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Edmondo Fabbri: la vita e il calcio dell’allenatore di Castel Bolognese raccontati in un libro a 100 anni dalla nascita

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È uscito “Oltre la Corea. Vita e calcio di Edmondo Fabbri”, il libro scritto da Tiziano Zaccaria (stampato dalla Tipografia Valgimigli di Faenza, 128 pagine, 15 euro) che ripercorre la storia del grande tecnico romagnolo, del quale quest’anno ricorre il centenario dalla nascita.

Partito dalla sua Castel Bolognese,  “Mondino” aveva avuto anche un’ottima carriera da calciatore, trascorsa per una decina d’anni in serie A fra Atalanta, Inter e Sampdoria. Poi la scelta di allenare. Gli diede fiducia il Mantova, che navigava nell’anonimato delle serie minori. Nacque una bella favola: la squadra lombarda realizzò una clamorosa scalata, salendo in soli cinque anni dalla serie D alla A. Fabbri si rivelò tecnico preparato, intelligente, arguto e moderno. In un periodo in cui nel campionato italiano imperava il “catenaccio”, il suo Mantova ruppe gli schemi: proponeva un gioco offensivo di qualità, vinceva e divertiva, tanto che venne ribattezzato “il piccolo Brasile”.

Edmondo divenne l’uomo nuovo del calcio italiano e, a soli quarant’anni, nel 1962, fu chiamato a guidare la Nazionale, invocato da molti come il salvatore della patria dopo le tante delusioni degli anni precedenti. E i risultati non mancarono: dal novembre 1962 al giugno 1966, su 25 partite giocate, ottenne 17 vittorie, 5 pareggi e solo 3 sconfitte. Appoggiandosi in particolare sulla tecnica e la genialità di Mazzola, Rivera e Bulgarelli, la sua nazionale arrivò ai mondiali inglesi spinta da un giustificato entusiasmo. Ma nella serata del 19 luglio 1966, a Middlesbrough, arrivò quella famosa sconfitta contro la Corea del Nord (0-1, gol di Pak Doo-Ik) che la escluse dalla competizione iridata. E tutto crollò addosso a Fabbri, che al rientro in Italia fu processato, umiliato, isolato, deriso, perfino minacciato di morte.

«La sua successiva vita sportiva ed umana fu segnata da quella partita – ricorda Tiziano Zaccaria, l’autore del volume – Edmondo non riuscì più a scrollarsi di dosso l’ingombrante peso della sconfitta contro la Corea del Nord, anche se in seguito fece cose apprezzabili, vincendo due Coppe Italia con il Bologna e il Torino. Ritengo che nella sua carriera pagò ben oltre la misura del ragionevole quel suo carattere schietto e testardo, da romagnolo sanguigno qual’era. Se ho potuto ricostruirne la storia, lo devo soprattutto ai suoi figli Roberto, Riccardo, Romano, che mi hanno aperto il cassetto dei ricordi e l’archivio di famiglia, capendo che la mia intenzione non era quella di riaprire una vecchia ferita, ma restituire ad Edmondo quella dignità umana e professionale che gli era stata ingiustamente calpestata».

 

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