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Giorgio Bottaro: serve progetto nuovo per lo sport di alto livello e uno per i ragazzini post-covid a Ravenna, che è “la mia tana”

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Ore 10,30 di una giornata uggiosa, bar sotto il portico di piazza San Francesco. Giorgio Bottaro arriva trafelato e sorridente, il volto parzialmente coperto da quella che ormai da tempo per tutti noi è diventato un accessorio indispensabile: la mascherina. Da qualche giorno non è più il Dg dell’Olimpia Teodora Ravenna, una decisione che ha preso lui stesso, per non gravare economicamente sulla società. Prima di sedersi davanti a me saluta un paio di amici e sono baci e abbracci solo abbozzati: maledetta pandemia.

L’INTERVISTA

Allora, se non ho capito male, tu in questi giorni sei tornato alla ribalta delle cronache per avere fatto, per così dire, un passo indietro, una cosa abbastanza insolita di questi tempi.  

“No, no hai capito bene. Non so se sia una cosa consueta o meno, io seguo semplicemente il mio sentire. Non ho mai anteposto i miei interessi personali a quelli del gruppo, famiglia, società, la tribù con cui sto in quel momento: è uno dei lasciti più importanti di tutti i miei anni passati a livello agonistico, quando giocavo. Un approccio al lavoro e alle cose della vita che ho sviluppato poi negli anni anche da dirigente sportivo. Quando sei inserito in una disciplina di gruppo devi dare qualcosa di te per fare funzionare il tutto, rinunciando anche tu a qualcosa. Ci sono dei momenti in cui quel dare quel qualcosa di più diventa più urgente ed importante: a me è sembrato uno di quei momenti e per questo ho deciso di lasciare il mio posto di dirigente nella società. Secondo me non ho fatto alcunché di eccezionale, anzi, dovrebbe essere una cosa comune, diffusa”.

Tu eri stato chiamato a Ravenna per svolgere un compito ben preciso: mettere in rete le varie realtà sportive, ma per tutta una serie di motivi la cosa non è andata in porto. Perché? 

“Perché ci sono tempi, momenti, in cui le cose possono andare a posto, ma questa è una circostanza che non si verifica così spesso. C’era un’idea, secondo me, corretta, tanto più che se ne riparla ancora in questi giorni, di fare rete fra due o più discipline sportive, condividendo servizi, un progetto comune proprio perché di questi tempi, ma lo era anche allora, questa è la scommessa dello sport ravennate per portare avanti i suoi obiettivi. Le difficoltà economiche del paese e della nostra città sono evidenti e con cinque eccellenze sportive, calcio maschile e femminile, pallavolo maschile e femminile e basket maschile ci sono sempre state poche risorse per alimentarle tutte ad un alto livello. Quindi, lo ribadisco, l’idea di mettersi in rete era ed è corretta. È chiaro che per fare questo ciascuno deve rinunciare ad un pezzetto della propria sovranità e questo può avere influito negativamente su un progetto che, all’inizio, era molto interessante, molto accattivante ma che poi ha finito per perdere un pezzo alla volta”.

E poi, ciliegina sulla torta, è arrivato anche il Covid. 

“Il Covid ha inciso sicuramente, ha stressato le aziende e di conseguenza tutto il tessuto sociale circostante. Questo vale a maggior ragione per lo sport, che è un qualcosa che è fatto per gli altri, in mezzo agli altri, che comunica emozioni. E le emozioni vanno soprattutto vissute in prima persona, con la frequentazione. Il palazzetto o lo stadio sono i luoghi dove ci si ritrova per celebrare una specie di rito domenicale, dove i partecipanti sono uniti da una sorta di ubriacatura di sensazioni positive. Tutto questo, a causa della pandemia, è venuto meno. Di conseguenza è venuto meno anche un aspetto importantissimo; quello della rappresentatività territoriale. Le società sportive in questo grosso momento di difficoltà, hanno avuto il problema del distacco del tifoso: poiché la passione non è più stata alimentata dalla frequentazione reciproca è venuto meno il senso di partecipazione.Io sono tifoso del calcio, della pallavolo, del basket della mia città, amo e seguo miei colori e sono orgoglioso di questo. E alimento questo orgoglio con la frequentazione perché vado a vedere la partita, gli allenamenti, incontro le persone. Nella crisi provocata dalla pandemia tutta questa corrente emotiva si è interrotta, ci siamo allontanati, distaccati, si è perso interesse. Vedere in streaming le partite in impianti vuoti, è uno spettacolo impietoso, non è più l’evento che, da fan, attendevi da una settimana, ma una cosa che non riconosci più come tua. Anche da questo punto di vista il Covid è stato devastante”.

Lo sport della nostra città in alcuni periodi ha vissuto dei momenti d’oro. Alcune attività sportive hanno avuto dei veri e propri mecenati. Penso, ad esempio, a Raul  Gardini per il Messaggero Volley, a Piersante Manetti per il basket…

“Corvetta per il calcio. Da tempo è finita l’era dei grandi mecenati, ma non manca ancora adesso chi nello sport ci crede e investe di tasca propria. Ci sono due figure del mondo sportivo ravennate che secondo me devono essere messe su un piedistallo: Roberto Vianello e Paolo Delorenzi, i due presidenti rispettivamente della pallacanestro e della pallavolo che coprono il budget delle società con loro risorse personali. Sicuramente senza di loro pallacanestro e pallavolo sarebbero ad un livello diverso, sempre dignitoso, per carità, ma non sarebbero dove sono ora. Loro come gli altri hanno bisogno di essere aiutati, ma se ti rivolgi ad una classe imprenditoriale esausta, devi presentarti in modo completamente nuovo, con un progetto completamente nuovo, magari coinvolgendo le imprese”.

Questo presentarsi in modo completamente nuovo in cosa consiste? 

“Devi far ben percepire che le società sportive creano occupazione, rappresentano una comunità e assolvono ad un compito sociale fondamentale. Qual è questo compito? Dietro ad una prima squadra c’è sempre un settore giovanile, che vuol dire centinaia e centinaia di ragazzine e ragazzini che stanno in un luogo protetto e che, facendo attività sportiva socializzano fra loro. Lo sport insieme alla famiglia e alla scuola è parte integrante del percorso educativo. Quindi partendo da questo presupposto non possiamo pensare che dare soldi allo sport significhi semplicemente andare a comprare un centroavanti o un pivot, significa pagare le palestre dove questi ragazzini si allenano, i mezzi di trasporto, gli istruttori, le trasferte, le magliette, eccetera. Questo non si deve dimenticare, lo sport è un grande veicolo di comunicazione ma così si può essere ancora più appetibili, facendo leva sull’impegno sociale che anche un imprenditore ha o deve avere nei confronti del proprio territorio. Non solo. Ci deve essere trasparenza sui bilanci, ti devo fare vedere con grande chiarezza dove i tuoi aiuti vanno a finire, e magari chiederti: vuoi partecipare? Vuoi avere un ruolo? Magari se avessimo il coraggio di presentare questa proposta, allora potremmo essere interessanti per coloro che, soprattutto in questo momento, i conti li devono fare molto bene, perché prima di tutto vengono le loro aziende e i loro dipendenti”.

Al di là del passo indietro che hai scelto di fare, del Covid e di tutto quello che si è portato dietro, come sono stati gli anni che hai trascorso ai vertici dell’Olimpia Teodora? 

“Sono stati due anni davvero soddisfacenti. La mia idea quando sono rientrato era quella di ridare centralità a Ravenna, a energie e competenze del nostro territorio che erano state messe da parte o erano da scoprire. Le voglio citare: Simone Bendandi, figlio d’arte a cui è stata data la prima opportunità di vivere la panchina da capo allenatore, la figura di Davide Baccoli fisioterapista, che ho avuto con me anche nel percorso nella Federazione Gioco Calcio. Sono tornato a lavorare con grande piacere con Daniele Ercolessi. Lo assumemmo come preparatore atletico agli inizi degli anni novanta quando cominciò l’epopea del Messaggero. La valorizzazione di una competenza preziosa come Mauro Fresa e di Federico Chiavegatti, quest’ultimo lanciato come scoutman. Tutti questi si andavano ad aggiungere a due medici appassionati e competenti come Roberto Plazzi e Carlo Casadio e al secondo allenatore Dominico Odelvis, uno staff con il quale per chiunque sarebbe un piacere lavorare, in grado di gestire perfettamente anche la serie A1. Ho trovato anche altre persone splendide, come Giancarlo Casadio, un volontario sempre presente ed insostituibile così come  ‘Cangia’ Cangialeoni il re dell’assistenza ad allenamento.”

E con le ragazze e il pubblico?  

“L’atmosfera che si è creata ha catturato una campionessa come Henriette Weersing, da due anni sempre presente agli allenamenti ora raggiunta anche da Simona Rinieri:  bellissimo. E poi la scelta condivisa con lo staff di fare sempre allenamenti a porte aperte: il piacere di ospitare, di essere a disposizione. Grande messaggio. Dunque se la prima cosa era ridare la centralità alle competenze ravennati la seconda era parlare al territorio. Siamo passati, quando ancora c’era ancora il pubblico, da 250 a 830 spettatori di media quando fu interrotto a marzo 2020 il campionato. Questo è un altro grandissimo successo ottenuto lavorando dentro e fuori dalla provincia di Ravenna, dialogando con tante società sportive e realtà diverse. Abbiamo sempre abbassato il budget ogni anno e ogni anno abbiamo ringiovanito la squadra: siamo passati dai 27 anni di media al mio arrivo ai 21 di quest’anno, il tutto senza mai venir meno ai risultati sportivi. L’altra cosa da segnalare l’ingresso di giocatrici ravennati nella rosa della prima squadra: Chiara Poggi l’anno scorso, Greta Monaco quest’anno: tutte ragazze del 2001.”

Tu tieni sempre molto al settore giovanile.

“Infatti, un’altra cosa che abbiamo fatto bene a fare è guardare al futuro: l’investimento quest’anno su due figure importanti per il settore giovanile, un grande persona e un grande allenatore, Andres Delgado, responsabile del settore giovanile e allenatore dell’Under 19 della serie B2 e Alessandro Greco all’ Under 17. Quindi ringiovanire e guardare al futuro non solo con la prima squadra ma anche con il settore giovanile. Fare vedere chiaramente che questo filo conduttore funziona con gli ingressi in pianta stabile di Poggi e Monaco, gli esordi in prima squadra quest’anno di ragazze dal 2005 e al 2002 come Vecchi, Piomboni, Fontemaggi. Insomma: restituire il senso di appartenenza ad una grande tradizione, con grande umiltà, ogni anno con risorse più basse e con energie locali. Questo è fondamentale, perché qui c’è tanta competenza. La competenza locale costa meno, non perché la paghi meno ma perché abbatti certi costi e poi porta interesse: ti seguo perché ti conosco, ti incontro e ti parlo”.

Quando ci siamo sentiti telefonicamente per questa intervista, hai detto che per ora progetti in vista non ne hai.

“No, non ho nulla, (sorride, ndr) a parte finire questa intervista con te e subito dopo andare dal dentista. Il passo l’ho deciso io e l’ho comunicato al presidente che penso abbia apprezzato. Ho risolto un problema economico per la società. Lo sostanza è che per adesso non ho lavoro, per il futuro vedremo. Scusa se mi permetto, ma vorrei aggiungere una cosa a quanto dicevo prima, sul ruolo fondamentale dello sport nel percorso formativo dei ragazzi. La sensibilità del mondo dello sport e non solo, dovrebbe essere puntata a recuperare quella fascia di bambini e bambine dai 4, fino ai 6, 7, 8 anni che negli ultimi due anni non si sono avvicinati neppure ad una pratica motoria, non tanto sportiva, o se l’hanno iniziata l’hanno poi interrotta. Questa è una mancanza grave del loro percorso di crescita; ci vuole un’idea, ci stavo lavorando con altre due società sportive, che proponga a costo bassissimo la possibilità alle famiglie di togliere i figli dal divano, dalla cameretta, dalla loro zona comfort, portandoli a praticare un’attività fisica. Perché c’è un biennio di ravennati giovanissimi che non hanno iniziato a fare attività e forse non inizieranno più. Il concetto è straconosciuto: una corretta attività motoria o sportiva permette di abbassare il costo sociale, perché incide positivamente sulla salute”.

Per lavoro sei stato un po’ qui e un po’ là. Comunque è cosa nota che hai Ravenna nella testa e non è un mistero che vorresti passare più tempo in questa città.

“Io sono nato a Genova da papà genovese e mamma croata. Ho vissuto a Bellaria dai due ai cinque anni, perché il mio papà gestiva i lavori a mare della ricostruzione del dopoguerra. Sono arrivato a Ravenna in età scolare. Lo sport mi ha permesso di essere integrato nella città senza alcun tipo di problema. Mi sono trovato a mio agio. Non ci sono solo i legami di sangue a guidare gli affetti. Anche essere stato adottato e trattato come un figlio ti fa volere ancora più bene a chi ha deciso di fare questa scelta, perché non era tenuto a farlo. La mia tana è qui. Qui ci sono gli amici, ci sono persone che stimo tantissimo, Ravenna è una città che mi piace enormemente, la qualità delle persone è alta. Ho vissuto in tante città italiane, però Ravenna è il posto dove dovrebbero vivere tutti… ma non so se siamo in grado di accogliere il resto degli italiani”.

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Commenti

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  1. Scritto da obezio

    Impeccabili i ragionamenti di Bottaro, uomo di sport e ricco di esperienze varie. Purtroppo credo che siamo vicini al capolinea, non è crisi dello sport ma della società, in tutte le sue manifestazioni. Principalmente sport e cultura. Ravenna poi si sta impoverendo velocemente, mancano capitali sia pubblici e privati. La costruzione del nuovo palasport diventerà una incompiuta cattedrale del deserto. I bambini si devono avvicinare allo sport? Lo faranno solo quelli appartenenti alle famiglie più abbienti, disperdendo così un patrimonio futuro.