Quantcast

Messa di Sant’Apollinare, l’omelia dell’arcivescovo: “Le ferite della pandemia: crisi o occasione?”

Più informazioni su

L’arcivescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni, questa mattina ha celebrato la Messa per la festa del Patrono, Sant’Apollinare, pronunciando un omelia carica di significato in questo duro periodo di pandemia.

Il testo dell’omelia

Cari fratelli e sorelle in Cristo, cari confratelli Vescovi, presbiteri e diaconi, cari consacrati e consacrate, cari ministri istituiti e di fatto, cari concittadini, benvenuti alla festa del Patrono! Grazie di aver accettato l’invito.

 Celebriamo la solennità di S. Apollinare, primo vescovo di Ravenna, missionario e primo evangelizzatore delle nostre terre, proveniente dalle antiche chiese orientali apostoliche, ma in comunione con la Chiesa di Roma e con il successore di Pietro, come lo ritrae la iconografia dei mosaici e della Cattedrale. Con la sua opera, e quella dei vescovi suoi successori, soprattutto con s. Pietro detto “Crisologo” (433 – 450), la comunità cristiana si diffuse su tutto il territorio dell’Emilia-Romagna, e non solo, contribuendo fino ad oggi a creare tante opere, attività, servizi, istituzioni monastiche e diocesane, santuari, chiese e basiliche: monumenti dove arte e fede si illuminano a vicenda.

Ma le comunità cristiane hanno contribuito lungo i secoli, soprattutto a seminare speranza anche nei tempi bui dove le violenze erano diffuse; carità nei momenti socialmente difficili dove le povertà minacciavano la sopravvivenza; e fede in quel Dio misericordioso e provvidente che non abbandona nessuno dei suoi figli, nemmeno i peccatori che lo rifiutano e i delinquenti che coltivano il male, per farli ritornare a casa, tra le sue braccia paterne. E quella fede dei nostri padri – e delle nostre madri! – si è conservata fino ad oggi, perciò veneriamo con gratitudine S. Apollinare, protettore della nostra Chiesa e di quelle dell’Emilia-Romagna.

Gli occhi della Chiesa sulla società

Anche nel passato, ma soprattutto negli ultimi decenni, ciò è avvenuto perché la nostra Chiesa locale ha saputo tenere gli occhi aperti sulla società in cui viveva, chiedendo ai suoi membri che fossero contemporaneamente cristiani e cittadini esemplari, impegnati cioè a dare testimonianza della propria fede in Dio, attraverso le opere di carità e a promuovere la persona umana, stabilendo le condizioni di una giustizia sociale vera, quindi per tutti, soprattutto per i più poveri.

Don Angelo Lolli presto beato, è stato solo uno di questi grandi animatori della carità che genera giustizia, con l’Opera S. Teresa. Lo ricorderemo subito dopo questa celebrazione.

Ma anche don Giovanni Minzoni parroco, educatore di giovani e cultore del pensiero sociale della Chiesa, e tanti altri laici cristiani, si sono impegnati nella cultura e nella scuola, nel lavoro, nella politica, nei servizi sociali, nelle associazioni, nelle parrocchie.

Negli ultimi secoli, vista la storia delle nostre terre, segnate dalla dominazione dello Stato pontificio e da movimenti anticlericali, i credenti ravennati sono stati sempre minoranza, spesso ostacolata. Ma quando le loro vite sono state coerenti con la vocazione cristiana radicata nel Battesimo e nel Vangelo, hanno ispirato e coinvolto molti anche non credenti, hanno sostenuto iniziative che hanno fatto crescere il livello non solo materiale, ma spirituale ed etico delle nostre comunità. Cito solo due esempi la collaborazione di tanti ravennati all’opera di Enrico Mattei, e l’impegno politico esemplare e trascinante di Benigno Zaccagnini. Ma ancora adesso continuano le attività delle nostre cooperative sociali, il volontariato in gran parte cattolico, la diffusione delle Caritas sul territorio…

Le ferite della pandemia: crisi o occasione?

Anche ai nostri giorni quindi, la Chiesa diocesana di Ravenna–Cervia non può chiudere gli occhi sulla realtà in cui tutti viviamo, cioè sulle ferite provocate dalla pandemia, che si aggiungono ai problemi generali del vivere comune. Abbiamo avuto un duro impatto sul sistema sanitario, sul tessuto sociale con anziani impauriti, giovani disorientati e affaticati dalla DAD, poveri in netto aumento. Si diffondono ancor più sfiducia e tristezza, che generano relazioni incattivite, sospetto sulle persone e sulle istituzioni… Ci saranno conseguenze negative su alcune delle nostre imprese con il rischio di perdita del lavoro. Una situazione preoccupante, non ancora risolta, che speriamo sia affrontabile anche con le risorse straordinarie dei provvedimenti statali, con gli aiuti dall’Europa. Cosa ci ridarà fiducia e speranza, cioè gli atteggiamenti di fondo che sostengono il cammino di ogni comunità?

Anche la vita ecclesiale ha subito dei danni, soprattutto per la diminuzione degli incontri, delle celebrazioni, dei momenti di aggregazione per i giovani e per i bambini, per gli anziani e per le coppie, ma anche le scuole dell’infanzia e le case di riposo hanno pagato un prezzo alto. In questi ultimi tempi, abbiamo visto una certa ripresa e una partecipazione rinnovata, ma molti si portano dentro ancora i mesi di tensione e di solitudine, la rottura delle abitudini e la perdita di persone care.

Abbiamo sentito riemergere alcune domande importanti, vitali per chi vuole dare un senso compiuto alla sua esistenza. Ci siamo chiesti: perché questa sofferenza così globale? perché la medicina e la scienza non ci hanno protetto? perché la morte quasi improvvisa di tante persone innocenti non solo anziane? perché Dio non ci ha aiutato e non ha sconfitto miracolosamente la pandemia? E poi, la confusione sul grande tema della libertà: fino a che punto siamo liberi di autodeterminarci in tutto se viviamo in società con altri? Sono più importanti le nostre paure o la protezione della vita degli altri? I nostri bisogni individuali sono tutti diritti, …e diritti senza doveri?

A queste domande dobbiamo dare risposte ragionevoli ed evangeliche insieme, che trasmettano le ragioni della nostra speranza, della nostra fiducia in Dio e della nostra gioia, nonostante tutto.

Una risposta solidale

Come cittadini e come cristiani, pensiamo che si debba reagire, prima di tutto affrontando questi problemi insieme a tutti coloro che sanno rompere le barriere dell’interesse personale, del guadagno immediato, dell’affermazione di sé, o della paura, per aprirsi alla solidarietà, alla ricerca del bene comune, alla promozione della dignità di ciascuno. Pensiamo che sia necessaria la collaborazione con tutti gli organismi e le istituzioni della Stato e del territorio, ma anche con le aggregazioni della società civile –tra le quali le nostre parrocchie e le nostre associazioni e fondazioni–, chiamate ad affrontare con proposte concrete e provvedimenti impegnativi le crisi che si stanno producendo, attenti ai più poveri e ai più fragili, perché nessuno rimanga indietro.

Sul fronte della carità. Come sappiamo è stato notevole lo sforzo delle Caritas, a livello diocesano e parrocchiale, per fornire beni alimentari ad una platea che si è andata sempre più allargando anche ai nostri concittadini, non solo emigrati, per accogliere e ascoltare persone e famiglie in stato di precarietà o senza ammortizzatori sociali, per dare una minima assistenza ai senza fissa dimora, per adattare alle norme i servizi delle mense e dei dormitori. E speriamo che la nascita del nostro Emporio solidale cittadino porterà servizi ancora più efficaci da parte della nostra Caritas ai poveri di oggi.

Il “Cammino Sinodale” nella Chiesa italiana e in diocesi

Come cristiani inoltre pensiamo che questo tempo difficile possa diventare un’occasione utile per rinnovare le nostre comunità, e che sia una crisi non da negare, ma da rielaborare, per ogni tipo di progetto ecclesiale futuro. Anche il grande obiettivo che ci stiamo dando con l’inizio del nostro cammino sinodale italiano, che durerà fino al Giubileo del 2025, cioè quello di “Annunciare il vangelo in un tempo di rigenerazione”, dovrà tenere conto proprio della situazione esistenziale delle famiglie, dei giovani e degli adolescenti, degli anziani e dei poveri, dei malati, e della situazione sociale generale, per dare a tutti, credenti e non credenti, risposte valide e piene di fiducia e speranza a quelle domande di fondo che sono riemerse in questi due anni.

Non solo dovremo tenere presente l’immagine del Dio misericordioso e paterno rivelatoci da Gesù e l’immagine della Chiesa come ospedale da campo, comunità in uscita verso tutti i fratelli, ma dovremo riproporre anche l’annuncio della verità sull’uomo, creato da Dio a sua immagine, “maschio e femmina” (Gen 1, 27-28) per affidargli la continuazione della vita umana sulla terra con la generazione dei figli e con la custodia del creato, nostra casa comune. Dobbiamo annunciare e promuovere la dignità della persona umana che è sempre intoccabile e non negoziabile, indipendentemente dalla provenienza geografica, dal colore della pelle, dall’orientamento sessuale, dalle condizioni sociali e dalla salute fisica o psichica.

In tal senso, circa il disegno di legge in discussione in Parlamento sulla omo e trans fobia (recante “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”), come Vescovi italiani e della Regione Emilia–Romagna, abbiamo convenuto sulla necessità di un “dialogo aperto”, auspicando una soluzione priva di ambiguità e di forzature legislative, che coniughi il rifiuto di ogni discriminazione giusto e doveroso, con la libertà di espressione e la libertà di educazione dei figli da parte delle famiglie.

Lo sforzo per il Cammino sinodale che ci attende nei prossimi anni come Chiesa sarà proprio quello di mettersi in ascolto di tutto il Popolo di Dio a partire da ciò che i singoli, le famiglie e le comunità stanno vivendo: gioie e speranze, lotte e ansie. Tenendo conto delle loro visioni di chi è Dio, la Chiesa, l’uomo e dei loro modi di vivere i valori evangelici ed etici negli ambienti ecclesiali e sociali.  Ma la sfida più significativa sarà il “metodo sinodale”, che chiede di lavorare insieme, di partecipare alla riflessione comune, di crescere nella comunione ecclesiale concreta, ciascuno con la sua vocazione, le sue doti e le sue competenze; laici, preti, diaconi, consacrati e consacrate, uomini e donne, giovani e adulti. Anche l’unificazione delle parrocchie più piccole che stiamo completando in diocesi in questi giorni, va in questa direzione.

Chiediamo l’intercessione di Sant’Apollinare perché con la sapienza che ci verrà dallo Spirito e dalla preghiera, abbiamo la possibilità di discernere quali passi concreti fare nel futuro prossimo della nostra Chiesa di Ravenna-Cervia, e delle Chiese della Regione per farle tornare ad essere Chiese missionarie, portatrici di fiducia e speranza, come al tempo degli Atti degli Apostoli.

L’Arcivescovo

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di RavennaNotizie, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

  1. Scritto da Tax19

    Le mie personalissime risposte ad alcune delle domande che si pone:
    – perché la medicina e la scienza non ci hanno protetto?
    Perché non esisteva ancora il vaccino, ora lo stanno facendo!
    – Perché Dio non ci ha aiutato e non ha sconfitto miracolosamente la pandemia?”
    Perché non esiste alcuna divinità, tantomeno che faccia miracoli. L’omino bianco ha pregato per mesi e non è servito a nulla, i contagi hanno iniziato seriamente a diminuire solo con le vaccinazioni. Servono altre dimostrazioni???