanno messo in gioco la propria vita con coraggio e determinazione per riuscire a riconquistare la libertà. Sono donne nelle quali possiamo rispecchiarci, forti e fragili allo stesso tempo che hanno creduto fortemente nell’amore e nella famiglia tanto da non riconoscere i segnali della violenza ma che supportate hanno riconquistato dignità e salute”.

Quali sono le modalità di approccio con chi denuncia di essere vittima di violenza?

“Il centro antiviolenza è innanzitutto un luogo fisico dove le donne possono recarsi e incontrare altre donne alle quali raccontare la propria storia ed essere credute. Da questo punto fermo ogni storia è a sé. L’operatrice che incontra la donna è di norma quella che la seguirá, supportata da un’équipe di colleghe, nel suo percorso di uscita dalla violenza. Questo cammino può passare da denunce, separazioni, processi, ospitalità in casa rifugio oppure snodarsi attraverso colloqui personali per l’elaborazione del vissuto di violenza attuale o passato. Il centro antiviolenza non si sostituisce alle donne, non propone un percorso preconfezionato, ma sostiene le decisioni e le consapevolezze acquisite per agevolare la consapevolezza di sé”.

Ci parli dell’ultima vostra campagna.

“Stiamo portando avanti la campagna di sensibilizzazione sociale #IOPOSSO#TUPUOI NON SEI SOLA, in solidarietà alle donne vittime di violenza per far sapere loro che, sebbene non si possano fare incontri pubblici ed eventi, le operatrici sono sempre a disposizione. Questa campagna è solo un primo step di un piano di comunicazione di medio/lungo termine. L’iniziativa che stiamo promuovendo ha avuto origine da un’analisi svolta a campione dalla Casa delle Donne di Bologna con il Coordinamento Regionale dei Centri Antiviolenza delle realtà locali quali Lugo, Ferrara, Modena, Reggio Emilia, dalla quale è emerso che nel mese di marzo 2020 sono aumentate del 17% le richieste di ospitalità. In particolare, emerge che in oltre i due terzi dei casi (67%) si tratta di violenze fisiche e che, come si può facilmente intuire, gli autori sono sempre più spesso coniugi e conviventi (70% dei casi nel 2020 contro il 57% del 2019), numeri che sottolineano una vera e propria emergenza nell’emergenza, da affrontare e arginare. Colgo questa opportunità per dare maggior risonanza a questa campagna, ritenendo che sia estremamente importante far sapere a tutte le donne, vittime dei loro maltrattanti, che non sono sole”.

A cura di Mirella Madeo

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