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FEM NEWS – LA FINESTRA FEMMINISTA / Taglia e cuci: quando i vestiti delle donne non sono solo vestiti e le ordinanze fissano pregiudizi duri a morire

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L’abbigliamento femminile continua ad essere additato come fonte inequivocabile di attrazione, desiderio, ma soprattutto di fraintendimenti. Nolite ringrazia la senatrice umbra Emma Pavanelli per aver attirato l’attenzione sul contenuto liberticida e volgare di un’ordinanza contraddittoria in un periodo nel quale proiettili incandescenti di misoginia e razzismo si sprecano tra i privilegiati maschi bianchi occidentali in posizioni di ‘rilievo’ mediatico: Vittorio Feltri che sul suo profilo Twitter beatifica le azioni di Alberto Genovese appena condannato, Alessandro Barbero che scivola sulla buccia di banana del sessismo più spavaldo che ci sia e il solito Augias che arriva addirittura a favoleggiare come istintiva la diffidenza verso l’uomo nero, dopo aver eccelso per anni nel mansplaining.

L’ordinanza di Terni, che rimarrà in vigore per quattro mesi, fino a gennaio 2022, ne ricalca una precedente emanata nella stessa città nel 2020. È “fatto divieto a chiunque” di mantenere un “abbigliamento indecoroso o indecente in relazione al luogo ovvero nel mostrare nudità, ingenerando la convinzione d’esercitare la prostituzione”: è questo uno dei passaggi dell’ordinanza anti-prostituzione firmata dal sindaco di Terni, Leonardo Latini (Lega).

La senatrice incalza: “No, non siamo in Afghanistan sotto il regime talebano ma in Umbria” ha scritto la parlamentare in una nota, in cui sottolinea che “il sindaco di Terni emana un’ordinanza che impone alle donne il divieto di abbigliamento “provocante”, pena l’equiparazione a prostitute. Gli increduli leghisti ricordano che in passato anche altri sindaci di centrosinistra e di centrodestra “hanno adottato ordinanze simili, sia negli intenti che nei contenuti”.

Vero. Nolite indaga e scopre che anche nella vicina Rimini dallo scorso 28 giugno figura un passaggio – che il sindaco di Terni sembra aver copiato e incollato – sull’abbigliamento “indecoroso o indecente in relazione al luogo, ovvero nel mostrare nudità, ingenerando la convinzione di esercitare la prostituzione”. A Rimini però le multe arrivano a 400 euro, a Terni si stabilizzano a 166 euro.

Nolite pensa che siamo alle solite e che non occorre scomodare i talebani per parlare dell’Occidente privilegiato e individua nella matassa annodata e senza bandolo di pregiudizi duri a morire l’influenza nefasta che modella pratiche e istituzioni. E i pregiudizi – consci e inconsci che siano – sono ancora più potenti degli stereotipi.

Per sciogliere questi pregiudizi – soprattutto se inconsci – bisogna innanzitutto smascherarli. Le scienze cognitive suggeriscono che la strada più promettente sia quella di affidare il compito a «un osservatorio imparziale» allenato allo scopo. Nolite che invece è di parte – quella delle donne e della loro libertà – osserva, ricorda e ricostruisce. Intanto in giro i benpensanti polemizzano che di scollature e minigonne non si è mai parlato, ma il termine pruriginoso di nudità le addita meravigliosamente.

Più delle scollature, che pure meriterebbero un trattato, è la gonna, la mini, il capo più incriminato del guardaroba femminile, maschile (sì, ci sono anche kilt, doti, caftani… ) e unisex. Rappresenta subito una moda ribelle, simbolo di rivoluzione culturale, ha una storia affascinante e accidentata. La gonna fluttua intorno alle gambe delle donne e nel 1963 si accorcia di dieci centimetri sopra il ginocchio per sconvolgere il mondo ed attirare l’attenzione di tutti. Negli anni Sessanta la moda traduceva il sentire delle nuove generazioni: le ragazze lottavano per l’emancipazione femminile e uno scampolo di stoffa divenne prima la loro bandiera e poi un fenomeno di massa.

Ecco subito un’ordinanza sul decoro. A Parigi il governo infuriato varò una legge sul buoncostume per condannare la minigonna. A Londra, invece, amore a prima vista: le gambe delle donne erano finalmente libere. Mary Quant, stilista londinese mondana, la espose per prima in vetrina nella boutique Bazaar a Kings Road a Londra. Secondo gli snob, però, l’ideatore fu il francese André Courrèges. In realtà fu “la strada” e non l’alta moda ad inventarla, come affermò più tardi Mary Quant. La mini risultó indigesta persino alla nostra amatissima Coco Chanel, mentre Twiggy la indossò con stile, donando sensualità ai fisici senza curve.

Negli anni ‘70, la minigonna fu superata dai pantaloni a zampa e dai vestiti lunghi a fiori. Negli anni ‘80 le donne stile Armani l’abbinano a giacche con spalline rinforzate. Negli anni ‘90 si colora ed elasticizza e la si guarda con sospetto quando la taglia 42 viene soppiantata dalla 38. Dal 2015 esiste addirittura una giornata mondiale dedicata alla minigonna: il 6 giugno. L’evento si collega a una forma di protesta di Ben Othman, che insieme alle femministe, invitò il 6 giugno 2015 tutte le donne a scendere in piazza in minigonna come segno di solidarietà femminile nei confronti di una studentessa cacciata in sede d’esame a causa di una gonna troppo corta.

Di nuovo un capo di imputazione, che ci suona molto familiare, perché Nolite ricorda bene quando al Liceo Socrate di Roma, nel settembre 2019 la Vicepreside ha “consigliato” alle studentesse di non recarsi a scuola in minigonna perché ai prof poi “cade l’occhio”. Nolite ripropone anche la risposta che diedero i ragazzi e le ragazze Collettivo Politico Galeano e Ribalta Femminista, che tanto potrebbero insegnare ai nostri burocrati: “Andare a scuola in gonna è stata una risposta spontanea. La scuola è e deve essere una forza motrice nello scardinare la cultura che rende le ragazze e le donne oggetti e colpevoli. È nelle aule che si formano i cittadini e le cittadine di domani, ed è da lì che deve partire una nuova consapevolezza per i nostri corpi e i nostri modi di essere.”

La storia della gonna corta (e di tutti quei capi che coprono e scoprono nudità) continua e Nolite, oltre alla senatrice Pavanelli, sarà sempre grata a Eve Ensler oltre che per Monologhi della Vagina, anche per Io sono emozione. La vita segreta delle ragazze (2011) che mette in versi elegantemente perché la minigonna non scopre solo le gambe, ma svela il testosteronico pregiudizio maschilista sul capo d’abbigliamento più discusso del Novecento.

Da Io sono emozione 

La mia gonna corta

non è un invito

una provocazione

un’indicazione

che lo voglio

o che la do

o che batto.

 

La mia gonna corta

non è una supplica

non vi chiede di essere strappata

o tirata su o giù.

 

La mia gonna corta

non è un motivo legittimo

per violentarmi

anche se prima lo era

è una tesi che non regge più

in tribunale.

 

La mia gonna corta, che voi ci crediate o no,

non ha niente a che fare con voi.

 

La mia gonna corta

è riscoprire

il potere dei miei polpacci

è l’aria fredda autunnale che accarezza

l’interno delle mie cosce

è lasciare che viva dentro di me

tutto ciò che vedo o incrocio o sento.

 

La mia gonna corta non è la prova

che sono una stupida

o un’indecisa

o facilmente manipolabile.

 

La mia gonna corta è la mia sfida.

Non vi permetterò di farmi paura.

La mia gonna corta non è un’esibizione,

è ciò che sono

prima che mi obbligaste a nasconderlo

o a soffocarlo.

Fateci l’abitudine.

 

La mia gonna corta è felicità.

Mi sento in contatto con la terra.

Sono qui. Sono bella.

La mia gonna corta è una bandiera

di liberazione dell’esercito delle donne.

Dichiaro queste strade, tutte le strade,

patria della mia vagina.

 

La mia gonna corta

è acqua turchese con pesci colorati che nuotano

un festival d’estate nella notte stellata

un uccello che cinguetta

un treno che arriva in una città straniera.

La mia gonna corta è una scorribanda

un respiro profondo,

il casquè di un tango.

La mia gonna corta è

iniziazione, apprezzamento, eccitazione.

 

Ma soprattutto la mia gonna corta

con tutto quel che c’è sotto è mia, mia, mia.

(Eve Ensler)

FemNews di Nolite

Ogni mercoledì si apre una finestra femminista su RavennaNotizie, dalla quale ogni settimana si respira aria pungente, si espongono germogli al sole, si stende la biancheria profumata al sapone di Marsiglia, si appendono lunghe trecce di aglio e peperoncino, ci si rilassa con un bicchiere di vino e l’ultima sigaretta, si parla con il vicinato, si accarezzano felini senza nome cantando Moon river, si guarda oltre con occhiali di genere. Nasce così una rubrica autonoma rispetto alla testata che gentilmente la ospita, pluralista, apartitica, decisamente femminista, che cerca di trovare il modo di agire per trasformare il mondo. Fem News ha una firma collettiva NOLITE – imperativo negativo latino omaggio alla condivisa cultura umanistica, alla passione politica, alla compulsione alla lettura, alla madre Atwood (Nolite te bastardes carborundorum, Non consentire che i bastardi ti annientino), alla lotta ancillare per dire no al pensiero dominante patriarcale, coloniale e specista.

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