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“Par Santa Catarena e gal e la galèna, la bëla bambuzèna”… ancora su fascino e leggende legate alle Caterine

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I biscotti di Santa Caterina – le Caterine, appunto – affondano le radici nei secoli e perpetuano attraverso questa particolare raffigurazione una tradizione popolare, che si alimenta proprio anche in senso letterale. Infatti, come abbiamo già detto, le Caterinette sono belle, simpatiche e molto buone da gustare. Una pasta frolla ricoperta di cioccolato e bilin. Non a caso bilin in romagnolo ha una doppia valenza: significa dolcetto, zuccherino, caramellina, ma anche piccolo giocattolo, balocco.

Come già scritto questi dolcetti sono ispirati e dedicati a Santa Caterina d’Alessandria. La Santa in ogni caso è raffigurata in moltissime opere d’arte. Anche la Pinacoteca di Ravenna del MAR ne conserva un dipinto, proveniente dal Monastero di Classe. L’opera è di Barbara Longhi, figlia del noto pittore Luca, e ritrae la Martire (dal greco “testimone”) come una nobildonna del suo tempo, anzi pare abbia prestato il suo volto alla santa. Barbara Longhi, donna vissuta fra Cinquecento e Seicento, ha riconosciuto la forza del personaggio e si è ritratta nel simbolo di Caterina.

La storia o la leggenda del martirio – come abbiamo detto la vicenda è controversa per la stessa Chiesa – è molto interessante e alla fine bene si coniuga idealmente con la giornata internazionale indetta contro la violenza sulle donne, il 25 novembre. Dunque, nel 305 un imperatore romano tenne grandi festeggiamenti in proprio onore ad Alessandria. La Leggenda Aurea parla di Massenzio, ma molti ritengono che si tratti di un errore di trascrizione e che l’imperatore in questione fosse piuttosto Massimino Daia, che proprio nel 305 fu proclamato Cesare per l’oriente nell’ambito della tetrarchia, ovvero la divisione dell’Impero Romano in 4 parti. Caterina si presentò a palazzo nel bel mezzo dei festeggiamenti, nel corso dei quali si celebravano riti pagani (e molti cristiani, per paura delle persecuzioni, accettavano questi festeggiamenti e di adorare gli dei). Caterina rifiutò i sacrifici e chiese all’imperatore di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell’umanità, argomentando il suo invito con profondità filosofica.

L’imperatore, che secondo la Leggenda Aurea sarebbe stato colpito sia dalla bellezza sia dalla cultura della giovane nobile, convocò un gruppo di retori affinché la convincessero a onorare gli dei. Non solo, decise anche di chiederla in sposa. I retori non solo non riuscirono a convertirla, ma essi stessi, per l’eloquenza di Caterina, furono convertiti al Cristianesimo. L’imperatore ordinò allora la condanna a morte dei retori e dopo l’ennesimo rifiuto di Caterina la condannò a morire con il supplizio della ruota dentata. Tuttavia, lo strumento di tortura si ruppe e Caterina fu decapitata: dopo l’esecuzione, dal suo corpo invece di sangue sgorgò latte, simbolo della sua purezza.

Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto è identificata, insieme a Santa Margherita d’Antiochia e all’Arcangelo Michele, come una delle voci che ispirarono Giovanna d’Arco, la pulzella di Orleans. Qualche studioso ha sovrapposto la figura di Caterina a quella di Ipazia, ma sembra improbabile: anche questa è una delle tante cose controverse legate alla storia di Caterina.

Il giorno di Santa Caterina è celebrato anche da tanti proverbi, legati alla convinzione che sia il reale inizio dell’inverno e data in cui riattivare stufe, camini e caminetti nelle case e nei pubblici edifici. “Per Santa Caterina tira fuori la fascina”. “Par Santa Catarèna o nev o paciarena” (per Santa Caterina o neve o fanghiglia). E il già citato da “Santa Catarèna a Nadèl u i è un mes uguèl” (da Santa Caterina a Natale c’è un mese esatto). Ma oltre ai detti popolari sono notissimi i versi del poeta romagnolo Aldo Spallicci, in una sua poesia del 1922: “Par Santa Catarena e gal e la galèna, la bëla bambuzèna; pianzì burdel s’avlì di brazadel” (“Per Santa Caterina il gallo e la gallina, la bella bambolina; piangete bambini se volete le ciambelline” (ricordiamo che in Romagna le ciambelle non hanno il buco). Ed è proprio il modo in cui i romagnoli chiamano la Caterina, la bëla Bambuzèna, che la rende ancor più vicino al popolo.

Ai famosi biscotti sono dedicate anche varie manifestazioni contemporanee e pubblicazione di libri. Ad esempio nel 2012 una bella mostra fu allestita con le estrose reinterpretazioni iconiche dei biscotti secondo il pop food design dei fornai artigiani ravennati e le ricerche degli studenti del Liceo Artistico “Nervi-Severini” che, insieme ai loro insegnanti, allestirono la mostra “La bela bambuzèna”. Il progetto della pubblicazione fu curato in collaborazione con La Cassa di Risparmio di Ravenna e con le attività collaterali di Linea Rosa, per il sostegno alla lotta contro la violenza sulle donne. Insomma un intreccio di memoria storica, leggende, fantasia popolare che si racchiude in un biscotto altamente evocativo.

Quando lo si morde non si ricorda più di ‘mangiare’ un pezzo di storia tragico: il passare dei secoli ha reso tutto dolce e festoso. Anche se la violenza sulle donne rinnova la tragedia troppo spesso, praticamente tutti i giorni e in ogni luogo. Non dimentichiamolo mai!

Un grazie va comunque ai fornai ravennati che producono con fantasia questi biscotti e li espongono nelle loro vetrine e occupano buona parte del loro banchi di vendita. Quest’anno così difficile sosteniamoli anche comprando tante Caterine.

Barbara Longhi Santa Caterina d'Alessandria

Barbara Longhi, Santa Caterina d’Alessandria

 

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