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Da Fusignano alla serie A con l’Empoli. Il preparatore atletico Fabio Spighi: “Il calcio è una metafora della vita”

Il fusignanese Fabio Spighi, classe 1985, ricopre il ruolo di preparatore atletico sin da giovanissimo. Una professione che si lega alla sua più grande passione, il calcio, probabilmente favorita dalla grande tradizione del piccolo Comune di Fusignano, terra natia del ‘Profeta’ Arrigo Sacchi. Grazie al sodalizio con l’allenatore Alessio Dionisi, maturato sin dai tempi dell’imolese, Spighi ha infine raggiunto la serie A con l’Empoli, squadra con la quale ha compiuto una grande cavalcata nonostante i grandi problemi causati dal Covid-19. Abbiamo contattato Fabio per conoscere le sue emozioni prima del grande salto nella massima lega tricolore.

L’INTERVISTA

Innanzitutto, ripercorriamo la sua lunga carriera in qualità di preparatore atletico…
“Ho iniziato a 18 anni, allenando i pulcini del Fusignano, squadra del mio Paese. Con loro ho fatto l’allenatore per qualche anno sino a ricevere la proposta del Low Ponte. Lì ho iniziato a ricoprire l’incarico di preparatore coordinativo nel pomeriggio mentre, di sera, facevo il preparatore della prima squadra che all’epoca militava in eccellenza. Davide Tentoni, ex giocatore dell’Ascoli e del Padova, mi ha chiamato ad Urbino sino a finire con lui al Cesenatico in serie D. Dopodiché ho maturato esperienza con il Cervia attorno al 2010 e in seguito sono stato chiamato dall’imolese. Vincendo i playoff al primo anno siamo saliti in serie D restando con la squadra per sei stagioni. Alessio Donisi è stata una figura chiave per me quando è subentrato in panchina nel 2018. L’imolese è stata ripescata in Lega Pro arrivando terza in campionato, disputando le finali per andare in serie B. L’anno successivo sono stato chiamato con Dionisi a Venezia e infine all’Empoli”.

Ha sempre sognato di affiancare un allenatore in panchina?
“Il mio sogno è sempre stato lavorare nello sport, infatti frequentai scienze motorie sin da subito. Non ho mai aspirato a fare l’allenatore, perché non credo di avere il carattere e le competenze adatte. Sin dai primi anni mi sono concentrato sulla preparazione atletica. Ho ricoperto il ruolo di preparatore atletico anche nel tennis, ma ho sempre pensato che la mia dimensione ideale fosse il mondo del calcio. Non escludo di potermi dedicare anche ad altre discipline sportive in futuro, ma al momento il calcio è la mia priorità”.

Empoli_Spighi

Quali aspettative per la prima stagione in A?
“Ogni anno è sempre una scommessa personale, perché si è chiamati a cimentarsi in un contesto che cambia sempre. Persone e ragazzi nuovi, obiettivi diversi, eccetera. Questo vale anche se si rimane nella stessa squadra, perché le dinamiche non sono mai uguali da un anno all’altro. Il lavoro che abbiamo svolto e le nostre qualità dovrebbero permetterci di giocarcela in serie A, dove incontreremo un livello più alto”.

Che impatto ha avuto la pandemia Covid-19 sul suo lavoro?
“Il Covid ha segnato molto l’ultimo anno. Da amante del calcio, la ferita più grande è stata la mancanza dei tifosi. Vincere un campionato senza la presenza del pubblico allo stadio è un’esperienza meno piena ed emozionante del solito, è venuta a mancare l’energia prima di tutto. Alcune squadre grazie all’assenza del pubblico hanno reso maggiormente magari, ma non è stato sicuramente il nostro caso. Abbiamo dovuto fronteggiare l’emergenza di 11 giocatori positivi che non hanno potuto allenarsi e giocare, sono stati giorni molto difficili. L’incertezza ha regnato sovrana, con tanti giocatori che non sapevano quando sarebbero tornati in campo e sono stati anche male, riprendendosi dopo 25 giorni”.

Ci sono delle figure che l’hanno influenzata nel suo percorso di crescita?
“Due allenatori in particolare, Gadda e Farneti. Come persone, come integrità morale ed esempio di persona. A livello caratteriale ho preso molto spunto da loro. Professionalmente parlando stimo tanti colleghi, uno tra questi Andrea Arpili, ragazzo dal quale ho assimilato tante competenze e che reputo anche un amico”.

Che cosa significa per lei il gioco del calcio?
“Il gioco del calcio per me è passione principalmente. La felicità, l’emozione che rende liberi e che ti lega all’infanzia. Uscire con gli amici, giocare in un parchetto e divertirsi… tutto ciò s’è trasformato in lavoro e racchiude rapporti professionali, amicizie, obiettivi, vittorie e sconfitte. Insomma, il calcio è una metafora della vita, trovi tutto al suo interno. Innanzitutto occorre saper stare dentro alla realtà del calcio come uomo e poi come professionista. Interfacciarsi con le figure della società, a partire dallo staff medico, tecnico, societario e con i ragazzi in campo è una sfida quotidiana”.