Giorgio Bottaro: “Datemi un progetto in cui credere e il mio entusiasmo vi contagerà”

Intervista al manager sportivo ravennate che ora gestisce tutto il Club Italia della Figc

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Sono passati quasi due anni da quando Giorgio Bottaro ha lasciato la direzione del Basket Ravenna e il Ravenna Calcio per diventare un dirigente della Figc nazionale. Nel febbraio 2015 è diventato responsabile di tutte le squadre della filiera femminile, delle nazionali giovanili maschili e del calcio a 5. E nell’agosto del 2016 gli viene affidata la gestione di tutto il Club Italia.

 

Ma Bottaro, prima di questa nuova prestigiosa esperienza romana e prima ancora di quella con il basket e il calcio ravennati, ha fatto anche molto altro: può contare su un curriculum ricchissimo che fa di lui uno dei manager sportivi più stimati a livello nazionale. La sua è una bella storia professionale e umana, la storia di una persona generosa, dall’entusiasmo contagioso e abbiamo deciso di raccontarla.

 

 

IL PROLOGO

Quando gli telefoniamo per chiedergli l’intervista, sono le 21 di un giovedì sera, Bottaro è a Ravenna e sta giocando a mahjong con gli amici di sempre. Fissiamo per il giorno dopo.

“Ti invito a pranzo e nel mentre parliamo”, dice lui.

L’impresa si rivela però più complessa del previsto. Al ristorante di Marina di Ravenna dove andiamo, il gestore lo riconosce e nonostante la sala via via diventi sempre più affollata, torna ripetutamente al nostro tavolo come un’ape attratta dal miele per parlare di basket ed affini. Il cibo è ottimo ma, per il momento, niente intervista.

 

Poi, arrivati al caffè, Bottaro ha un’idea luminosa: “Non ti preoccupare, facciamo tutto durante il ‘sigaro-time’”. Chi lo conosce sa che per lui fumare un sigaro dopo i pasti è un’abitudine irrinunciabile, anche quando si tratta di pranzi o cene di lavoro. Un rito che si svolge ovviamente all’aperto e che ama officiare rigorosamente in compagnia. E mentre fuma diventa eccezionalmente loquace.

“Io fumo e parlo, parlo anche per quaranta minuti di fila e la gente – racconta divertito – ha capito come funziona”.

Succede quindi che arrivati a un certo punto qualcuno si defila: “Un allenatore che dice che deve preparare uno schema, uno dei medici abbandona il campo perché c’è un giocatore che ha bisogno di lui… Morale: rimangono solo i fedelissimi”.

 

Ci sediamo sulle seggiole all’esterno di un bar che si affaccia sul porto canale. Oggi a Marina è una bellissima giornata di sole, limpida e soprattutto freddissima. Giorgio Bottaro si accende il sigaro e io premo il tasto del registratore.

 

 

L’INTERVISTA

Sei in Figc da quasi due anni. È troppo presto per fare dei bilanci?

“No, posso farti un bilancio della mia esperienza personale. Mi è pesato staccarmi da Ravenna per mille motivi. Per cui su un piatto della bilancia, che pesa molto, c’è la lontananza da una città a cui sono molto legato, dagli amici, dalla famiglia. Sull’altro c’è un’esperienza professionale molto importante, che contribuisce a rimettere la bilancia in equilibrio. Avendo fatto prima esperienze all’interno di squadre di club, nel basket, nella pallavolo, nel calcio, arrivare a lavorare in Federcalcio per la maglia azzurra è idealmente la chiusura di un percorso. Sono molto onorato e ogni mattina quando entro in ufficio mi sento veramente orgoglioso”.

 

Cos’è che ti rende così orgoglioso?

“Fare una cosa che ha un forte legame con il senso di rappresentanza del nostro Paese e condividerla con tante persone: in Figc siamo circa 250 dipendenti e quasi altrettanti sono i collaboratori esterni. Apro una parentesi: a ogni partita alla quale vado, anche nel paese più sperduto nel mondo, canto sempre l’inno nazionale e mi commuovo regolarmente”.

 

Tu hai avuto diverse esperienze lavorative di alto livello nel mondo dello sport. Sei stato con il Messaggero Volley ai tempi d’oro del Gruppo Ferruzzi, al Parma con il calcio e poi ancora al volley (Lega pallavolo femminile, Macerata e Milano) fino al basket (Roma e ovviamente Ravenna). E poi hai fatto anche altre cose fuori dall’ambito sportivo. La cosa che colpisce di te è che sei una persona che si tuffa in ogni nuova impresa con grande entusiasmo e mettendoci il cuore.

“Io sono, per carattere, una persona sempre curiosa di vedere cosa c’è dietro l’angolo e tuttora questa curiosità mi muove, mi spinge ad andare, anche se non è mai stato facile cambiare città, riferimenti, ambienti di lavoro, amicizie. Anche adesso continuo ad avere la valigia in mano per Federcalcio. Appena c’è l’opportunità esco con quasi tutte le nazionali. Poi nel week end rifaccio di nuovo la valigia per tornare a Ravenna. Il legame con la mia città è un elastico cortissimo. Arrivo il venerdì sera tardi riparto la domenica dopo pranzo, sto qui poche ore ma appena posso torno qui”.

 

Non hai mai fatto mistero del fatto che ci hai messo un po’ di tempo prima di accettare la proposta di Federcalcio. Speravi che qualcuno, a Ravenna, ti trattenesse?

Bottaro agita in aria il sigaro e sorride: “Mi fu chiesto di andare a Roma il 18 agosto e confermai che ci sarei andato a dicembre. Perché ci ho messo così tanto ad accettare la proposta? Perché, come dicevo prima, il legame con Ravenna è forte. L’esperienza fatta con la pallacanestro nella mia città è stata una delle più belle in assoluto, un’esperienza che ho visto crescere, con la collaborazione di tutti e sotto la guida di un presidente bravo come Vianello. Toccare con mano l’entusiasmo della gente, dare ai ravennati una proposta nuova, di alto livello, che arricchiva l’offerta sportiva della città e vedere come la gente se ne innamorava… Tutto questo non certo perché portavi a Ravenna i grandi nomi, ma perché facevi delle cose vicino al cuore della gente: ecco, questo devo dire onestamente, non volevo perderlo. Per un po’ allora ho cercato di capire se c’erano delle possibilità concrete per rimanere, anche dando il più possibile continuità al progetto di Vianello. Dalla Federcalcio hanno continuato a bussare alla mia porta e visto che non è stato possibile concretizzare qualcosa in tempi brevi, alla fine ho detto sì e sono andato”.

 

Sii sincero: ti è pesato non potere continuare ad occuparti di sport a Ravenna.

“Certo, un po’ mi è dispiaciuto. Ma si deve anche comprendere la situazione di una città che sta cercando di uscire da una situazione di crisi economica comune a tante realtà del Paese e che deve fare i conti con le priorità dei cittadini. Non sempre lo sport viene considerato una priorità, anche se io sono assolutamente convinto che lo sport ricopra un’importante funzione sociale. Una società sportiva offre un pacchetto completo ai suoi concittadini: tu puoi fare pallavolo, calcio, pallacanestro e puoi farlo fare in un ambiente protetto e sicuro ai tuoi figli, quattro, cinque volte alla settimana. Assistere ad una partita della squadra della tua città, significa anche vedere trasmessi quei valori di identità cittadina, quei valori etici che sono alla base di una sana pratica sportiva. Perché la premessa deve essere: competiamo in maniera corretta, tifiamo in maniera corretta, gli atleti, gli allenatori e i dirigenti si comportino secondo le regole. Io, società sportiva mi propongo di migliorare la qualità della vita della comunità di cui faccio parte. Lo sport, penso soprattutto alle nuove generazioni, è uno strumento che aiuta a crescere, ad essere migliori: perché ti costringe a fare rete, a fare squadra”.

 

Ovviamente tu eri un bambino che faceva sport?

“Certo e come tutti ho giocato a calcio. L’ho fatto fino ad età ‘matura’, senza grandi successi ma con il piacere, la soddisfazione di aver frequentato un ambiente bellissimo, come quello del Morena, una squadra di amatori che faceva il campionato Csi. Una squadra che esiste tuttora e che, secondo me, ha tratto grandi benefici da quando la mia generazione se n’è andata. E poi ho giocato per un po’ a pallavolo, ho fatto canottaggio e infine ho incontrato il mio grande amore, la pallacanestro”.

 

Ma tu cosa volevi fare da grande?

Risponde senza esitazioni: “Il giornalista. Mi è sempre piaciuto scrivere. Io non so né cantare, sono stonato come una campana, né suonare. Parlare e scrivere invece mi riesce discretamente. Quindi quando da piccolo mi facevano la fatidica domanda rispondevo: il giornalista. E ho avuto l’opportunità di farlo per un certo periodo insieme a tanti amici, compreso la persona con la quale sto parlando adesso”.

 

Tu hai iniziato da Ravenna la tua esperienza di manager sportivo con un grande gruppo e una grande squadra.

“Faccio un passo indietro: prima ancora dell’epoca del Messaggero ho fatto la mia prima esperienza con il Basket Ravenna di Piersante Manetti che era appena salito in serie B. Nello stesso impianto sportivo, il PalaCosta, si allenava anche la pallavolo e qui ho avuto modo di conoscere Giuseppe Brusi che, l’anno dopo, mi ha chiesto di passare alla Pallavolo Ravenna prima che diventasse gruppo Ferruzzi. Sono molto grato a Brusi, perché è una persona di principi solidissimi. Certe sue intuizioni su come si gestisce l’attività di un gruppo, sul rispetto dei ruoli, sull’energia costante e continua che ti spinge a voler raggiungere un risultato mi hanno formato. Poi sono arrivati i successi, le coppe… È stato un gran bel periodo, al quale sono molto legato”.

 

Un imprenditore che decide di sponsorizzare un’attività sportiva è un filantropo o semplicemente qualcuno che pensa di avere un ritorno per la sua attività in termini economici?

“È sicuramente un imprenditore che ha una grande attenzione al territorio dove insiste la sua azienda, anche se ci sono grandi aziende che sponsorizzano squadre a distanza di migliaia di chilometri, perché scelgono per il loro brand un veicolo di comunicazione adeguato al loro mercato di riferimento. Un imprenditore che sponsorizza la squadra della sua città è un filantropo nel modo di concepire il senso di appartenenza alla sua terra. Un senso di appartenenza che lo porta a fare qualcosa per la sua città in ambito appunto sportivo e/o culturale: premetto che per me sport e cultura sono sullo stesso piano. Nel momento in cui un imprenditore mette a disposizione una parte delle sue risorse per sostenere un progetto chiede correttezza gestionale e la rispondenza agli stessi valori”.

 

Non è stato facile trovare qualcuno a Ravenna, città della pallavolo, che credesse nelle potenzialità del basket.

“Sì, non è stato facile. C’era chi ci credeva ma poteva dare un contributo limitato, che non era purtroppo sufficiente. Non dobbiamo dimenticare che se oggi la pallacanestro ravennate è in A2 lo deve ai tanti anni in cui è sopravvissuta grazie alla vicinanza di una società, l’Acmar, che adesso è in difficoltà, ma che è sempre stata attenta alle istanze sociali della città. Il fatto che l’Acmar sia stata vicino alla pallacanestro, ha permesso a quest’ultima di sopravvivere, ha dato un aiuto importante a Roberto Vianello, ed è stato un segnale che in una comunità come quella ravennate possono crearsi dei legami che vanno oltre il semplice sostegno economico. Non è che una sponsorizzazione ai livelli di un territorio come quello ravennate, ti rende immediatamente in termini di utili, ma produce soprattutto qualcosa che forse è ancora più importante: ti dà credibilità nei confronti della città. OraSì come Acmar ha colto nel segno di una dinamica sociale che coinvolge i giovani e le loro famiglie e ha capito che i valori trasmessi erano altissimi. Ha capito, insomma, che la cosa bellissima del Basket Ravenna è come viene gestito il settore giovanile. Se oggi il basket a Ravenna ha oltre 500 ragazzini, che sono un’enormità per una città come la nostra, tutti tesserati per lo stesso club, non è perché i ragazzini vedono la possibilità di diventare i nuovi Kobe Bryant o Alessandro Gentile, ma una comunità dove è facile identificarsi. Non c’è l’esasperazione della pratica sportiva, c’è lo stare insieme, uniti da un sistema di valori. Questa cosa non è sfuggita né all’Acmar prima né all’OraSì dopo”.

 

Chi ti conosce sa che, anche sul lavoro, dai una grande importanza alle relazioni umane, al contatto diretto con le persone.

“Sì, se non ti spendi in prima persona non sei credibile. Non basta emanare un ordine di servizio, spedire una mail: devi saper convincere e motivare le persone che lavorano con te, devi farle sentire importanti nel momento in cui tutti insieme stiamo contribuendo a mettere in piedi un progetto. Fatto il progetto, occorre saperlo comunicare. E la comunicazione secondo me è ancora più efficace se parli direttamente alle persone.”

 

Fammi un esempio.

“Nel 2012, appena arrivato alla corte di Vianello, chiesi alla segretaria di allora di prendermi appuntamento con le mamme dei bambini che praticavano il basket con noi. Sapevo che alle 17 alla palestra Morigia si sarebbero alternati due gruppi di bambini, una quarantina in tutto. Chiedevo ai loro genitori la cortesia di aspettarmi: io sarei andato da loro a spiegare cos’era il Basket Ravenna. Perché, certo, i loro figli giocavano a basket, ma non conoscevano le nostre facce, il nostro progetto, il nostro impegno. È stato anche così che siamo passati dai 300 ai mille spettatori alle partite e allo schermo fuori dal palazzetto in occasione della finalissima. Comunicare un’idea riesce meglio se parli con le persone guardandole negli occhi. Questo funziona anche con me: se uno mi presenta qualcosa in cui crede e mi contagia con il suo entusiasmo, io lo seguo”.

 

 

 

Ravenna e i suoi impianti sportivi: allora questo nuovo palazzetto dello sport a Ravenna secondo te s’ha da fare?

Bottaro la prende molto alla lontana: “Il problema è quello di un Paese che invecchia con i suoi mattoni. Quando penso che una città come Roma, che è la capitale d’Italia ha un palazzetto dello sport ed uno stadio che hanno più di mezzo secolo, beh, mi duole il cuore. La modernità di una comunità si vede nella misura in cui sa costruire al passo coi tempi. Io sono anni che vado in giro per il mondo. Quello che mi intristisce è vedere paesi considerati più indietro del nostro che sono, al contrario, per quanto riguarda gli impianti sportivi più avanti: è possibile che ogni volta che vado in Polonia inaugurino un nuovo impianto? L’anno scorso ero con la nostra nazionale Under 20 in un piccolo paese polacco di cui non ricordo il nome, con una squadra in quarta categoria che aveva appena inaugurato uno stadio di 15.000 posti al coperto. Non ho chiesto il perché: la risposta la sapevo già”.

 

Te lo chiedo io: perché?

“Perché se tu investi in strutture sportive, sei destinato solo a crescere. Oggi a Ravenna abbiamo il PalaCosta al quale siamo legati affettivamente e adesso è anche un piccolo gioiellino ma, appunto, è piccolo. L’impianto fascinoso del PaladeAndrè che era moderno una volta, rimane un edificio di grande raffinatezza ma ha dei costi gestionali alti e poiché deve fare fronte a questi costi è condiviso con altre attività. Lo stadio di Ravenna è legato a dei bei ricordi ed è nel cuore della città, ma anche questo è un impianto che va riqualificato. Il contenitore definisce la qualità dell’offerta, non solo di quella sportiva. Gli stadi nuovi come quelli di Udine sono ripensati con servizi che costituiscono un punto di aggregazione che va al di là della partita. Concludendo: A Ravenna servono uno stadio nuovo, o un nuovo palazzetto dello sport io? Io dico di sì, perché mi piacerebbe vedere lavorare le nostre aziende, i nostri giovani capaci con idee in grado di incidere sull’immagine di Ravenna. Poi quanto questo si inserisca nella scala delle priorità della città non sono in grado di dirlo e non spetta a me dirlo”.

 

Nella tua vita non hai fatto solo il manager sportivo.

“Un’esperienza bellissima che mi sarebbe piaciuta durasse nel tempo è stata quella della Sala Borse di Bologna. Bologna è una città importante, ma l’offerta, gli standard di Sala Borse erano per una città come Londra, New York. Lo scrittore Abraham Yehoshua venne alla Sala Borse a presentare un libro e io lo portai in giro per la struttura. ‘Voi – mi disse al termine della visita guidata – dovreste venire a fare questa cosa a Tel Aviv’. Il fatto che questa esperienza sia finita, lo confesso, mi è dispiaciuto un po’. A questo punto uno può chiedersi cosa ci azzecca uno che si è sempre occupato di canestri e schiacciate con una gestione di una struttura come quella?”.

 

Dai, diccelo.

“Tanti uomini sportivi vengono interpellati dalle aziende, non certo perché vogliono che spieghino come venga costruita una macchina, ma per capire cos’è che motiva le persone a lavorare, come si fa gruppo. In questo senso lo sport è una palestra straordinaria che ti consente di acquisire un bagaglio di esperienze preziose, praticamente universali che possono essere trasferite anche in altri ambiti. Un altro periodo che ricordo molto volentieri è quello in cui ho lavorato per Rimini Turismo. Dovevamo vendere l’immagine del più importante comprensorio turistico italiano, con mille alberghi che andavano dalla pensione al cinque stelle in un mercato italiano e internazionale. Anche quello è stato un periodo entusiasmante. Anche in quel caso non ero affatto uno ‘specialista’ eppure diventai responsabile della comunicazione. Se di base hai un grande entusiasmo e sai lavorare in squadra questo ti aiuta. Questo lo dico soprattutto per le nuove generazioni che sono consapevoli che nella loro vita non faranno un solo lavoro”.

 

Sei originario di Genova ma sei venuto a Ravenna che eri appena bambino. Cosa ti è rimasto della città dove sei nato?

Ride: “La passione per le trenette al pesto. Io sono un sangue misto: mia mamma era croata il mio papà genovese, il fatto di sentire parlare in casa lingue diverse, di avere contatti fin da piccolo con diverse culture mi ha aperto la mente. Il fatto poi che la mia famiglia si sia trasferita in Romagna quando ero bambino mi ha arricchito: la Romagna è una terra straordinaria, con un grande cuore. Secondo me non c’è nulla di più bello che dare”.

 

Tu puoi dare ancora delle cose a Ravenna?

“Se posso dare una piccola idea, un consiglio, lo faccio molto volentieri. Spendermi di persona? Beh in questo momento, sinceramente, farei fatica anche se appena posso io torno a Ravenna. Ma il futuro (conclude con un sorriso enigmatico, ndr) è ancora tutto da scrivere”.

 

A cura di Ro. Em.

 

 

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