Quantcast

Legacoop Romagna presenta le linee guida su politiche e linguaggio di genere in azienda

Il primo passo per affrontare un cambiamento in azienda sulle politiche di genere è accorgersi e prendere atto del fatto che esiste un problema. Il problema esiste, ed è imponente: presenza di donne nei ruoli apicali e nei cda, differenze salariali, stereotipi e retaggi culturali, linguaggio e modelli di riferimento. Questi ed altri esempi sono individuati all’interno delle “Linee guida su linguaggio e politiche di genere in azienda” di Legacoop Romagna. Per rispondere a ciascuna problematica, Legacoop elenca anche una serie di impegni che l’associazione in primo luogo si assume, auspicando una adesione diffusa anche alle imprese associate.

Tra le altre criticità evidenziate, grande rilevanza ha il tema del linguaggio. “Il linguaggio – ricorda il presidente di Legacoop Romagna, Mario Mazzotti, nell’introduzione della pubblicazione – è spesso generatore di discriminazioni, non solo registratore della realtà sociale. Ecco perché il tempo dell’adeguamento del linguaggio corrente non va sottovalutato. Non si tratta di un dibattito elitario ed inutile, né tantomeno di una sorta di “distrazione” rispetto alle grandi contraddizioni che le stesse politiche di genere propongono, bensì di un dovere storico: trasferire nel linguaggio e quindi nella vita modalità di espressione che giochino un ruolo positivo e contribuiscano all’affermazione della parità di genere”.

Il documento contiene numerosi esempi e applicazioni concrete su come il linguaggio tenda a discriminare attraverso stereotipi saldamente radicati: “uomini d’affari” e “uomini di legge”, ma anche il rifiuto pretestuoso di termini come “assessora”, “sindaca”, “architetta” o “ingegnera” anche da parte delle donne stesse, che nascondono la convinzione, anche inconsapevole, che il medesimo termine al maschile conferisca più prestigio. Le linee guida indicano poi quali sono le locuzioni da evitare per superare modelli di riferimento maschili, spesso usati con intenti “benevoli” (la dipendente che è “il nostro uomo migliore” o la collega che “ha le palle”).

Le linee guida invitano a riflettere anche sulle differenze di approccio riservate a uomini e donne, su fenomeni comunque diffusi come mansplaining, gender pay gap, soffitto di cristallo e presunte attitudini maschili e femminili (uomini ritenuti più “portati” per le professioni tecniche e donne che si vorrebbero nate per i lavori di cura, servizio ed educazione).

E se la professione non è una questione di genere, non lo è neppure la conciliazione. Le politiche di conciliazione devono essere attivate per tutti i lavoratori, indipendentemente dal genere, e occorre superare una visione del lavoro basata sulla quantità di tempo di permanenza in ufficio per arrivare a valutare la qualità del lavoro svolto.

Le Linee Guida di Legacoop e Federcoop sono state predisposte da Elena Zannoni, Simona Benedetti e Federica Protti, e l’auspicio è appunto quello di una grande diffusione tra le cooperative associate. Alcune di esse hanno già organizzato una distribuzione del documento tra i dipendenti e soci, arricchendole anche di contenuti legati alle diverse realtà.

Ma il movimento cooperativo di Legacoop non si ferma qui: nei prossimi mesi il tema delle politiche di genere e più in generale delle differenze e complessità all’interno delle aziende saranno all’ordine del giorno con l’analisi delle opportunità legate al PNRR e tramite l’organizzazione di una iniziativa pubblica sul tema.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di RavennaNotizie, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

  1. Scritto da Maurizio Ricci

    Non è “pretestuoso” rifiutarsi di inserire nel proprio vocabolari parole insensate come “assessora” o “sindaca”: è RAGIONEVOLE. Se la carica da ricoprire è indipendente dal sesso di chi la ricopre, che valore aggiunto può dare sapere che chi sovrintende alle attività comunali di Torino (ad esempio) è una donna e a Milano è un uomo? Avrebbe senso nel caso in cui ci fosse una DOPPIA carica, ossia se obbligatoriamente dovessero coesistere UN sindaco-uomo e UNA sindaca-donna.
    Nella RSM una ipotetica legge potrebbe prevedere questa divisione fifty-fifty tra i due Consoli, istituendo “il Consolo” e “la Consola”.
    Ma da noi rimane una idiozia: è guardare il dito che indica la luna, anziché la luna stessa…..
    Per inciso (cito dall’articolo) “…Le Linee Guida di Legacoop e Federcoop sono state predisposte da Elena Zannoni, Simona Benedetti e Federica Protti…” tutte appartenenti ad uno stesso Genere….vorrà pur dire qualcosa!