Libri. Celestini e Albanese: se gli oggetti potessero parlare avrebbero tante storie da raccontare

Libri. Celestini e Albanese: se gli oggetti potessero parlare avrebbero tante storie da raccontare
Giovanni Albanese e Ascanio Celestini

Storie stralunate e surreali, un po’ tragiche e un po’ comiche: sono quelle narrate ne “L’armata dei senzatetto” di Ascanio Celestini e Giovanni Albanese. “Storie vive di oggetti vivi”, perché “non serve avere un cervello per essere vivi davvero, né un conto in banca o la prenotazione per due settimane di albergo in una località termale. Certe volte basta un nome e una lampadina accesa che proietta l’ombra sul muro o sul pavimento. E indispensabile è che qualcuno ti venga a guardare”. La rassegna letteraria “Il tempo ritrovato” ieri pomeriggio ha lasciato la tradizionale sede della Classense di Ravenna spostandosi al Palazzo dei Congressi di Largo Firenze. Qui davanti ad una sala gremitissima, si è svolta la presentazione di un lavoro molto originale che nasce dalla collaborazione fra l’artista poliedrico, docente dell’accademia delle Belle Arti di Roma nonché regista Giovanni Albanese e l’autore, attore, scrittore e regista Ascanio Celestini. 

Un incontro, condotto dal curatore della rassegna Matteo Cavezzali, che si è protratto per un’ora abbondante, in cui l’armata composta dalle “strane creature” di Albanese ha preso vita, lasciando ad un certo punto spazio ad un’altra armata ben più disperata, quella dei migranti in fuga dal proprio paese. Albanese (Celestini si rivolge a lui con l’appellativo Maestro) si procura la materia prima delle sue sculture recuperando oggetti buttati nei cassonetti o stipati in cantine e soffitte.

“Li raccolgo e li tengo in studio per settimane, mesi anche anni, finché non diventano qualcosa”. Qualcosa di vivo. “Ascanio - prosegue l’artista - ha sentito profondamente la vita che c’è dentro questi oggetti e gli ha dato un atto notarile di certificazione in vita con le sue storie bellissime”.

La parola passa a Celestini. “Ho visto questi suoi lavori. Li ho visti insieme a lui, nel luogo dove lui lavora, nel quale mette insieme i pezzi che poi diventano le sue opere. Il lavoro che faccio io è molto simile a quello che fa Giovanni: anch’io metto insieme dei pezzi. Pezzi di storie e di racconti che raccolgo dalle persone. Così la prima cosa che ho fatto è stato stare a sentire lui. Mi ha chiesto di scrivere qualche riga, una paginetta per una mostra che faceva a Roma e io sono andato lì con un amico operatore, abbiamo fatto un’intervista e da quell’intervista è venuto fuori un suo racconto. Poi l’editore Contrasto ci ha chiesto: ‘Perché non ne fate un libro?’ Visto che le sue opere hanno dei nomi ho incominciato a pensare a queste opere come se fossero delle persone che una biografia ce l’avevano a prescindere che io le conoscessi o no. In realtà – spiega - questo è un esercizio che faccio spesso: quando scrivo una storia penso di non essere io a scriverla bensì di essere semplicemente quello che la deve conoscere. A noi scrittori fanno spesso una domanda: ‘Ma non ti trovi in imbarazzo davanti alla pagina bianca?’ Le pagine bianche che a me creano problemi sono quelle che stanno fra un pezzo di racconto e un altro. E allora in queste pagine bianche di passaggio io penso che si debba scoprire quello che è successo. Quindi ho cominciato a scrivere questi racconti partendo da quel poco che sapevo di quei personaggi assemblati da Albanese e ho cominciato a scrivere queste biografie. Poi, man mano che scrivevo, questi personaggi si incontravano; non sono i personaggi che compongono la storia, la storia è composta dalla relazione dei personaggi."

"E più questi personaggi si incontravano, più si assomigliavano. In alcune fiabe della tradizione – prosegue Celestini - i personaggi più poveri sono quelli che non hanno una storia, neppure un nome. Questi personaggi dell’armata dei senzatetto sono un po’ così: non sono ancora nati, non hanno una cittadinanza in nessun paese, non puoi neppure rimandarli a casa loro, perché non ce l’hanno una casa. Immaginare un’identità per questi pezzi di ferro, queste lampadine, questi accrocchi, questi congegni, che non hanno un’utilità, non migliorano la condizione del paese dal punto di vista del pil è un’opportunità che abbiamo. Se incominciamo a farlo con dei pezzi di ferro – sottolinea l’autore - forse incominciamo a farlo anche con ‘quei pezzi di carne’ , quelle persone alle quali invece un’identità non gliel’attribuiamo mai perché se ce l’hanno stiamo anche meglio. Quindi possiamo lasciarli in mezzo al mare, rimandandarli a casa loro. Vero Maestro?”.

Cavezzali: “Tu Giovanni quando hai sentito le storie li hai riconosciuti o te li immaginavi diversi?”

“Assolutamente no – risponde l’artista - . La nostra è stata un’alchimia bellissima, un incontro magico fra due forme d’arte che si sposano perfettamente. Quando si parla di riconoscere e di dare la dignità a dei pezzi di ferro, agli oggetti e poi riusciamo a darla anche agli uomini io credo sia un discorso estetico ed anche etico. In questo momento dal mare arriva tanta di quella roba, chiamiamola roba ma non è così, che va fatta rivivere, che va fatta rinascere, per cui ognuno a modo suo crea dei propri mattoncini su queste barricate. Questa è una barricata artistica, perché dietro ogni cosa dimenticata e fatta rinascere c’è veramente un essere che rivive e che rinasce”.

La parola passa nuovamente a Celestini. “Immaginate uno che viene dall’Eritrea che parla tigrino, neppure il francese o l’inglese. Non hai niente, non hai più le relazioni personali, magari avevi pure un fratello, un figlio, un padre, una madre, una moglie ma sono morti lungo la strada e non hai neanche una lingua. Non avere niente significa davvero che non sei più nessuno, che non stai da nessuna parte. E questa idea del non stare da nessuna parte è la base del luogo comune: aiutiamoli a casa loro. Abito in un quartiere in cui hanno demolito una delle ville di Casamonica. Parlando di Casamonica al bar qualcuno ha detto: ‘Sì, ha ragione Salvini, bisogna rimandarli tutti a casa loro’. Un altro allora ha replicato:’ Ma guarda che questi che stanno qui, questa è casa loro’. ‘Come è casa loro? ‘ ‘Sì, vengono dall’Abruzzo’. ‘Vabbè, ma prima de arrivà in Abruzzo n’do stavano?’ Il Maestro Albanese quando vede il grammofono nel cassonetto dell’immondizia non vede semplicemente un oggetto abbandonato, ma immagina quello che potrebbe essere, l’identità di quell’oggetto e nel momento in cui assembla questo oggetto ad altri oggetti gli dà un’identità, un’identità che sta in quell’oggetto perché sta nella sua testa e viceversa, perché c’è una relazione, perché non stiamo chiusi soltanto nel nostro punto di vista, nell’idea del rimandiamoli a casa loro: questi stanno già a casa loro”.

Albanese: “Un politico italiano ha detto: ‘Gli extracomunitari rubano dai cassonetti’. Se a Roma lo facessero tutti la città sarebbe pulita”: risata generale. “Io – continua - ho scritto sul blog dell’Huffington Post: ‘Va benissimo, anch’io rubo dai cassonetti’. E mi ha risposto uno: ‘Sì, perché per legge, quando buttate un rifiuto nel cassonetto, non è più vostro ma appartiene al Comune’”. Celestini prende la palla al balzo: “Ma noi abbiamo un sindaco molto generoso che non li vuole quei rifiuti lì, li lascia alla popolazione”.

A questo punto Albanese abbandona l’incontro: ha un treno che parte fra pochissimo perché domattina ha lezione in Accademia. “Devo andare – dice scusandosi con il pubblico – mi dispiace andare via, perché a Ravenna si mangia bene”.

Ascanio Celestini invece rimane: “Io domattina posso dormire fino a tardi”. L’incontro entra quindi nella sua fase finale. Introdotti dalle rispettive storie, accompagnati dalla musica di minuscoli carillon fanno uno dopo l’altro, la loro comparsa proiettati su uno schermo, alcuni dei componenti dell’armata dei senzatetto: Uno qualunque, uno che fa i buchi nell’acqua, Vota Antonio, Cavaliere, Violinista, Tredici, Vota Antonio, Papero. Infine sipario cala sulle ultime quattro righe di “Autoritratto mentre cammino 1993”: “Camminano tutti, i vivi e i morti. Vanno dove devono e dove possono. Certe volte vanno dove vogliono, ma altre sbagliano strada e le scarpe li portano dove non si aspettavano di andare. Allora tornano indietro, ma non sempre. Capita che la strada sbagliata sia quella lungo la quale si riesce a camminare leggeri”.

Roberta Emiliani

11/02/2019


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