La conquista dell’indipendenza individuale da parte di una persona disabile è sempre una dura lotta

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Essere disabili vuol dire fare i conti con i propri limiti, avere a disposizione pochi “percorsi” per raggiungere l’autonomia e spesso non avere nemmeno una chance per ottenere la propria indipendenza, qualsiasi forma essa abbia. Ognuno di noi, disabili e non, nell’adolescenza e vivendo in famiglia, si trova in una casa dove sono i genitori che “dettano le regole” e che si occupano di tutto, dalla gestione, all’economia, alla direzione di tempi e spazi. E quando si ha una disabilità la situazione è ancora più complicata, perché è molto difficile raggiungere anche un minimo di indipendenza, sia per ovvii motivi, che per quei meccanismi familiari che si possono instaurare fra membri della famiglia e la persona disabile e che possono perfino frenare il percorso di crescita.

“Terminati i miei studi universitari, il desiderio di avere una mia vita indipendente lontana dalla mia famiglia, si faceva sempre più forte dentro di me”. Stefania, giovane trentatreenne di un piccolo paese in provincia di Reggio Emilia, inizia così a raccontarci la sua scelta di vita indipendente da persona disabile. Spastica sin dalla nascita, a causa di un parto prematuro, durante il quale la mancanza di ossigeno le ha cagionato danni cerebrali permanenti, Stefania ha difficoltà motorie che le impediscono di muoversi agevolmente. La sua disabilità però è stata per lei una risorsa e non un limite, un’opportunità da mettere anche al servizio della propria comunità religiosa, dapprima frequentando l’oratorio parrocchiale ed in seguito come catechista, alimentando così sempre più la sua fede, fondamento saldo della sua vita. Dopo aver conseguito la laurea triennale in scienze dell’educazione all’Ateneo di Reggio Emilia e la magistrale in scienze pedagogiche all’Università di Parma, presso la quale ha fatto un master di psicologia clinica e counceling imperniato sulla persona, Stefania ha intrapreso il percorso lavorativo, collaborando occasionalmente con diverse cooperative sociali come educatrice, insegnando psicologia per due anni in una scuola serale.

“Queste piccole esperienze – dice – hanno accresciuto in me la voglia di uscire dal contesto di ” borgata” nel quale sono vissuta e di andare a vivere in città, mettendo alla prova me stessa nel condurre una vita in autonomia rispetto al mio nucleo familiare”. “Ciò che cercavo era una realtà che mi desse la possibilità di crescere non soltanto a livello umano e personale, quanto anche dal punto di vista spirituale. Dalla mia conoscenza con Patrizia Amici, Presidente della sottosezione Unitalsi di Ravenna, alimentata nel corso dei numerosi pellegrinaggi fatti a Lourdes, mi si è concretizzata la possibilità di realizzare quello che fino a qualche anno fa era stato solo un sogno”.

“Grazie a lei ed ai volontari che mi sono di enorme supporto, nel luglio scorso, sono stata accolta dall’Opera Santa Teresa Del Bambin Gesù, a cui voglio esprimere tutta la mia gratitudine, dove occupo un piccolo alloggio. Trattandosi di una casa di accoglienza per sacerdoti, questa soluzione mi sta dando – continua a dirmi Stefania – l’opportunità di fare un percorso spirituale oltre che di indipendenza individuale. Difatti la quotidianità nella casa è scandita dalle sante messe e dalla recita del rosario.
La presenza dei sacerdoti che vi dimorano, fa sì che ci sia una sorta di dimensione di mutuo aiuto, di sostegno reciproco a cui ciascuno concorre in base alle proprie potenzialità.”

“Per quanto mi riguarda – continua Stefania – istintivamente verrebbe da dire che se è vero che i genitori fanno fatica a staccarsi da propri  figli, in quanto pensano che la gestione di questi ultimi sia in qualche maniera una loro esclusiva, dall’altro bisogna fermarsi un attimo ed essere onesti e comprensivi verso questi genitori e queste famiglie, che hanno comunque sempre una vita quotidiana molto complessa e difficile, in cui quindi necessariamente e forzatamente si creano dinamiche di relazione caratterizzate da un’interdipendenza viscerale. A lungo andare è necessario cambiare per creare occasioni e contesti, che favoriscano, il graduale distacco fisico e di accudimento dei figli con disabilità rispetto alla famiglia di origine, ma pensare, realizzare e poi lasciar provare tutto ciò non è facile da accettare, è un percorso ad ostacoli che può richiedere anni, come è successo a me”.

“Questo accade, a mio avviso, anche perché è ancora troppo difficile fidarsi e affidarsi serenamente alle istituzioni. Mentre invece sono fermamente convinta che tutti i genitori, tutti i figli e tutte le famiglie, mi riferisco principalmente a quelle dove le disabilità sono presenti, andrebbero accolte, ascoltate ed adeguatamente supportate nell’affrontare il percorso di crescita dei loro figli ed a accettarne le scelte di vita, che è al pari di altri, sono soggetti ad un cambiamento che fa parte di un processo evolutivo naturale. L’Unitalsi è, in tal senso, un faro fondamentale, – conclude – un’Associazione che nel suo piccolo, ma nell’immensità del suo meraviglioso cuore e del suo meraviglioso carisma, laddove può prova sempre ad essere d’aiuto alle famiglie di persone con disabilità e alle famiglie di figli con disabilità”.

A cura di Mirella Madeo

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